Guerre e Armamenti, Politica Internazionale

Armenia e Azerbaijan continuano a scambiarsi accuse e colpi d’artiglieria

Lug 16 2020

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

Troppo fragile la tregua su un confine che negli ultimi trent’anni non ha mai conosciuto una pace stabile e duratura

Certi argomenti vanno affrontati con una cartina a a portata di sguardo (AFP)

La fragile tregua raggiunta tra Azerbaijan e Armenia sembra essere prematuramente saltata in aria -volendo impiegare una figura retorica decisamente abusata- sotto i colpi d’artiglieria che i due Paesi continuano a scambiarsi lungo la linea di confine. I bombardamenti sono cominciati nella giornata di domenica e ad ora avrebbero causato la morte di un civile e 11 soldati azeri, tra cui anche un generale e di cinque militari armeni. Come al solito, i due Paesi si scambiano reciproche accuse di aggressione e non è chiarissimo chi dei due abbia dato il via all’ennesima lite di vicinato. Sta il fatto che le ostilità sono cominciate dopo l’ennesimo stallo nelle trattative sul Nagorno-Karabakh.

A questo punto, potrebbe sorgere legittima una domanda circa cosa sia, esattamente, il Nagorno-Karabakh. Per dare una risposta è necessario tornare indietro al 1991, quando dalle macerie dell’Unione Sovietica cominciarono a nascere Stati indipendenti, alcuni dei quali sono poi divenuti effettivamente tali, mentre altri sono stati schiacciati e altri ancora hanno ottenuto un’indipendenza de facto non riconosciuta dalla comunità internazionale. Tra quest’ultimi vi è anche il Nagorno-Karabakh, situato entro i confini dell’Azerbaijan ma abitato da armeni.

La dichiarazione d’indipendenza del Nagorno-Karabakh, nel 1991, diede il via a un sanguinoso conflitto durato tre anni tra l’Armenia, intervenuta a favore della comunità armena del Nagorno-Karabakh e l’Azerbaijan, inteso a riprendere possesso del proprio territorio. La guerra si concluse con una tregua che sancì una sostanziale vittoria dell’Armenia e riconobbe la situazione di fatto, sancendo l’indipendenza del Nagorno-Karabakh e l’occupazione da parte delle truppe armene di discrete porzioni di territorio armeno che garantiscono la continuità territoriale tra Armenia e lo Stato de facto e che permettono all’esercito armeno di difenderne il territorio.

Da allora, le relazioni tra Armenia e Azerbaijan sono sempre rimaste tese, con lo scoppio di episodi bellici di tanto in tanto, ragion per cui lo scoppio di queste nuove tensioni non ha meravigliato nessuno e non ha destato particolare scalpore. L’ultimo grave episodio si era verificato nel 2016, quando gli scontri di confine avevano causato più di 200 vittime. In quest’ultima recrudescenza di un conflitto decennale, gli scontri non sono scoppiati nei pressi del Nagorno-Karabakh, come consuetudine, ma più a nord, nel distretto di Tovuz, lungo quello che è propriamente confine tra il territorio sovrano dell’Armenia e dell’Azerbaijan.

Quest’ultimo dettaglio potrebbe avere potenzialmente importanza, poiché l’Armenia fa parte, assieme a Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan Tagikistan e soprattutto Russia, dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO): si tratta di un’organizzazione analoga alla NATO, per cui un attacco contro uno dei Paesi che ne fa parte deve essere considerato come un attacco contro tutti i Paesi membri. Finché le ostilità si svolgono nel Nagorno-Karabakh, che è uno Stato de facto, l’Armenia non può considerarsi oggetto di aggressione, ma se gli scontri hanno luogo lungo il confine tra i due Paesi, la cosa potrebbe potenzialmente avere ripercussioni più gravi.

L’uso ossessivo dell’avverbio “potenzialmente” è dovuto al fatto che, in verità, nessuno ha interesse a dar luogo a un’escalation. In effetti il CSTO ha adottato un approccio piuttosto imparziale alla disputa e il coinvolgimento di Paesi terzi nella disputa risulta estremamente improbabile. In primo luogo, non è chiaro chi abbia realmente dato il via alle ostilità e inoltre l’Azerbaijan è un importante esportatore di gas naturale, per cui lo scoppio di una guerra e la consequente destabilizzazione della regione non porterebbe vantaggi a nessuno.

Ciò cui stiamo assistendo è l’ennesimo capitolo di una guerra di confine mai realmente conclusa, che ha creato decine di migliaia di sfollati e rifugiati in passato e che continua a rimanere una ferita aperta, specialmente per l’Azerbaijan: in questi giorni a Baku le piazze si sono addirittura riempite di manifestanti che chiedevano la guerra con l’Armenia. Tuttavia, difficilmente la potrà evolversi in qualcosa di più imponente di uno sporadico scambio di colpi d’artiglieria e fucile lungo il confine.

Del resto è risaputo, il Caucaso non è una terra facile.

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