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Clima, ultima chiamata

Ott 9 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Bologna ha rilevato che da gennaio al 15 settembre 2020 si è registrata un’anomalia di +1,25°C rispetto alle temperature medie di lungo periodo (dal 1980 al 2020)

Alluvioni, scioglimento dei ghiacciai, inondazioni, uragani: nonostante le fortissime problematiche e “pressioni” poste dalla Natura in questo 2020, la questione climatico-ambientale è oggi tra quelle meno sentite e supportate. Dove sono finiti i Green Deal?

A Luglio era stato lanciato l’allarme da parte dell’ONU per via delle temperature più alte di un grado nel 2020-24: l’impatto coronavirus non ha ridotto i livelli di CO2. A seguito del rinvio dovuto al Coronavirus della COP26 (la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, organizzata dal Regno Unito in collaborazione con l’Italia), il Ministro italiano dell’Ambiente Sergio Costa in merito ha dichiarato: “Manteniamo con determinazione il nostro impegno sulla sfida climatica. Affrontare i cambiamenti climatici richiede un’azione forte, globale e ambiziosa”.

L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr di Bologna ha rilevato che da gennaio al 15 settembre 2020 si è registrata un’anomalia di +1,25°C rispetto alle temperature medie di lungo periodo (dal 1980 al 2020).  Le conseguenze dei cambiamenti climatici interessano tutti i Paesi dell’intero globo, sono in aumento tutti i fenomeni meteorologici estremi: dalle precipitazioni ai cicloni, dalle calotte polari che si sciolgono all’innalzamento dei mari, ondate di calore senza precedenti e siccità. Tutto questo comporta rischi innanzitutto per la salute umana, interferendo direttamente ed indirettamente con un’ampia varietà di malattie: i mutamenti climatici sono, ad esempio, un fattore determinante per la diffusione di malattie infettive, alterando le condizioni ambientali, e favoriscono la replicazione dei vettori che trasmettono il patogeno.

A pagarne è soprattutto l’economia (agricoltura, silvicoltura, energia, turismo), un esempio è il periodo dal 1980 al 2011 in cui le alluvioni hanno colpito più di 5,5 milioni di persone e provocato perdite economiche dirette per oltre 90 miliardi di euro. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la nostra crisi di inquinamento atmosferico è ancora più mortale della pandemia da Covid-19 e causa circa 7 milioni di vittime l’anno. A livello globale, nove persone su 10 respirano aria che non soddisfa le linee guida dell’OMS per la limitazione degli inquinanti, e i risultati sono anche peggiori per le persone nei paesi a basso e medio reddito, i cui governi continuano a costruire il loro potere industriale con una produzione ostile per l’ambiente. L’emergenza climatica è una crisi della sanità pubblica e sono i poveri e gli emarginati del nostro mondo che stanno sopportando il peso delle conseguenze.

Alluvioni, numeri da capogiro

I Paesi in via di sviluppo dipendono fortemente dal loro territorio, disponendo di pochissime risorse: eventi estremi di questo tipo mettono a dura prova popolazioni che quotidianamente convivono con problematiche legate soprattutto alla malnutrizione. Solo quest’anno, in Africa, circa seimila persone sono state colpite dalle inondazioni: quasi 1,5 milioni di sfollati, numeri che, secondo i dati forniti dalla Bbc all’ONU, sono aumentati di sei volte negli ultimi cinque anni. Parti del continente stanno registrando le piogge più torrenziali del secolo e non è da sottovalutare il riscaldamento dell’Oceano Indiano.

Parliamo di realtà ove questo genere di catastrofi meteorologiche sono di centrale importanza in quanto portano a distruzione di bestiame e piantagioni; realtà ove si cerca in tutti i modi di far fronte a quella che è la crisi economica e sociale messa in atto dalla pandemia globale e ove l’insicurezza alimentare è diffusissima. In Nigeria, in particolare nello stato nord-occidentale di Kebbi, le inondazioni hanno danneggiato oltre 500.000 ettari di prodotti agricoli per un importo di circa 5 miliardi di naira (13 milioni di dollari), secondo NKC African Economics. I coltivatori di riso della zona hanno espresso preoccupazione per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle imprese, data la mancanza di raccolto quest’anno, mentre la produzione agricola è stata colpita dal terrorismo e dal banditismo. 

Il fiume Niger è straripato e ha isolato la capitale del paese, Niamey, uccidendo almeno 45 persone e costringendone a sfollare circa 226.000, secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero degli affari umanitari del paese. Nel frattempo, più di 1.500 famiglie sono state cacciate dalle loro case nel nord del Camerun. Il Sudan ha imposto uno stato di emergenza di tre mesi, con le piogge che hanno distrutto circa 100.000 case e ucciso più di 100 persone. Fonti d’acqua, scuole e strutture sanitarie sono state danneggiate a migliaia. In Sudan, più di 100 persone sono morte e circa 5.000 sono state sfollate a causa dello straripamento del Nilo Bianco, secondo l’agenzia di stampa statale del paese, mentre le inondazioni hanno anche devastato parti del Ghana, Burkina Faso e Mali. Una vera e propria emergenza umanitaria.

La situazione si fa sicuramente più drammatica se si pensa che questi territori stanno già combattendo l’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus; paesi messi in serie difficoltà dal punto di vista dei contagi, dall’attuazione delle norme preventive, dalle criticissime disponibilità igienico-sanitarie.

Uragani

Il 2020 sta battendo ogni record di formazione di cicloni tropicali e di uragani, una stagione tanto intensa per quanto riguarda i fenomeni di questo tipo, da meritarsi un nome dalla NOOA: a giugno ne abbiamo avuti due (Cristobal, prima tempesta di lettere C, e Dolly), quattro a luglio (Edouard, Fay, Gonzalo e Hanna, prima tempesta di lettere H) e cinque ad agosto (Isaiah, Josephine, Kyle, l’uragano maggiore Laura e l’uragano Marco). Il picco di concentrazione si è registrato a settembre, con addirittura sette cicloni tropicali, di cui tre uragani, entro metà settembre (Omar, l’uragano Nana, l’uragano Paulette, Rene e l’uragano Sally più Teddy e Vicky).

Numerosissime le vittime; solo con Laura circa 700mila persone sono rimaste senza energia elettrica (500mila in Louisiana e 200mila in Texas), molte di queste anche senza acqua corrente con venti che arrivavano fino a 150 chilometri orari. Da sottolineare sono sicuramente anche i numerosi danni alle infrastrutture che spesso possono tramutarsi in situazioni irreparabili: sempre in Louisiana, Laura ha provocato anche un incendio presso l’impianto chimico vicino il lago Charles: l’intera area è stata disseminata di alberi caduti, detriti, segnali stradali e lampioni strappati da terra.

Secondo gli esperti, le cause di questi fenomeni così devastanti e pericolosi sono da riscontrare nuovamente nel riscaldamento degli Oceani: l’innalzamento delle temperature delle acque favorisce la formazione di cellule temporalesche all’altezza del Tropico del Cancro e nell’Atlantico Orientale. Un altro fattore, sicuramente da tenere in considerazione, è proprio quello della Niña. “La probabilità che La Niña si formi è stata presa in considerazione nelle previsioni record della NOAA per la stagione degli uragani del 2020 in cui è “estremamente attiva “, poiché La Niña indebolisce i venti tra la superficie dell’oceano e i livelli superiori dell’atmosfera, il che consente agli uragani di crescere più facilmente”, sottolinea Brandon Miller, meteorologo della CNN.

Groenlandia sulla via del “non ritorno”

I ghiacciai hanno subìto una riduzione importante nonostante i vari interventi contro il riscaldamento globale. Nell’estate del 2019, lo scioglimento di circa 600 miliardi di tonnellate di ghiaccio ha contribuito per il 40% all’innalzamento dei mari. Secondo Xavier Fettewis, studioso dell’Università di Liegi in Belgio, un altro complice di tale situazione, e quindi dell’aumento delle temperature, potrebbe essere proprio l’aumento del numero di giorni con condizioni anti-cicloniche (cieli limpidi senza nuvole) che comporta un aumento delle radiazioni solari sulla superficie ghiacciata, riscaldandola e sciogliendola.

Ad oggi, l’Antartide è sulla via del “non ritorno”; lo scioglimento sta infatti causando un intenso innalzamento del livello del mare e portando all’alterazione sempre più consistente delle catene alimentari con una perdita diretta della biodiversità, aumento delle superfici vegetate e della tundra (specie a rischio sono orsi polari e tartarughe marine). Altri fattori di estrema importanza sono rappresentati dalle modifiche all’albedo terreste: nevi e ghiacciai infatti aiutano a riflettere le radiazioni emesse dal sole mantenendo stabili le temperature sulla Terra. La riduzione di questi comporterebbe un elevato assorbimento di energia da parte del terreno, liberata in un secondo momento sotto forma di fonte di calore con un conseguente ingente aumento di temperature.

Il rischio di non ascoltare la scienza. A cosa si andrà incontro?

I cambiamenti climatici ed il degrado ambientale sono una fortissima minaccia per l’Europa, ma sopratutto per l’intero Globo. Tematiche come queste dovrebbero essere fortemente presenti nell’impatto mediatico ed informativo della popolazione che quotidianamente potrebbe spostare il proprio pensiero verso una quotidianità più ecosostenibile ed a impatto zero sull’ambiente. Proprio questa settimana, il Parlamento Europeo ha votato un emendamento sugli obiettivi pro clima per il 2030; il target di riduzione dei gas effetto serra passerà al 60% rispetto ai livelli del 1990. Sicuramente un passo forte e positivo, ma il Green Deal europeo e tutto il suo piano d’azione sta portando a qualcosa di concreto o sarà il solito “buone intenzioni ma poche soluzioni”?

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