Diritti Umani, diritti civili, giustizia sociale, Nuove voci del giornalismo, Politica Internazionale, Società Civile

L’America tra legge e ordine, l’ultima parola sulla democrazia.

Set 6 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Donald Trump e sua moglie Melania

Siamo a domenica 23 Agosto, a Kenosha, nel Wisconsin, Jacob Blake, afroamericano 29enne, rimane paralizzato dopo aver ricevuto sette colpi di pistola alla schiena da parte di un membro della polizia. Nel giro di poche ore la città diventa un vero e proprio teatro di proteste anti-razziste.

Solo due giorni dopo l’accaduto, Kyle Rittenhouse, 17enne sostenitore di Trump, ha sparato con un fucile uccidendo due ragazzi che manifestavano in un corteo anti-razzista. I giornali locali avevano dichiarato che il giovane era stato rilasciato dalla polizia, nonostante le vittime: solo qualche ora dopo l’episodio, il ragazzo sarebbe stato arrestato dalle forze dell’ordine nella sua città, in Illinois. A Los Angeles questo lunedì un altro afroamericano è stato ucciso dalla polizia, si tratta del 29enne Gikon Kizzee, stava scappando opponendosi ad un controllo e, successivamente ad un pugno dato ad un poliziotto, gli agenti avrebbero sparato.

29 Agosto, Portland, in Oregon, i manifestanti sulla scia delle proteste Black Live Metters che da 100 giorni infiammano gli USA, dall’uccisione da parte di un agente di George Floyd, si scontrano con una carovana di sostenitori del Presidente Donald Trump. Minacce, insulti, spari ed una vittima: si tratta di un ragazzo bianco, con un cappellino dei Patriot Prayer, gruppo di estrema destra americano, qualcuno registra anche la scena postandola su Twitter. Immagini che fanno letteralmente il giro del mondo.

Ma questa è solo una piccola rassegna dei fatti accaduti questa settimana, di quelli forse più “eclatanti” dal punto di vista umano e di cui si fa menzione nei giornali. Non si deve dimenticare che effettivamente il problema razziale-politico è ormai divenuto un problema all’ordine del giorno non solo nei cortei, ma anche e soprattutto nei bar, nelle piazze, nelle scuole.

La crisi di sicurezza di cui gli USA sono protagonisti a soli tre mesi dalle elezioni, e con quasi 200.000 morti dovuti alla pandemia, rappresenta semplicemente lo specchio di uno scenario sempre più chiaro e tangibile, di un trumpismo sempre più forte in quella fetta di America che parla a nome di una Nazione forte e libera, di una Nazione che ha messo al proprio posto i nemici (Cina, Iran) facendosi rispettare, di una Nazione che non rispecchia più “l’America” esportatrice di democrazia e globalizzazione.

Legge ed ordine

Poliziotti caricano i manifestanti usando spray al peperoncino – Photo: AFP

Law and order. È questo il tema centrale su cui la politica repubblicana di Donald Trump sta spingendo nella sua corsa alla Casa Bianca a soli tre mesi dalle elezioni; una corsa che, secondo le statistiche del politologo Helmut Norpoth, lo porterebbero ad essere in testa rispetto al rivale Joe Biden, democratico, contraddicendo quindi tutti i sondaggi. Sicuramente il sistema elettorale americano fa in modo che non sia proprio la maggioranza del popolo a decidere ma è anche vero che il clima che si è andato a creare in vista delle elezioni è forse più favorevole all’ala repubblicana. La campagna elettorale del Presidente non è stata altro che un filo conduttore tra quel che è stato e quel che sarà sulla base ideologica tradizionale dei conservatori e delle loro guerre culturali. Trump, si può dire, è un leader a tutti gli effetti, un vero osso duro da standing ovation con una retorica capace di toccare nel profondo tradizioni e memorie impressi nel DNA americano e i cui termini, temi ed immagini, rivelano il reale e radicale cambiamento del paese rispetto ai valori innalzati alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un esempio potrebbe essere la Convention di Charlotte di fine Agosto ove il Presidente ha ribadito i punti chiave della sua politica passando in rassegna delle conquiste ottenute (si pensi alla costruzione del muro, alla sconfitta del califfato dell’Isis, all’uccisione di Al-Baghdadi), rievocando Lincoln per poi promettere rafforzamento di esercito e polizia, più giudici anti-aborto e rivendicando la politica protezionistica con dazi verso chi vuol approfittare del Paese: “Terrorizzeremo chi ci terrorizza”.

Nonostante gli appelli del governatore Tony Evers del Wisconsin, e del sindaco John Antaramian, proprio da Kenosha, fulcro delle agitazioni anti-razziste, questa settimana il Presidente è ripartito con il rilancio del progetto “Law and Order” – Legge ed Ordine – visitando i luoghi più colpiti dai manifestanti e ribadendo l’importanza della Guardia Nazionale: “Non è stata una protesta pacifica. Si tratta di terrorismo interno”.

Le forti disuguaglianze economiche fra gli Stati Americani hanno sicuramente aumentato il problema della sicurezza e quindi della criminalità nelle realtà più povere. C’è da sottolineare che il Senato americano si trova attualmente sotto il controllo proprio di queste realtà, primi sostenitori delle politiche del Presidente Trump.

Sicuramente Joe Biden non si dà per vinto, così come tutta l’onda Dem. Vuole il cambiamento, la restaurazione, mostrare il netto contrasto tra due personalità: temperamento ed empatia da un lato, fermezza ed autorità dall’altro, in un’America ormai divisa internamente dallo stesso netto contrasto dei due rivali. Nel programma elettorale democratico non mancano allargamento della riforma sanitaria in vista dell’emergenza Coronavirus, politica energetica e rafforzamento delle tutele sindacali ricalcando più volte la necessità di riportare dialogo e serenità alla Nazione. Alle critiche riguardo la sua età, Biden ha riposto scegliendo la personalità di Kamala Harris come sua vice: la prima donna di colore a poter essere eletta vice presidente (nonché probabile candidata per il Partito Democratico nel 2024), dalle origini giamaicane ed indiane, di larghe vedute, una voce dal respiro progressivo e portatore di multilateralismo e multiculturalismo proponendo un’America unita e senza discriminazioni razziali.

Come elencato in precedenza, infatti, numerosissime sono le proteste negli USA, proteste che sicuramente ricalcano le problematiche economico-sociali interne al paese e la rivalità fra i due candidati. L’America, ancora una volta palcoscenico nel mondo, è ad oggi infuocata da scontri tra manifestanti, uccisioni e violenze, discriminazioni razziali e strategie elettorali, statistiche e lotta di tweet: la corsa alla Casa Bianca sembra essersi fatta sempre così sempre più accesa. Chi vincerà?

Questione di diritti

A partire dal 2017, dichiara il World Report 2020 di Human Right Watch, gli USA hanno il più alto tasso di incarcerazione criminale con 2,2 milioni di persone in prigione ed altri 4,5 milioni in libertà vigilata. Anche all’interno delle carceri, ma in generale in ogni contatto che l’individuo ha con la legge, le disparità razziali sono una cruda realtà sempre presente: il tasso di reclusione di donne di colore è il doppio rispetto alle donne bianche; per quanto riguarda gli uomini, la reclusione di uomini afroamericani è quasi sei volte superiore rispetto ai bianchi.

La pena di morte è ancora consentita in ben 29 Stati e le leggi che vietano il diritto di voto a persone con condanne penali sono sempre vigenti. Per quanto concerne il sistema di giustizia minorile, ogni giorno vengono tenuti in isolamento circa 50.000 bambini; 2.200 giovani sono incarcerati per reati di “status”, atti non penali considerati violazioni della legge solo perché gli individui in questione hanno meno di 18 anni. Inoltre, si legge sempre nel Report, tutti i 50 stati continuano a perseguire i minori nei tribunali penali per adulti; secondo il Comitato dei cittadini per i bambini, circa 32.000 bambini sotto i 18 anni vengono ammessi ogni anno nelle carceri per adulti.

Nel 2019 milioni di persone sono scese in strada nelle Americhe per protestare contro gli alti livelli di violenza, disuguaglianza, corruzione e impunità o sono state costrette a lasciare i loro paesi in cerca di salvezza, si legge nel Rapporto Amnesty International 2019-2020 .

Per tutta risposta, gli Stati Uniti hanno stroncato le proteste e il diritto d’asilo, in completo spregio dei loro obblighi nazionali e internazionali. Tali movimenti di protesta richiedevano infatti trasparenza e rispetto di diritti umani ma in quasi tutti i paesi Latino Americani, come in Venezuela, Bolivia, Cile, è stato fatto uso eccessivo della forza. E mentre le persone in fuga da una violenza persistente e diffusa cercavano di trovare protezione negli USA, l’amministrazione Trump le ha rimandate indietro: decine di migliaia di persone sono state dunque costrette ad attendere il proprio destino in Messico, in condizioni di rischio, sulla base dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, meglio noti come le politiche del “Rimani in Messico”.

Gli Usa hanno impedito a un numero sempre maggiore di richiedenti asilo il diritto all’assistenza, applicando programmi segreti di espulsione rapida. Dopo la minaccia dell’amministrazione Trump di imporre nuovi dazi doganali, da quanto dichiara Amnesty, il governo del Messico non solo ha accettato di ricevere e rimandare forzatamente indietro richiedenti asilo ai sensi dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, ma ha anche dispiegato l’esercito per impedire alle carovane dei migranti latino americani di attraversare il suo territorio per arrivare alla frontiera con gli Stati Uniti.

Migliaia di bambini vengono separati dalle famiglie migranti al confine tra Messico e Texas

Parliamo di politica “tolleranza zero”: molti minori sono rimasti bloccati lungo il confine con il Messico in Texas visto il loro ingresso illegale negli Stati Uniti. Intercettati infatti i migranti alla frontiera con gli USA, i genitori vengono separati dai figli nell’attesa di conoscere il verdetto da parte dell’agenzia per l’immigrazione sulla loro permanenza o meno nel Paese, verdetto che può richiedere anche mesi. Secondo le nuove regole sull’immigrazione, infatti, chi vuol chiedere asilo negli Stati Uniti deve presentarsi in un posto di frontiera senza tentare di entrare di nascosto nel paese, pena la perdita di ogni diritto presso le autorità. Numerose sono state le proteste su questa situazione, l’ONU in prima linea contro la separazione delle famiglie ed il trauma che questo può infliggere ai minori. “Le autorità hanno fatto anche ricorso alla detenzione arbitraria e indefinita dei richiedenti asilo come metodo deterrente per dissuaderli dal chiedere protezione e/o per costringerli ad abbandonare la richiesta, infliggendo così una forma di trattamento crudele, disumano e degradante – denuncia Amnesty – Bambini, donne, anziani, persone LGBT e persone con disabilità o gravi problemi di salute sono stati particolarmente esposti a questo tipo di maltrattamento, per via della sofferenza causata dalla detenzione arbitraria e dal trattenimento in strutture inadeguate. I richiedenti asilo sono stati detenuti anche per anni senza possibilità di libertà condizionale ed eventuali richieste di questo tipo sono state puntualmente respinte dalle autorità statunitensi dell’immigrazione”.

Due lati di una stessa medaglia, le due facce d’America, due fazioni che nell’ultimo periodo si scontrano sempre più ferocemente e le cui conseguenze ricadono inevitabilmente su quella parte della popolazione più povera e debole. 

C’è da riflettere sul fatto che il programma messo in atto da Trump negli ultimi anni, ha solo aggravato un problema che gli USA hanno in realtà da sempre, un problema sistemico e strutturale: razzismo, pena di morte, deportazioni...

La costituzione liberale e giusnaturalista Americana nasce da pensieri di filosofi come Hobbes e Spinoza, dal “giusto politico” di Aristotele ed è una costituzione in cui vale il principio della sovranità ascendente e quindi che va dal popolo verso il governo: il suo scopo è proprio quello di proteggere il singolo individuo. Nel primo emendamento del 1987 della Costituzione Americana, Funzione dichiarativa dei diritti si legge: «1 – Il Congresso non potrà fare alcuna legge che stabilisca una religione di Stato o che proibisca il libero esercizio di una religione; o che limiti la libertà di parola o di stampa; o il diritto del popolo di riunirsi pacificamente, e di rivolgere petizioni al Governo per la riparazione di torti».

Un Paese dunque che da sempre si dice esportatore di democrazia, che basa la propria costituzione illuminista su libertà, diritti, uguaglianza, mentre poi viola in maniera discutibile i più fondamentali diritti umani. 

La situazione delle ultime settimane non può essere altro che lo specchio di una realtà che si sta sicuramente trasformando: con le elezioni, l’ultima parola sulla democrazia ce l’avranno proprio gli elettori.

“Law and Order”: un ordine, però, messo a dura prova.

admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *