Cooperazione Internazionale e multilateralismo, Diritti Umani, diritti civili, giustizia sociale

Ora Basta! Porre fine alla guerra nascosta contro chi protegge la Madre Terra!

Dic 6 2019

di Francesco MartoneOTHERNEWS

Sono trascorsi più di 20 anni da quando le Nazioni Unite hanno adottato una Dichiarazione sui difensori dei diritti umani che riconosceva il ruolo degli individui e dei soggetti collettivi che lottano per proteggere i diritti umani.

Le Nazioni Unite, il 9 dicembre 1998, hanno adottato la Dichiarazione sui diritti e le responsabilità degli individui, dei gruppi e delle istituzioni sociali per promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti.

Da allora, molteplici iniziative si sono sviluppate e moltiplicate a vari livelli, in quello che può essere descritto come un perfetto esempio di governance multilivello. Dal basso, grazie all’iniziativa di un numero crescente di organizzazioni della società civile e autorità municipali che offrono riparo temporaneo ai difensori, a livello nazionale, con l’impegno di una serie di governi a sostenere e rispettare i difensori dei diritti umani e le loro attività, a livello globale, con la creazione di molteplici strumenti ed opportunità per i difensori a rischio per ottenere  supporto e protezione. Che siano essi organismi intergovernativi come le Nazioni Unite, l’OSCE o rappresentativi del settore privato e delle imprese.

Tuttavia, nonostante l’ampia gamma di meccanismi di protezione, di dichiarazioni di governi e del settore privato e nonostante l’ampiezza dell’azione della società civile e dei movimenti, il numero di difensori che vengono uccisi, minacciati, criminalizzati sta crescendo in tutto il mondo. In effetti, non si dovrebbe cadere nella trappola della quantificazione di una tendenza allarmante e preoccupante solo in termini di  numero di persone uccise, poiché il fenomeno è molto più ampio e comprende diverse modalità in cui gli individui e le comunità sono messi a rischio.

Il semplice fatto di elencare la conta delle morti rischia di nascondere i fattori reali alla base di questa “guerra silenziosa”, che sono sia politici che economici. La mancanza di determinazione dei governi a privilegiare i diritti piuttosto che il profitto, i diritti umani piuttosto che gli interessi aziendali, l’espansione del commercio e degli investimenti, l’impunità, la corruzione, e la mancanza di riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene che vivono in territori ricchi di risorse, concorrono tutti a pregiudicare e minacciare le attività di chi si impegna in difesa dei diritti umani.

Le statistiche stilate da organizzazioni come Global Witness e Front Line Defenders mostrano che nel 2018 sono stati uccisi almeno 164 difensori dei diritti ambientali. La maggior parte di questi erano indigeni che proteggevano la loro terra e i loro territori dagli impatti delle industrie estrattive e dell’agroindustria. Le donne difensore sono particolarmente a rischio, anche perché vittime di pregiudizi patriarcali ed di emarginazione.

Queste cifre rappresentano solo la punta dell’iceberg, come dimostra l’Atlante per la giustizia ambientale (www.ejolt.org) che ha registrato fino a 3000 conflitti sulle risorse e sulla terra in tutto il mondo. Gli attacchi contro i difensori dei diritti ambientali non si limitano a paesi come Brasile, Colombia, Filippine, per nominare quelli in cui il numero di omicidi è più elevato, ma si verificano anche in quello che può essere definito il Nord globale. Il caso delle proteste del Dakota Access Pipeline (DAPL) e la conseguente repressione della polizia e la criminalizzazione delle proteste è un caso significativo. Ma molti altri possono essere documentati, ognuno di essi risultato della convergenza di tendenze diverse.

Una è la crescente espansione dell’estrazione di materiali in tutto il mondo, con la creazione delle infrastrutture e dei modelli operativi necessari a tale scopo. “La necropolitica dell’estrazione” come afferma il critico d’arte TJ Demos, porta con sé costi umani e ambientali, siano essi distruzione ecologica o deterioramento del tessuto sociale, lo spostamento delle comunità, l’estinzione di ecosistemi fragili e unici, e dei popoli che vivono in quei luoghi da tempo immemorabile. Quegli omicidi e la repressione di comunità e popoli che oppongono resistenza all’estrazione, per la protezione dei diritti dell’uomo e della natura, rappresentano il costo nascosto dell’espansione del capitalismo estrattivo.

L’altra tendenza è quindi rappresentata dalla crescente curva di repressione e dal restringimento dello spazio civico in tutto il mondo. La brutale reazione della polizia e dei militari nel cercare di controllare e reprimere i movimenti e le azioni dei cittadini, come possiamo ora testimoniare in America Latina e altrove, è la conseguenza ultima della “securitizzazione” dello spazio pubblico, una caratteristica comune de l’espansione dell’estrazione di materiali e il valore di tutte le forme di vita. Logiche e dinamiche analizzate a fondo in occasione di un seminario internazionale organizzato dall’Istituto Transnazionale e dai movimenti locali che si opponevano al Transadriatic Pipeline (TAP) nel Salento, in Puglia, nell’autunno 2018. I partecipanti concordarono nel tracciare un filo conduttore tra privatizzazione del profitto, mercificazione della natura, la securitizzazione e la militarizzazione dello spazio pubblico.

Infine, questa dinamica deve essere scomposta lungo una narrativa di decolonizzazione. È un dato di fatto: sono le popolazioni indigene e più in generale le comunità che vivono in territori periferici e sono storicamente emarginate, a pagare il prezzo più alto. Secondo dati recenti pubblicati dalla  Global Initiative to Address and Prevent the Criminalisation and Impunity  against indigenous peoples (https://www.indigenousrightsinternational.org) nel periodo 2017-2019 sono stati uccisi 472 leader indigeni (uomini e donne), 423 soggetti a detenzione arbitraria, 237 a arresti illegali, e 1630 hanno sofferto minacce ed intimidazioni in 19 paesi. 

Data la complessità delle cause concorrenti del crescente attacco ai difensori di tutto il mondo, in particolare quelle connesse all’estrazione e all’utilizzo delle risorse, sono necessari nuovi approcci. I meccanismi e gli impegni esistenti per proteggere i difensori non sembrano considerare la necessità di affrontare queste cause profonde e quelle legate al commercio e al capitale globali, piuttosto che concentrarsi ancora solo sulla protezione dei singoli attivisti, quando nella maggior parte dei casi sono le comunità e i movimenti collettivi ad essere sotto attacco. Emblematico a tal riguardo è il conflitto in corso in Colombia, dove i casi di omicidi di difensori della terra e i leader delle zone rurali e indigene sono in drammatica ascesa, in particolare nella regione di Cauca. La Colombia offre inoltre ulteriori prove della necessità di cambiare paradigma e sviluppare nuovi approcci alla protezione collettiva e, in particolare, affrontare le sfide in territori che sono terreno fertile per conflitti o soggetti a conflitti in corso.

È giunto il momento di far seguire alle parole i fatti e impegnarsi per porre fine alla violenza ed agi omicidi connessi dall’estrazione di risorse ed alle catene di approvvigionamento. Governi e aziende dovranno adottare una politica di tolleranza zero verso gli attacchi ai difensori ed agire di conseguenza a vari livelli. I governi dei paesi consumatori dovranno adottare una legislazione che impegni le aziende a rispettare i diritti umani e riconoscere il diritto all’ accesso all’informazione, alla consultazione e, nel caso delle popolazioni indigene, il consenso previo libero ed informato ed il diritto alla terra.  Andranno poi affrontate e risolte le cause che sono alla base degli attacchi ai difensori, tutelandone il diritto alla libertà d’associazione, espressione e organizzazione, e contrastando l’espansione della frontiera estrattiva. La comunità internazionale dovrà inoltre accelerare i negoziati verso l’adozione di un trattato vincolante sulle Multinazionali e Diritti Umani. Le aziende dovrebbero impegnarsi alla tolleranza zero nei confronti degli attacchi contro i difensori collegati alle loro catene di approvvigionamento, introducendo procedure obbligatorie per garantire che i diritti umani siano pienamente rispettati in tutte le loro operazioni. Gli investitori dovranno assicurare che le attività da oro sostenute non generino violenza e minacce nei confronti di comunità, popoli indigeni e difensori dei diritti umani.

Con quest’obiettivo,  rappresentanti di organizzazioni di popoli indigeni, leader indigeni, rurali e afrodiscendenti di 14 paesi in Asia, America Latina e Africa, si sono incontrati a Ginevra alla fine di novembre in concomitanza con il Forum annuale delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani. Supportata da un’ampia coalizione di ONG guidate – tra l’altro – da Forest Peoples Programme, IWGIA, Asia Indigenous Peoples Pact, la coalizione ha lanciato la Zero Tolerance Initiative ed adottato la Dichiarazione di Ginevra, sollecitando gli Stati e le aziende ad agire con determinazione e risolutezza. (www.zerotoleranceinitiative.org).

Nelle parole del relatore speciale delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, Michel Forst in occasione del seminario internazionale che ha rilasciato la Dichiarazione di Ginevra: “Ho lavorato negli ultimi 20 anni a difensori dei diritti umani e così tanti sono entrati a far parte di innumerevoli segnalazioni e raccomandazioni. Ormai conosciamo la situazione e continuiamo a ripetere le raccomandazioni. È tempo di agire! “L’iniziativa Zero Tolerance sarà guidata da rappresentanti delle popolazioni indigene ed è aperta al sostegno e all’appoggio di organizzazioni, ONG e movimenti che condividono lo stesso obiettivo e saranno rivolti a governi, aziende, investitori e organismi internazionali. Lavorerà in stretto coordinamento con la  Global Initiative to Address and Prevent the Criminalisation and Impunity  against indigenous peoples   verrà lanciata ufficialmente in occasione della riunione  Foro Permanente delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni che si terrà a New York nel maggio del prossimo anno. Obiettivo comune quello di fermare uccisioni e minacce contro le comunità indigene e le popolazioni che proteggono le loro terre e l’ambiente globale. Una volta per tutte.

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