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DIARIO PANDEMICO

Giu 18 2020

di Francesco Martone

LUNGO LE ROTTE DELLA PANDEMIA COVID19 03-04-05-2020

Una mano di bimbo traccia con il gesso il volto di un nemico invisibile, che lo ha costretto in casa per mesi, lontano dai sui amici ed amiche, compagni e compagne di scuola. Una mano che lascia una traccia sul pavimento di un marciapiede, quasi un segno di riappropriazione di uno spazio pubblico, fino ad allora chiuso ermeticamente. Potrebbe essere il simbolo della fase 3, dopo settimane e mesi scanditi da cifre, ordinanze, riflessioni, paure e speranze. Credo sia l’immagine migliore per introdurre questa raccolta di pensieri e riflessioni che si sono snodate nel corso di questi mesi di pandemia una sorta di cronaca non quotidiana attraverso il COVID19. Una mappa senza orizzonti o piste tracciate. Che va letta al contrario, dalla fine all’inizio giacché, se una cosa è certa tra quelle che abbiamo provato a apprendere, è che non esiste più una fine o un inizio, un prima, e un dopo, a meno che non siamo noi a determinarlo con la nostra forza e la nostra passione.

INTRODUZIONE

Out of joint. In queste lunghe settimane di quarantena, ormai nella fase “2” ho avuto occasione per mollare gli ormeggi e riflettere, rimettere a fuoco, scandagliare, mettere in discussione, esplorare. Esplorare territori nuovi, quelli del transfemminismo, o meno nuovi ma con altre prospettive, come quelli dell’ecologia decoloniale. Ho colto l’occasione per mettermi in crisi, un privilegio raro, credo. Fatto yoga e provato a allenare l’unico muscolo che non può soffrire distanziamento fisico o sociale e che è chiuso nella scatola cranica.

Mi sono interrogato sull’altro, io che ero affascinato da Levinas e dal suo “io sono l’altro” ed oggi che l’altro significa minaccia ed io minaccia per l’altro. Sul mio privilegio. E poi sul concetto riduttivo di universalismo, dando corpo al concetto nuovo di Pluriverso, sulla frattura ecologica e coloniale della modernità. Ho provato a cogliere questa occasione per sperimentare il piacere di mettermi “fuori squadra” nei confronti di ciò che sapevo, avevo studiato e praticato fino a “prima”. Io bianco, ecologista, già messo in crisi nella mia frequentazione quotidiana con popoli indigeni, (più o meno un decennio), ed ora le cose iniziano a sedimentarsi, le scoperte di quel decennio iniziano a formare altro modo di intendere la maniera nella quale si abita nel mondo.

Ne parlavo con una cara amica ecofemminista boliviana, mentre ci scambiavamo qualche riflessione sul COVID, e sul fatto che non esista un prima, un durante ed un dopo, Ma esiste l’adesso, senza fasi prima, durante e dopo. E che questo debba portarci a rivedere profondamente molte categorie, analisi, concetti e pratiche. Che questo è il segno finale di una crisi di civiltà. Civiltà umanista, universalista, bianca, patriarcale. “Fuori Squadra” quindi, ed immaginavo come praticare l'”out of joint” di Amleto oggi.

Grazie ad una splendida mostra alla Galleria Nazionale qua a Roma scoprii come il tempo sia fuori squadra. Amleto diceva

“Time is out of joint

O cursed spite

That ever I was born set it right”“

Il tempo è fuor di squadraChe maledetta noia essere nato per rimetterlo in sesto”.Che maledetta noia appunto provare a rimetterlo in sesto senza mettersi in discussione. E mi sono visto altrove, spostato d’un tratto dal mio luogo di appartenenza culturale e politica semmai ce ne fosse stato uno io che ho sempre praticato la transumanza nella politica e nell’attivismo che sia nella società civile o nei movimenti.

Da tempo avevo in testa di provare a scrivere un libro sul virus della rivolta, sul demone della rivolta come lo chiamava Bakunin. Un virus contagioso e pericoloso, ed invece oggi mi trovo a fare i conti come tutta l’umanità con altro virus, sconosciuto ed inatteso. Spiazzarsi totalmente, insomma. E mi sono detto: e se ad un certo punto davvero facessi un salto in altro luogo, voltassi pagina per leggerne di nuove? Spesso mi sento come un navigatore solitario, senza mappa, alla ricerca di terre inesplorate, o semmai scrutate all’orizzonte. Magari alla fine non troverò nulla, come Guido Gozzano nella sua isola mai trovata. O forse navigherò solo perché non si può fare altrimenti.

il diario può essere letto online a questo link: https://issuu.com/rosajijon/docs/diariocovid_m

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