Ambiente e Clima, Politica Internazionale, Società Civile

Dopo l’Olanda tocca all’Italia: a marzo la prima causa contro lo Stato per “inazione climatica”

Dic 27 2019

di EMANUELE BOMPANLa Stampa

Dopo la sentenza della Corte Suprema, il governo olandese dovrà ridurre le emissioni. E la battaglia si sposta in Italia: a marzo infatti sarà presentata la prima causa contro lo Stato portata avanti da un network di associazioni e movimenti. Nome del procedimento: Giudizio Universale

Non era mai successo nulla di simile. Il governo olandese sarà obbligato a ridurre entro la fine del 2020 le emissioni di gas climalteranti di almeno il 25% rispetto al 1990, “prendendo misure opportune e appropriate”. La sentenza della corte Suprema dell’Olanda arriva come un terremoto nel quadro della lotta globale contro il cambiamento climatico.

Dopo una battaglia legale durata sette anni, portata avanti da Urgenda, un’associazione ambientalista olandese, si è infine arrivati al verdetto finale che costringe il governo olandese a far fronte alla crisi climatica. Qualora non agisca di conseguenza, si configura la violazione degli  articoli due 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Di fatto si tratterà di violazione del diritto alla vita e al benessere delle persone, diritti universali, inviolabili. Ovvero ciò che dovrebbe garantire lo stato ai suoi cittadini. Questa sentenza definitiva sposta la questione della riduzione emissioni di CO2 su un piano completamente nuovo, quello legale. Se l’accordo di Parigi non costringe de jure gli stati a ridurre le emissioni per contenere la temperatura media globale a 1,5°C, ora la società civile può pensare di ricorrere ai tribunali per mettere pressione ai governi al fine di attuare dei piani clima nazionali previsti da Parigi e che dal 2020 dovranno essere rafforzati.

«Questa sentenza restituisce speranza ai cittadini che sull’emergenza climatica sono frustrati dall’inazione della politica», ha commentato Dennis Van Berkel uno degli avvocati di Urgenda. L’Olanda attualmente ha ridotto solo del 20% le sue emissioni e quindi dovrebbe ridurre in 12 mesi di un ulteriore 5%, una sfida tutt’altro che semplice. Ma il premier Mark Rutte ha confermato alla stampa olandese la piena intenzione di rispettare la sentenza. Come? Una delle opzioni sul tavolo è la chiusura delle centrali a carbone aperte in Olanda nel 2015 e nel 2017.

A dare la misura dell’importanza internazionale della notizia ci pensa lo special rapporteur sui diritti umani e l’ambiente alle Nazioni Unite, David R. Boyd che afferma: «è la più importante sentenza in merito ai cambiamenti climatici: conferma quanto i diritti umani siano messi a rischio. Questa è una vittoria per miliardi di persone più vulnerabili agli impatti devastanti della crisi climatica e un colpo di grazia all’industria dei combustibili fossili».

Ora la battaglia si sposta in Italia. A marzo infatti sarà presentata la prima causa contro lo Stato portata avanti da un network di associazioni e movimenti. Nome del procedimento: Giudizio Universale. «Chiederemo allo Stato Italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il processo: se non ci pensiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro», spiega Cecilia Erba, portavoce della campagna Giudizio Universale durante un’intervista svolta alla COP25 di Madrid. Le notizie provenienti dall’Aja fanno ben sperare.

«L’obiettivo della causa è far riconoscere il legame che c’è tra i diritti umani e la violazione dei diritti umani e gli impatti dei cambiamenti climatici», continua Erba. «Chiediamo che lo Stato italiano venga obbligato adottare delle misure di mitigazione dei cambiamenti climatici in linea con gli obiettivi proposti dallo Stato stesso e in linea i report scientifici dell’IPCC. Inoltre secondo la Convenzione di Aarhus chiediamo sia rispettato il diritto dei cittadini di essere informati e coinvolti all’interno dei processi decisionali per le politiche ambientali».

La campagna Giudizio Universale è promossa attualmente da circa cento realtà ambientaliste. Una compagine composta anche da tanti movimenti localisti, come NoTap. Notevole però l’assenza delle grandi associazioni come Legambiente, WWF Italia e Italian Climate Network che non sono state coinvolte nel processo.  Inoltre raggiungere un verdetto positivo in Italia non sarà semplice, data la difficolta di individuare il soggetto da richiamare alle proprie responsabilità. Ma esistono sentenze in cui lo stato, applicando l’art. 2043 del codice civile, è stato condannato. Quindi la possibilità sussiste.

Secondo l’avvocato Luca Saltalamacchia, uno dei tre legali del pool insieme al costituzionalista Michele Tarducci e all’avv.Raffaele Cesari, «Sarà una lunga battaglia, nessuno pensa sarà una passeggiata. Riteniamo  però sia un dovere però mettere in chiaro le responsabilità sull’inazione sul cambiamento climatico». Conterà molto non solo il processo giuridico ma anche il capitale politico che il mondo della società civile saprà mettere in campo. Per questo è auspicabile un fronte allaragato e compatto che sappia agglutinare il mondo ecologista. A quel punto lo Stato, che al Parlamento ha recentemente dichiarato l’emergenza climatica, dovrò fare buon viso a cattivo gioco ed accettare la sentenza in primo grado, se vorrà essere coerente. Certo dipenderà dal governo in carica quando si arriverà al giudicato. Ma la sfida legale è lanciata.

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