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Al Sarraj tra incudine e martello?

Set 25 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Annunciate le inaspettate dimissioni del premier Libico, intanto Haftar dà l’ok per la riapertura dei pozzi petroliferi.

Fayez Al Sarraj, Presidente del governo di Tripoli, annuncia le dimissioni per il mese Ottobre. “Dichiaro il mio desiderio sincero di cedere le mie responsabilità al prossimo esecutivo” afferma in un video messaggio trasmesso in televisione pubblica “non più tardi della fine di ottobre”, sottolineando più volte gli sforzi fatti per tentare una riconciliazione delle varie Istituzioni dello Stato libico. L’annuncio di Al Sarraj, che non guiderà più il governo di Accordo Nazionale a Tripoli, comunque manterrà i poteri fino alla costruzione del nuovo esecutivo cercando di evitare a tutti i costi una situazione di “vuoto di potere”. Una situazione sicuramente inaspettata, difficile per tutta la comunità internazionale che, con Tripoli, dovrà capire non solo chi sarà il suo successore ma, soprattutto, chi o cosa c’è dietro il suo abbandono.

Al Sarraj tra incudine e martello? Staremo a vedere.

Facciamo il punto.

Un vero e proprio colpo di scena, quello di Al Sarraj, se si pensa al fatto che l’esecutivo solo a Giugno era riuscito a respingere l’attacco a Tripoli iniziato nel 2020 dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar; una vittoria arrivata grazie all’intervento della Turchia, entrata nel conflitto proprio a favore del Governo di Unità Nazionale (GNA), che ha permesso di rompere l’assedio nella Capitale e riconquistare alcuni centri chiave nell’intera area. Lo spostamento del confronto verso Sirte, poi sospeso per un cessate il fuoco, aveva dato spazio a diverse proteste da parte della popolazione stremata da una guerra che dura ormai da anni, una popolazione scesa in piazza per manifestare contro cattive condizioni di vita, carenza di servizi e corruzione nella Capitale libica chiedendo, inoltre, nuove elezioni. Una situazione disastrata anche dal punto di vista economico: il blocco per la produzione del petrolio attuato dalle milizie del generale Haftar, infatti, avrebbe portato a perdite di oltre 9,8 miliardi di dollari mettendo letteralmente in ginocchio il Paese. Ma Khalifa Haftar, appoggiato da Russia, Emirati, Egitto e Francia, ha mantenuto la promessa all’ambasciata degli Stati Uniti comunicando, a due giorni dall’annuncio delle dimissioni del rivale Al Serraj, l’ok per la riapertura dei pozzi petroliferi chiusi ormai da otto mesi per rappresaglia: un blocco attuato a metà gennaio dopo il fallimento dei colloqui di Mosca per la pacificazione della Libia.

Nuovi scenari

Non a caso, proprio ad Ottobre, si terranno a Ginevra i negoziati per la formazione di un governo che rimpiazzi quello riconosciuto ad oggi dall’ONU. L’obbiettivo sarebbe quello di riportare alla stabilità un Paese che da troppi anni vive una guerra civile interna contro le milizie di Haftar, al controllo della Libia orientale. Come? Raggiungendo un accordo, un’intesa che preveda una nuova composizione del Consiglio Presidenziale ed in cui siano rappresentate tutte le diverse sfaccettature del Paese: Tripoli, Fezzan, Cirenaica. I dialoghi erano già iniziati nelle ultime settimane ma i negoziati erano stati paralizzati dalle dimissioni del capo del governo dell’Est Abdullah al Thinni. Che l’atto di Al Sarraj sia solo un “colpo di grazia” dato a fazioni libiche e potenze internazionali per spingere ai negoziati e trovare una soluzione alla crisi libica entro Ottobre? Avrebbe deciso di sacrificarsi sull’onda di Abdullah al Thinni per l’avvio di una stabilizzazione tra Est ed Ovest? O è la resa di un leader ormai stanco?

Quello che è certo, d’altronde, è che il puzzle libico è ormai senza alcuna stabilità e sicurezza: un Paese non solo diviso tra area Tripoliana sotto il controllo del Gna e quella Cirenaica sotto l’Lna di Haftar ma, più a sud, ci sono da tener presenti anche diverse zone di tribù in conflitto contro organizzazioni terroristiche, ad esempio lo Stato Islamico.

C’è inoltre da sottolineare che l’annuncio di Haftar per la riapertura dei pozzi petroliferi è arrivato proprio a pochi giorni dall’incontro di Russia e Turchia, fra le potenze più influenti del conflitto libico (la prima sponsorizzava Haftar tramite mezzi e mercenari, la seconda al sostegno di Al Serraj), che avrebbero deciso per “progressi sostanziali” circa il futuro della Nazione. Congelare il conflitto spartendosi le zone di influenza? Sicuramente non sarebbe la prima volta per Mosca ed Ankara l’arrivo a soluzioni di questo genere. Verrà preso in considerazione anche l’Egitto, “ultimo” (si fa per dire) attore di questa vicenda?

I giochi sono ancora aperti.

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