Nuove voci del giornalismo, Società Civile

UN PASSO AVANTI, PER TUTTI

Gen 25 2020

di Gianfranco MaselliOTHERNEWS

Secondo il Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum ci vorranno circa un centinaio di anni per raggiungere davvero una parità di genere. Per quanto riguarda invece la parità a livello di accesso alla partecipazione economica si parla addirittura di 257 anni.

Ci sono molti modi con cui potrei cominciare questo articolo, tanti quanti sono gli approcci e i punti di vista che, in questi giorni, gli italiani avrebbero avuto teoricamente a disposizione per affrontare l’argomento del gender gap ma che hanno scartato per scegliere il peggiore dei toni.

Come al solito abbiamo scelto il metodo del tifo da stadio, deturpando un argomento ancora delicato e riconducendolo ad un dibattito degno dei peggiori ultras che, a gara di urla, spingono per la vittoria di una delle due parti quando invece, essendo le squadre in questione gli uomini e le donne, la partita dovrebbe finire in parità.

Come può esserci, tuttavia, un pareggio se abbiamo davanti un percorso ancora lungo e ad affrontarlo è un paese dove di violenza sulle donne e discriminazione di genere se ne parla malissimo ed occasionalmente?

I numeri parlano chiaro e riportano 88 vittime ogni giorno, praticamente una donna ogni 15 minuti.

Secondo i dati Istat solo 2017 si sono rivolte ai centri anti-violenza 43.467 donne. Il 67,2% ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tra quelle che hanno iniziato questo percorso, il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi.

È chiaro che questi numeri, oltre ad essere spaventosi, descrivono come lo stereotipo della donna fragile, succube e sottomessa sia ancora profondamente radicato nella cultura del nostro paese. Questa rilevazione statistica sugli stereotipi sui ruoli di genere e sull’ immagine sociale della donna riserva, tuttavia, ulteriori sorprese.

Lo scenario inquietante si fa ancora più spettrale se consideriamo ulteriori statistiche diffuse nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, in cui leggiamo che più di una persona ogni quattro, uomini e donne, pensa che siano le donne a provocare la violenza, per mezzo di “istigazioni e provocazioni” come abbigliamento e modi di fare.

In percentuali parliamo di circa il 24% della popolazione italiana che continua a chiedere: “ma lei com’era vestita?”, vanificando completamente il sacrificio ed il lavoro di donne e uomini che negli anni hanno sacrificato qualcosa di sé per mettersi nei panni di chi meritava una voce e dedicarsi a lotte di emancipazione.

Se vi chiedete in quale epoca storica vivano queste persone probabilmente vi siete persi il Family Day, rinomato festival di usi e costumi medievali tenutosi a Verona qualche mese fa che ha rappresentato un’attrattiva importante per migliaia di nostalgici che in molteplici interviste e interventi ci hanno restituito una concezione del sesso femminile che presso la Corte di Enrico VIII sarebbe passata inosservata.

Questi ultimi, forse, fanno parte di quel 39,3% della popolazione che ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole o di quel 15,1% convinta che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile o ancora del 10,3% della popolazione che reputa false la stragrande maggioranza delle accuse di violenza sessuale o, infine di quell’1,9% che ritiene che l’obbligo di uomo verso una donna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà non sia classificabile come violenza.

Piuttosto che normalizzare il dibattito sulla disparità fra i sessi portandolo fuori dall’occasionalità, sembra quasi che ad essere normalizzati siano la cultura della mercificazione del corpo, il femminicidio e la violenza sulle donne, come attestano le dichiarazioni di quel 7,4 % di italiani intervistati per i quali uno schiaffo ad una fidanzata o ad una moglie ogni tanto sarebbe sempre accettabile.

Nonostante la percentuale delle donne che trovano il coraggio e la forza di denunciare sia cresciuta del 10% negli ultimi 10 anni, tutto questo sembra riportarci inequivocabilmente indietro ai tempi del delitto d’onore, a quella società dove l’autorità patriarcale non era mai messa in discussione e sembrava legittimare l’omicidio di una moglie, di una sorella di una figlia, di una donna.

Invece di ostinarci a parlare di passi indietro e passi in avanti forse converrebbe dunque fermarci a riflettere su quanto questi dati terrificanti impediscano a uomini e donne di camminare insieme nel nostro presente e su quanto la violenza psicologica e il gender gap riscontrabile in ambito professionale siano una diretta conseguenza di una medievalità che, forse, non abbiamo ancora sconfitto.

Tutti questi anni di lotte per cambiamenti sociali, legislativi, culturali tesi a migliorare le relazioni di potere tra uomini e donne, sembrano polverizzarsi se consideriamo che secondo il Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum ci vorranno circa un centinaio di anni per raggiungere davvero una parità di genere. Per quanto riguarda invece la parità a livello di accesso alla partecipazione economica si parla addirittura di 257 anni.

Il dato naturalmente è a livello globale ma in Italia le cose non sembrano affatto procedere nel modo migliore. Se lo scorso anno avevamo festeggiato la risalita al 70esimo posto nella classifica mondiale sulla parità di genere, quest’anno siamo caduti al 76esimo posto su 153 Paesi.

Perché?

Perché ad essere scandalosamente squilibrata è l’opportunità di partecipare all’economia del Paese, che comincia dal tasso di occupazione. In Italia lavora ancora meno di una donna su due e il divario fra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini oscilla costantemente attorno al 19% circa, senza concedere grossi margini di miglioramento ormai da anni.

I dati peggiorano ulteriormente se le donne hanno figli. In Italia l’11,1% delle madri con almeno un figlio non ha mai lavorato, un dato catastrofico pari a tre volte la media dell’Ue che ammonta al 3,7%.

Il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’89,3% dei padri A risentire di un gap spropositato tuttavia sono anche i salari.

È stata una scoperta tristemente incredibile anche per me documentarmi e imbattermi nella realtà che in Italia le donne sono pagate meno degli uomini in molte professioni.

Parlando di Gender Wage Gap, ovvero della differenza salariale fra uomini e donne, l’Italia si colloca in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Si tratta tuttavia di una analisi alquanto parziale.

Questo 5,6% medio non descrive neanche lontanamente la situazione vissuta dalla maggior parte delle donne. Il dato infatti riguarda solamente i lavoratori full time e non il settore part-time, attualmente occupato da ben quattro donne su dieci.

Tuttavia è fra il settore pubblico e quello privato e nel mondo della libera professione che si riscontrerebbe un gap salariale spaventosamente maggiore. Il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1%, nel privato invece salirebbe vertiginosamente al 20% e fra i liberi professionisti la differenza sarebbe ancora più abissale: un uomo fra i 30 e i 40 anni guadagnerebbe 20 mila euro lordi, una donna invece 17 mila. Infine nella fascia di età fra i 40 e i 50 si passerebbe addirittura dai 25 mila euro lordi per le donne ai 40 mila per gli uomini, una distanza spropositata che non si quantifica solo in percentuali ma anche in immobilità lavorativa.

Le donne infatti faticano a fare carriera in molte professioni che spesso diventano delle microsocietà androcentriche dove emergere, sopravvivere, raggiungere risultati, ascendere professionalmente e schivare pregiudizi, violenze psicologiche e spesso anche fisiche diventa un’impresa che di stipendi ne varrebbe almeno tre.

La percentuale femminile fra professionisti e manager è decisamente statica e non agevolerebbe nessuna rappresentante del gentil sesso ad ascendere professionalmente come meriterebbe. A poco, in questo caso, serve la legge Golfo-Mosca, che ha portato sì la percentuale di donne nei board delle società quotate italiane al 36,4%, ma non ha avuto alcun impatto, neanche indiretto, sull’aumento della percentuale femminile nel management.

Il responso finale è una passeggiata. Le donne a tutt’oggi non solo risentono ancora di violenza di ogni tipo e di pregiudizi di genere ma anche di minore autonomia finanziaria e noi, come al solito, siamo lontani anni luce non solo dalla risoluzione del problema ma, prima ancora, dal riuscirne a parlare efficacemente senza equivocare concetti come, ad esempio, il femminismo e la parità di genere.

Possono degli episodi spiacevoli di cronaca nera, una giornata in ricordo della violenza sulle donne, le parole leggere e vuote di uno showman televisivo durante la conferenza stampa del Festival della Canzone Italiana e l’iniziativa di persone dello spettacolo, che si riducono ad essere aggregatori estemporanei di gente attorno all’argomento della parità di genere, rappresentare un buon pretesto per parlare di qualcosa di cui ci dovremmo ricordare di discutere sempre, non solo in occasione di fattacci e giornate commemorative?

Perchè dissotterrare ogni volta un dibattito che, invece, dovrebbe prendere costantemente il sole all’aria aperta e spandersi sulla bocca di tutti fino a diffondersi in ogni coscienza, anche in quella di chi sottovaluta ancora il problema?

Forse abbiamo sbagliato sin dall’inizio. Forse siamo ben lontani dal riuscire ad affrontare adeguatamente un discorso perché non riusciamo a non ricondurre qualsiasi cosa in un asciutto dibattito polarizzato.

Continueremo a sfogarci, ad attaccarci, a pretendere che tutto cambi, che tutto resti com’è, che si facciano passi indietro, passi in avanti ma, forse, continueremo a rimanere ciechi nei confronti dell’unica cosa per cui vale la pena tifare: riuscire a sbracciarsi fuori da questo marasma ed accorgersi, un giorno, dell’impossibilità di ottenere alcun pareggio non certo per tutti i dati poco positivi che abbiamo elencato ma perché non c’è, e non dovrebbe mai esserci, nessuna partita. Non ci sarebbe epifania più grande e sarebbe davvero un passo avanti, per tutti.

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