Guerre e Armamenti, Politica Internazionale

Spari ad alta quota

Set 11 2020

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

Dal 1975 vigeva la prassi di non impiegare armi da fuoco sul confine tra India e Cina, proprio perché il confine aveva già causato una guerra tra i due Paesi ed è una potenziale fonte di pericolose escalation, ma questa settimana, per la prima volta da 45 anni, sono stati sparati dei colpi.

Confine tra India e Cina e territorio contesi dell’Aksai Chin: nella mappa viene indicato il luogo dello scontro di giugno

La notizia è che sul confine tra India e Cina, nello specifico nella regione di Shenpaoshan/Chusul, sono stati sparati alcuni colpi di arma da fuoco. Non è chiaro chi abbia sparato -India e Cina si rimbalzano ovviamente la responsabilità- e non sono state registrate vittime, per cui il gesto potrebbe essere facilmente declassato a innocuo incidente, ma va in realtà ad interrompere una convenzione in vigore ormai di 45 anni, per cui non si sarebbero dovute impiegare armi da fuoco lungo il confine tra i due Paesi. Le ragioni di questa consuetudine vanno ricercate nella particolare problematicità di quello che è un confine tra due Potenze economiche e demografiche lungo il quale si è già combattuto in passato. Ma perché questo confine è così problematico? Per spiegarlo occorre fare un classico “spiegone” che ci porterà indietro di qualche anno per poi tornare il più rapidamente possibile al presente.

Torniamo quindi sino all’inizio del XX secolo, cominciato non esattamente nel migliore dei modi per la Cina. La Rivoluzione del 1912 aveva posto fine al millenario ma ormai agonizzante Impero Cinese e la deposizione dell’imperatore aveva dato il via a una stagione di sanguinosi conflitti interni. Prima era stata la volta dei Signori della Guerra, in lotta per spartirsi il territorio, poi cominciò la Guerra Civile tra nazionalisti e comunisti e mentre questa era ancora in corso i giapponesi tentarono l’occupazione prima della Manciuria e poi di porzioni sempre più ampie di territorio cinese.

Questa stagione traumatica si concluse nel 1949, quando il Mao-Tse Tung unificò nuovamente il Paese sotto l’egida del Partito Comunista Cinese. Con la conclusione della stagione di instabilità la Cina tornò immediatamente a guardare al Tibet, che aveva approfittato del collasso dell’Impero per dichiarare la propria indipendenza e già nel 1950 le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione invase la regione, che l’anno seguente venne formalmente riportata sotto l’autorità di Pechino.

La rioccupazione cinese del Tibet portò la Repubblica Popolare Cinese a condividere un vasto confine montuoso con l’India, che nel frattempo si era resa indipendente dall’Impero Britannico ed era guidata dal Presidente Nehru. La relazione tra i due Paesi erano state invero avviate sotto ottimi auspici, con il riconoscimento diplomatico immediato del nuovo governo di Pechino da parte dell’India, la quale divenne il primo Paese non socialista a prendere questa iniziativa, già nel gennaio del 1950.

Tuttavia, l’annessione del Tibet minacciava di incrinare le relazioni tra i due Paesi: la regione montuosa svolgeva un’importante funzione di Stato-cuscinetto tra le due potenze e, soprattutto, l’annessione della regione poneva l’imbarazzante questione della definizione dei confini tra i due Paesi. L’impero Britannico aveva concluso nel 1914 un vantaggioso accordo con i rappresentanti del Tibet indipendente, che tracciava il confine tra Tibet e India britannica lungo quella che sarebbe divenuta nota come linea McMahon: il governo indiano, dopo l’indipendenza del Paese, continuò a ritenere valido l’accordo, che però non era mai stato riconosciuto dal governo cinese.

Le relazioni tra i due Paesi non sembravano tuttavia destinate necessariamente a deteriorarsi. L’India riconobbe l’annessione del Tibet nel 1954, quando le delegazioni di India e Cina, incontratesi per discutere la questione, enunciarono i cosiddetti 5 Principi della Coesistenza Pacifica, tra cui rientravano anche la “mutua non-aggressione e non-interferenza”, il “mutuo rispetto per l’integrità e sovranità territoriale dell’altro” e, per l’appunto, la “coesistenza pacifica”. Questi principi avrebbero avuto vita breve.

Di fatto, la questione dei confini non era stata realmente mai veramente risolta, ma solamente rimandata. Inoltre, la decisione del governo indiano di dare asilo al Dalai Lama dopo l’insurrezione tibetana fallita del 1959 non alimentò certamente la fiducia del governo cinese verso Nuova Dehli, poiché la Repubblica Popolare Cinese percepiva la presenza del governante di Lhasa appena fuori dai confini del Tibet come una potenziale minaccia. Il susseguirsi di rivendicazioni territoriali, minacce e incidenti di confine culminò nel 1962 con l’attacco cinese alle posizioni indiane.

Quella che verrà poi chiamata “guerra sino-indiana” si concluse con una rapida e umiliante sconfitta per l’India e con l’occupazione de facto della regione dell’Akhsai Chin. Le truppe cinesi non si sono mai ritirate dall’area e la situazione fattuale non ha mai avuto un riconoscimento giuridico. Il confine tra India e Cina è tornato ad essere luogo di scontri nel 1968 e nel 1975, ma il confine è rimasto sostanzialmente invariato e da allora non si sono più registrati scontri a fuoco.

Tuttavia, sebbene l’India non riconosca la sovranità cinese sull’area, ha concluso con Pechino nel 1993 un’intesa per la definizione della cosiddetta Line of Actual Control, che definisce le rispettive aree di occupazione e poi nel 1996 un altro accordo che vietava l’impiego di armi da fuoco nell’area. Con questi due accordi l’India non ha rinunciato alle proprie rivendicazioni: semplicemente, si prende atto della situazione de facto e si cerca di evitare che possibili scontri di frontiera possano portare a un innalzamento della tensione o a veri e propri conflitti, come accadde appunto negli anni ’60 e ’70.

Eppure, nel corso di questo 2020 abbiamo assistito a due importanti violazioni di questi accordi, per la prima volta in 45 anni: gli scontri di giugno, combattuti con coltelli, bastoni e spinte giù per i ripidi dirupi dell’Himalaya, sono stati i primi scontri con esito letale dal 1975 ad oggi, mentre quelli di questa settimana sono stati i primi spari registrati sulla Line of Actual Control.

Come detto, l’India non ha mai abbandonato le rivendicazioni sulla regione occupata dai cinesi e la postura nazionalista del governo Modi ha sicuramente portato a un incremento della tensione nella regione. La presenza di un vicino così ingombrante come la Cina, che mira ad affermarsi come potenza leader nel continente asiatico, spinge il governo di Nuova Delhi ad alzare la posta in gioco nel tentativo di contenerne l’espansione. D’altro canto sappiamo anche che la Cina non tollera categoricamente alcuna intrusione e non è disposta a fare alcuna concessione su ciò che considera ricadere sotto la propria sovranità nazionale.

Quella in corso è una preoccupante escalation tra due potenze militari, economiche e demografiche a livello regionale, se non mondiale nel caso della Cina. Cina e India occupano rispettivamente il terzo e quarto posto nel Global Firepower ranking -indice che misura il cosiddetto “PowerIndex” di ogni Paese, sulla base di fattori prettamente militari ma anche finanziari, logistici e geografici- ed è doveroso ricordare come entrambi i Paesi siano dotati di armi nucleari, ragion per cui un conflitto potrebbe avere esiti disastrosi.

Abbiamo ripercorso nel corso dell’articolo le escalation che portarono a un confine in piena regola e la storia ci insegna che anche quelli che possono sembrare scontri militari a bassa intensità possono degenerare in conflitti. D’altro canto, bisogna anche rilevare che i due Paesi, nel corso degli ultimi decenni, hanno dato prova di una grande capacità di autocontrollo e di una ferma volontà di evitare escalation. è difficile immaginare che il confronto in atto possa degenerare in qualcosa di peggiore di una schermaglia di confine, ma la risoluzione pacifica di queste tensioni dipenderà anche dalla saggezza dei leader dei due Paesi.

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