Diritti Umani, diritti civili, giustizia sociale, Politica Internazionale, Società Civile

L’ira dei cileni

Nov 4 2019

FERNANDO AYALA

L’inizio della fine del progetto neoliberale

Tra il 18 e il 26 ottobre, per la prima volta dalla fine della dittatura, è stato imposto il coprifuoco a Santiago e in altre città del paese. A causa dell’esplosione della violenza causata dall’aumento delle tariffe della metropolitana, al 28 di ottobre si contavano 20 morti, 1.092 feriti, di cui 546 da armi da fuoco, e 3.193 persone detenute dalla polizia. Delle 136 stazioni della metropolitana della capitale 79 sono state danneggiate, 10 incendiate, come anche 5 treni. Nel paese sono stati saccheggiati 335 supermercati e 31 sono stati dati alle fiamme, circa 20 autobus sono stati bruciati, così come molte attività commerciali di quartiere, alcune filiali di banche, fabbriche, farmacie e un albergo. Il costo approssimativo dei danni e dei furti è pari a circa due miliardi di dollari. Il 25 ottobre 1,2 milioni di persone hanno marciato pacificamente a Santiago per dire basta a un sistema basato sui principi del neoliberismo. Imponenti manifestazioni hanno avuto luogo anche nelle principali città del paese. Il Cile vive oggi la complessità dei problemi non risolti dalla politica.

La fine di un’era

Il violento risveglio della società cilena segna l’inizio della fine di un ciclo iniziato con la dittatura di Pinochet nel 1973 e che ha modellato in pochi anni quello che oggi è noto come il sistema neoliberista. Il modello, guidato da economisti formatisi all’Università di Chicago, disponeva liberamente di un intero paese, il più grande laboratorio per sperimentare e imporre una politica economica che ha smantellato la struttura produttiva cilena e avviato un processo di privatizzazione delle risorse naturali, delle aziende pubbliche, della sanità, del sistema di istruzione e pensionistico, abbassando unilateralmente le tariffe doganali e avviando l’apertura dell’economia al libero scambio. Sebbene abbia generato una crescita economica sostenuta, tale modello ha al contempo concentrato la ricchezza in poche mani, creando grandi disuguaglianze. Questa esperienza senza precedenti è stata resa possibile grazie all’azione di una violenta dittatura militare che si è conclusa nel 1990, quando il paese si è democratizzato, lasciando però il modello saldamente fissato nella Costituzione del 1980, in vigore fino ad oggi.

Dal ritorno alla democrazia il paese ha avuto cinque governi di centro-sinistra e due di centro-destra. Nei primi 20 anni, dal 1990 al 2010, il Cile è stato governato dalla stessa coalizione progressista, che si è estesa al Partito comunista nel 2014 e ha governato altri quattro anni. Tuttavia, le speranze di cambiamento nutrite da due generazioni di cileni sono state frustrate. Per formulare un giudizio storico manca ancora molto tempo, ma vale la pena riflettere sul passato per poter comprendere le ragioni del profondo disagio della società cilena che ha portato all’attuale protesta sociale, che sembra segnare la fine di un’era nella storia del paese.

Dittature

Molti paesi hanno subito dittature crudeli: Germania, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, tra gli altri, oltre all’Unione Sovietica e ai paesi dell’Europa orientale. In America Latina le dittature sono state numerose, e i traumi che hanno lasciato nella società sono molteplici, ma differiscono da quelli del Cile per aspetti sostanziali. Negli altri paesi i dittatori hanno lasciato il potere in seguito a sconfitte militari, fughe, morte naturale o uccisioni. In Cile, invece, Pinochet, pur avendo sule spalle tutti i crimini compiuti, ha continuato a ricoprire ruoli pubblici, prima come comandante in capo dell’esercito e poi come senatore designato. Dopo essere stato arrestato a Londra, quando c’era la possibilità di estradarlo e processarlo, la coalizione al potere ha fatto tutto il possibile per impedire che ciò avvenisse, permettendogli di tornare a casa, accolto dall’esercito come un eroe e coperto di onori in diretta televisiva. È naturale chiedersi come ciò sia potuto accadere. Una prima possibile ipotesi impone a sua volta una domanda preliminare: perché le condizioni poste da Pinochet furono accettate in occasione delle elezioni presidenziali del 1989, dopo che era stato sconfitto nel plebiscito del 1988 e quando il suo isolamento internazionale era quasi totale, la maggioranza del paese non lo voleva più e anche gli Stati Uniti avrebbero preferito che se ne andasse? Le forze democratiche negoziarono allora con il governo un pacchetto di 54 riforme costituzionali senza che il dittatore, pur in circostanze che ne segnavano il netto superamento, acconsentisse a toccare il cuore della Carta fondamentale. È vero che ci sono stati anni di repressione molto duri e che oggi sembra facile formulare giudizi. Tuttavia, quello è stato un momento chiave, cruciale, decisivo e ha segnato il corso di quelli che sono stati i cinque governi di centro-sinistra in Cile. È trascorso troppo poco tempo da allora per avere una visione fredda e formulare un giudizio in prospettiva storica di ciò che è accaduto, quando peraltro molti degli attori del processo di transizione sono ancora in vita e, in alcuni casi, attivi in politica.

Dopo la resa della Germania, nel 1945, a nessuno venne in mente di parlare del “contesto prebellico” – come si fa in Cile -, né di consentire a chi aveva incarnato la dittatura di contribuire alla ricostruzione di un’economia distrutta, devastata dall’inflazione. L’élite economica e gran parte della società tedesca si assunsero le loro responsabilità per aver sostenuto un tiranno come Hitler e ancora oggi i vertici delle istituzioni tedesche chiedono perdono per le azioni di quegli anni. In Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, pur con sfumature diverse, il processo è stato simile e, soprattutto, dopo la caduta di questi regimi, è stato creato un vasto consenso intorno ai principi di una nuova Costituzione e alla loro effettiva attuazione. Era, quella, la migliore forma di riconciliazione e tolleranza, in cui a tutti veniva assicurata rappresentanza pur, al contempo, tutelando l’interesse nazionale.

In Cile, al contrario, si è immediatamente avviato un processo di stampo negazionista, che ha anche imposto il perdurare del modello economico ultraliberista, sorvolando sulle violazioni dei diritti umani e sulla mancanza di libertà. Molti si convinsero persino che non ci fosse stato un colpo di stato ma un “pronuncia militare” e si collocarono naturalmente in difesa della Costituzione che garantiva il sistema politico ed economico della dittatura. Una spiegazione preliminare di questo comportamento potrebbe essere che, accettando le condizioni di Pinochet per avviare la transizione, incluso un sistema elettorale che creava le precondizioni perché avvenisse ciò che poi sarebbe successo con i senatori nominati, si legittimavano implicitamente il governo, la Costituzione e, soprattutto, le riforme economiche introdotte, tra cui privatizzazioni compiute “tra in cantar del gallo e la mezzanotte”, come si dice in Cile. 

Il modello

Una buona parte dell’élite economica e dei media che hanno giustificato e approvato il colpo di stato, debitamente rappresentati in parlamento, sono stati i custodi del modello economico e i difensori del regime militare per 17 anni. Essi non volevano che Pinochet andasse via e cercarono di conservare i loro ruoli di potere. La repressione, beninteso, faceva parte della ricetta per trasformare l’economia cilena senza il fastidio di sindacati o corpi intermedi. Il presidente Sebastián Piñera, pur essendo stato egli stesso un attivo difensore del tiranno quando fu imprigionato a Londra, ha sintetizzato molto bene i tratti di questo processo definendo “complici passivi” coloro che hanno taciuto durante la dittatura militare o ne hanno avallato l’operato.

Dopo la fine della dittatura venne il primo governo democratico e, naturalmente, non fu facile realizzare grandi riforme con Pinochet nell’esercito e poi nel Senato, in presenza del controllo sul processo legislativo esercitato dai senatori nominati. La verità è però che non tutti erano convinti della necessità di modificare sostanzialmente il regime economico imposto dalla dittatura. Del resto, gli investimenti esteri affluivano copiosamente in un paese in cui gran parte della struttura produttiva era stata grossolanamente smantellata e in cui settori chiave dell’economia era stati privatizzati in maniera poco trasparente. La nuova amministrazione democratica ebbe immediatamente un riconoscimento politico internazionale, garantì la tutela dal punto di vista legale di un sistema economico che non era stato modificato, accentuò l’apertura economica del Paese e garantì la pace sociale che era stata imposta. L’economia cominciò a crescere costantemente e molto, il che riempì di orgoglio gli uomini d’affari – che quindi riaffermavano la correttezza del modello perseguito – e chi era al governo, che dimostrava di saper gestire la situazione. Dalle parole del presidente Aylwin, che parlava di “giustizia il più possibile” in relazione alle violazioni dei diritti umani, si è passati ad un grande “tutto, per quanto possibile“, ridimensionando sostanzialmente le aspettative di cambiamento.

Nei 24 anni in cui hanno governato, i cinque governi di centrosinistra hanno fatto molte cose positive, a partire dalla riduzione della povertà e dall’abolizione dei senatori designati, ponendo fine all’inamovibilità dei vertici militati, avviando cambiamenti nel settore dell’istruzione e in molti altri ambiti. Tuttavia, e nonostante la Costituzione sia stata riformata ben 20 volte, il suo tratto fondamentale, lasciato in eredità da Pinochet, non è mai stato toccato: è stato mantenuto in vigore un pilastro fondamentale del modello economico, il principio di sussidiarietà, che prevede che lo Stato possa partecipare ad attività economiche solo nel caso in cui non lo facciano soggetti privati. I voti per modificare questo indirizzo sono mancati, è vero, ma anche la profonda convinzione – tranne in alcuni casi eccezionali – che fosse necessario farlo, sia tra i parlamentari che nei programmi elettorali. Nei primi 20 anni e negli altri 4, abbiamo visto come il sistema pensionistico e sanitario privato sia stato rafforzato; ancora oggi l’accesso alle risorse idriche è nelle mani di pochi. Il risveglio della società cilena ha riportato in auge il dibattito su una nuova Costituzione, che sarà possibile cambiare solo se anche i settori conservatori lo accetteranno. Nonostante la crescita economica, una parte importante della società si porta dietro un lungo elenco di frustrazioni che hanno consentito di conquistare uno spazio politico a nuovi movimenti di giovani che hanno perso la speranza nei partiti tradizionali pur se questi hanno avuto il grande merito di aver organizzato e mobilitato la società e sconfitto la dittatura con un plebiscito.

Una costituzione

In breve, tutti i governi dal 1990 in poi hanno rimosso i problemi cruciali e irrisolti che mantengono viva la frattura sociale e impediscono una vera riconciliazione che permetta di chiudere definitivamente le ferite che hanno segnato la storia del Cile. La necessità di una nuova costituzione dovrebbe essere una priorità per la sinistra, il centro e la destra, come cercare una soluzione accettabile alla questione Mapuche, riconoscendo la profondità delle cause del crimine o rafforzando un sistema politico che mostra gravi segnali di esaurimento. Sono queste questioni di interesse nazionale e richiedono un grande sforzo da parte di tutte le forze politiche. Può il Cile aspettare che si accenda un nuovo focolaio di protesta sociale? Cos’altro deve accadere in Araucanía prima che si trovi una soluzione complessiva al conflitto? Quanto ancora devono dilagare il crimine e il traffico di droga prima che vengano affrontate le cause che ne sono alla radice? Dobbiamo aspettare fino allo scoppio di a una crisi, che inevitabilmente arriverà, tra la Corte di Cassazione e il Tribunale Costituzionale? I problemi del passato continuano incessantemente ad attanagliare la società di molti paesi, come possiamo vedere ad esempio nel caso della Spagna, dove i resti del dittatore Franco sono stati finalmente riesumati dopo 44 anni dalla sua morte e 80 dopo la fine della guerra civile.

Il ritorno alla democrazia in Cile ha coinciso con la caduta del muro di Berlino, con il rinnovamento del discorso socialdemocratico, con la globalizzazione, l’emergere della terza via che ha sancito la liberalizzazione dei circuiti finanziari e l’inizio del rapido accumulo di ricchezza in tutto il mondo e in Cile in particolare. Secondo i dati pubblicati da Forbes per l’anno 2019, il Cile, con solo 18 milioni di abitanti, conta ben 11 miliardari, con un patrimonio di accumulato di 37,3 miliardi di dollari, pari a circa il 12,5% del PIL del paese. Sicuramente ce ne sono più di undici, mi ha assicurato un eccezionale conoscitore della realtà nazionale. Gli stessi dati rivelano che paesi più grandi, come l’Argentina, hanno solo 5 miliardari, la Colombia 3 e il Perù 6. La ricchezza complessiva detenuta dai miliardari di questi ultimi tre paesi ammonta a 39,2 miliardi, supera cioè a malapena la ricchezza dei soli cileni. Nell’elenco pubblicato abitualmente dalla rivista Fortune, dal 1990, non appare nessun miliardario cileno. 

Il passato non può essere cambiato, ma è possibile costruire il futuro in modo diverso e dare l’opportunità di passare dalla crescita allo sviluppo. Innanzitutto, è necessario generare un consenso sociale per dare al Cile una costituzione moderna, inclusiva e adeguata a fronteggiare le sfide che il paese dovrà affrontare a tutti i livelli. L’entità dei cambiamenti richiesti impone una maggiore partecipazione dello Stato, come hanno fatto e continuano a fare i paesi più sviluppati. Questo non dovrebbe essere un problema di destra o di sinistra, né di governo o di opposizione, ma di interesse e sicurezza nazionali. È il passo decisivo e necessario per avanzare verso una società con maggiori e più eque opportunità. L’indicatore del reddito pro capite, che rende alcune persone così orgogliose, è di scarsa utilità quando le vie del centro delle principali città sono piene di venditori ambulanti, agli angoli delle strade clown o giovani giocolieri chiedono monete, gli anziani sopravvivono a malapena, la droga prende il controllo di interi quartieri, il crimine diventa sempre più violento e i giovani nelle zone popolari non hanno prospettive per il futuro. https://wsimag.com/it/economia-e-politica/58477-lira-dei-cileni


Fernando Ayala
Fernando Ayala, ex ambasciatore, è un economista laureato presso l’Università di Zagabria in Croazia e ha conseguito un Master in Scienze Politiche presso l’Università Cattolica del Cile. Attualmente è consulente a Roma per la FAO in materia di cooperazione Sud-Sud, questioni accademiche e parlamentari.


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