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La lotta per i diritti umani in Egitto non si combatte con fregate italiane

Giu 21 2020

di Marlene SimoniniOTHERNEWS

L’essere umano è un animale intelligente, assumiamolo come concetto base anche se scettici.

Al massimo della sua intelligenza, è riuscito a stilare una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 

La preziosità di tutto ciò sta nel percorso che l’umano in questione ha seguito: il discernimento tra giustizia ed ingiustizia, l’individuazione dei minimi diritti di cui ogni umano deve godere ed infine la lotta per il loro raggiungimento. Non è un processo scontato e parlando per assurdo sarebbe anche potuto non accadere. Il riconoscimento dei diritti umani ed il loro rispetto vacilla ancora, alle volte, insegnandoci che, seppure intelligenti, siamo un animale giovane in questo ambito.

Parliamo di Egitto, perché è qui che in questa settimana si sono concentrati eventi che non possono non rientrare nel sopracitato ambito “diritti umani”. Parliamo di Sarah Hegazi, attivista LGBTQ che si è tolta la vita pochi giorni fa, se l’è strappata di dosso perché quella vita, con lei, non era stata buona o generosa. A seguito di una una sua foto – meravigliosa – in cui stringeva la bandiera arcobaleno ad un concerto a Il Cairo era stata arrestata, incarcerata e maltrattata. In seguito a pressioni internazionali, era stata liberata ed aveva trovato asilo in Canada. Da qui aveva aiutato a liberare altri LGBTQ in Egitto. Sempre nella lotta, non ci resta che commemorare la fine della sua vita, tentando di non ascoltare nuovamente una storia del genere. 

Non dovrà accadere una cosa simile per Patrick George Zaki, ricercatore egiziano ventisettenne residente a Bologna, per la cui università svolgeva una borsa di ricerca. È stato incarcerato lo scorso 8 febbraio a seguito di una breve visita familiare in patria. Quattro giorni fa, il 16 giugno, ha compiuto gli anni in carcere e nello stesso giorno si è svolta l’udienza per il rinnovo della detenzione cautelare (che può essere convalidata ogni 15 giorni per un massimo di 200 giorni secondo la legge egiziana). L’accesso in aula è stato vietato sia a Zaki che ai suoi legali: misure così restrittive hanno subito una stretta ulteriore con il pretesto del rischio diffusione corona virus. Anche qui, i capi d’accusa per la sua detenzione non sono chiari, ma si pensa che i suoi post su Facebook in cui il giovane ricercatore incitava a pubbliche proteste per ottenere e affermare migliori diritti umani in Egitto non siano stati graditi dal generale al-Sisi. Il generale, divenuto presidente in seguito ad un colpo di stato che aveva destituito l’allora presidente Mohamed Morsi, detiene la carica dall’8 giugno 2014. Nel suo mirino, fin da subito, la libertà d’espressione, scivolosa e potente nel mondo moderno.

Dallo stesso anno in cui Al-sisi è divenuto presidente sono state emesse 2112 condanne a morte (fonte: Amnesty International), di cui 223 effettivamente eseguite. L’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione sostiene che dal maggio 2017 ben 513 siti web – tra cui portali informativi e siti a sostegno dei diritti umani – sono stati bloccati. 

Terza personalità, terzo giovane perso, in realtà primo in ordine cronologico, è Giulio Regeni. Anche lui ricercatore, anche lui tenera vita caduta nelle mani degli agenti di sicurezza egiziani (gli stessi che si occupano attualmente di Zaki). A 4 anni dal ritrovamento del suo cadavere, continua il giallo sulla sua morte e sui cartelli di Amnesty International, che si sollevano cercando e chiedendo instancabilmente verità. Questa settimana il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte si è espresso così “ho detto ai signori Regeni che se c’è stata incapacità di raggiungere risultati maggiori lo potete imputare a me direttamente”. Scuse apprezzate, che non si esprimono su una notizia sconcertante: l’Italia è in trattative con l’Egitto per la vendita all’Egitto di due fregate e ciò, stando alla Banca centrale egiziana, renderebbe l’Italia il quarto partner commerciale del Cairo (dopo Cina, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti).

È lapalissiano comprendere che l’unica lotta che deve essere svolta, in questo momento, è quella per il raggiungimento del rispetto dei diritti umani. E si tratta di una lotta, questa, che non viene combattuta con materiale bellico. Sarà la convergenza di più fattori in un’unica settimana, in un’unica terra, quella egiziana, ma all’inizio di questo articolo abbiamo assunto che l’essere umano è un animale intelligente e un animale intelligente – se veramente intelligente – non ha bisogno di armi. Un animale intelligente ha bisogno di libertà di espressione, di diritti rispettati, ha bisogno di un governo libero seppur regolamentato. 

Sono tre i giovani di cui abbiamo sottolineato il caso, ma non sono le uniche storie esistenti. 

Non finiranno le proteste se non finiranno i soprusi. 

E le armi, cari animali intelligenti, non faranno in modo che finiscano né le proteste né i soprusi. 

admin

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