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Omicidio Soleimani, un mandato d’arresto per Donald Trump

Lug 3 2020

di Gianfranco Maselli – OTHERNEWS

L’Iran emette un mandato d’arresto per Trump per aver ordito l’uccisione di Soleimani a Baghdad, l’ennesimo anello di sangue di una catena di soprusi che vanno perpetuandosi da decenni.

Manifestanti protestano dopo l’uccisione di Qassem Soleimani lo scorso Gennaio (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

La memoria umana fa una certa fatica a dimenticare i torti e le azioni indegne. Non è un caso che la tragedia greca le somatizzasse, incarnandole in demoni feroci che nel perseguitare i colpevoli non conoscono confine, oblio e perdono.

Come Edipo perseguito con violenza dalle Erinni anche dopo la fine di quel regno infame conquistato con l’inconsapevole omicidio del padre, così Donald Trump sembra destinato, anche quando il suo mandato sarà scaduto, a subire perennemente l’onta di un omicidio ignobile, difficile da cancellare nella memoria iraniana: quello di Qassem Soleimani avvenuto lo scorso 3 Gennaio.
Mentre il dibattito collettivo sembrava, come al solito, aver fatto dell’accaduto il solito evento di cui sparlare per pochi giorni e poi dimenticare, la data è un pensiero amaro che ha tenuto sveglio per mesi un paese intero fino alla decisione, intrapresa da Teheran 3 giorni fa, di emettere mandati d’arresto per 36 cittadini coinvolti nell’omicidio del generale iraniano.

Tra gli incriminati c’è anche il presidente Donald Trump, in cima alla lista e destinato ad essere perseguito anche al termine del suo mandato presidenziale, come dichiarato da Ali al-Qasimehr, il procuratore di Teheran.
Qasimehr continua, dichiarando che l’accusa nei suoi confronti è quella di aver ordito e messo in atto l’uccisione di Soleimani a Baghdad, un gesto così imperdonabile da aver spinto Teheran a chiedere all’Interpol di procedere con l’arresto del presidente degli Usa.

L’Organizzazione internazionale della polizia criminale, che ha sede a Lione, sarebbe tuttavia impossibilitata a procedere, considerato il divieto di intervenire sulle azioni di un politico ma non è escluso che dopo la fine del mandato del Presidente Usa possa succedere di tutto.

«Gli Iraniani non hanno dimenticato quello che è successo il 3 gennaio. Soleimani era una figura molto influente nell’establishment conservatore e all’interno della popolazione. Reagire quindi simbolicamente attraverso agenzie internazionali come l’Interpol porta con sé il messaggio che l’Iran non ha affatto dimenticato ciò che è successo.»

A parlare è Sanam Vakil, esperto sull’Iran dell’istituto di ricerca Chatham House di Londra.
Per lui non è affatto una sorpresa che Teheran voglia vendicare simbolicamente quanto successo e, sebbene sia chiaro che difficilmente, ad oggi, il presidente americano rischierebbe l’arresto immediato, è tuttavia interessante restare ad osservare, da una parte, gli svolgimenti che coinvolgeranno Trump al termine del suo mandato alla Casa Bianca il prossimo Gennaio e, dall’altra, scavare a fondo nel conflitto che lega Usa e Iran.

L’omicidio Soleimani è stato un omicidio politico e ideologico, un significante tragico che porta con sé significati e chiavi di lettura non trascurabili.
Non è né una novità né un mistero che l’élite americana cerchi con bramosia lussuriosa la capitolazione degli Ayatollah Sciiti. L’obiettivo tanto bramato è certamente ridisegnare il Medio Oriente per aprirsi un strada importante che conduca fino a Mosca e Pechino. Alla base del conflitto fra Stati Uniti e Iran, tuttavia, c’è di più.
Oltre a quel desiderio di colonizzazione e controllo, che da decenni guida i passi di una nazione che nasconde la sua sete di potere dietro la veste di “poliziotto globale”, vi è anche una sostanziale ed insanabile differenza tra due opposte visioni della vita.

Il secolarismo della decadente società americana, imposto con la forza a tutto l’Occidente come un credo unico basato su un’ossessiva ricerca del piacere, su un culto di una sfrenata libertà assoluta e sull’ idolatria del denaro, non può che essere percepito come un antagonista dal religioso mondo Iraniano, vessato da anni dall’aggressiva Real Politik Statunitense.
A nulla sembra servire il rifiuto dei diktat di potenze straniere che fanno dell’inganno, della prevaricazione e della conquista le proprie colonne portanti, perpetuando una continua sottomissione che genera, come conseguenza naturale, un perpetuo risentimento e una conseguente vendetta.

Nè la sottomissione nè la vendetta sembrano conoscere il peso diritti umani ma soltanto morti di serie A entro i propri confini e morti di serie B al di fuori di questi.

L’Iran, centro di antichi imperi i cui respiri si estendono lungo tutta la storia umana, ha sempre manifestato la volontà ferrea di decidere da sé la propria politica e il proprio corso vitale senza, tuttavia, riuscire a sciogliere un catena di sangue in cui si intrecciano anelli di soprusi e in cui sia l’Iran che gli USA si sono distinti, scambiandosi di volta in volta il ruolo di vittima e carnefice.

I casi più esemplari sono due. Il primo è un anello di questa catena datato 3 aprile 1988, giorno in cui il cacciatorpediniere americano Vincennes abbatté “per errore” il volo iraniano 655. Il risultato fu un bagno di sangue consumatosi nel territorio iraniano, vicino a Bandar Abbas, una strage a stelle e strisce che causò la morte dei 290 passeggeri, fra i quali vi erano anche 66 bambini.

Dopo gli eventi del 1988 l’Iran riuscì, solo molti anni dopo e con grande fatica, ad ottenere una parvenza di giustizia consistente in un risarcimento di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia senza, tuttavia, spezzare quella catena di sangue e sottomissione che non ha mai smesso di attanagliare il paese e alimentare il risentimento nei confronti degli Stati Uniti.

L’evento tragico sembra quasi rimare col secondo anello della catena, quello del Gennaio scorso, quando l’aereo dell’Ukraine International Airlines è stato abbattuto da due missili Iraniani Tor-M1, sempre “per sbaglio” l’8 gennaio 2020. Il Boeing 737-800 è stato attaccato pochi minuti dopo il suo decollo dall’aeroporto internazionale di Teheran-Imam Khomeini e, nello schianto, sono state ben 176 le persone a perdere la vita, fra cui 9 componenti l’equipaggio.

Sulle macerie di questo scontro fra due super potenze che dimenticano il valore di una vita straniera di fronte alla più selvaggia strategia e alla logica del più forte, non c’è nessuno a festeggiare, nessun eroe, nessuno stinco di santo, nessun anima viva, nessuna umanità.

Mentre i dibattiti collettivi e il chiacchiericcio della cronaca estemporanea nascono, crescono e muoiono velocemente, i drammi e le ingiustizie raccontate restano lì dove sono. Non c’è tragedia greca tramandataci in cui, chiuso il sipario, le colpe riescano a passarla liscia, a perdersi nell’oblio, a restare impunite e a fare distinzione fra gli esseri umani per la loro ricchezza, per il colore della pelle, per la loro religione o il loro titolo politico.
Forse i drammi dei nostri giorni meriterebbero questa stessa antica giustizia.

Oltre il sipario della tragedia, sembra esserci spazio soltanto per il buio dell’ingiustizia, del risentimento, le quinte del palcoscenico migliori per covare vendetta.

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