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Il caos socio-politico del Kirghizistan

Ott 17 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Il Kirghizistan, ad oggi, è al secondo posto per i Paesi più poveri dell’Asia centrale. Il 30% del PIL è costituito da rimesse degli immigrati ma la popolazione è giovanissima e questa è una speranza.

Il Kirghizistan, diventato indipendente da soli 29 anni, si trova oggi in una situazione drammatica e di completo caos sociale-politico dovuto principalmente al risultato delle ultime elezioni parlamentari avvenute domenica 4 Ottobre. L’esito dello spoglio si era concluso con la vittoria dei partiti filorussi: un risultato fortemente contestato non solo dalla popolazione, ma soprattutto dalla stessa Commissione Elettorale che ha reagito annullando l’esito delle elezioni. Il Presidente della Repubblica in carica, Soorombai Jeenbekov, figura vicinissima ai partiti vincitori, aveva dichiarato di essere disposto a dimettersi visto l’accaduto annunciando, inoltre, lo stato di emergenza nel Paese fino al 31 ottobre 2020.

Diverse sono state le manifestazioni da parte della popolazione, spesso anche in forma violenta provocando un morto e tanti, troppi feriti; una popolazione stremata dalla povertà, da un’economia che non funziona: c’è da ricordare che il Kirghizistan è ad oggi il secondo Paese più povero in Asia centrale, con il 30% del PIL costituito prettamente da rimesse degli immigrati.

La folla di manifestati ha così liberato dal carcere gli ex Ministri Satybaldyiev, Iskov, e Sadyr Japarov. Proprio quest’ultimo, figura centrale dello svolgimento delle vicende, nominato dal Consiglio Supremo nuovo premier ad interim: Japarov dovrà così riuscire a condurre il Paese a nuove elezioni, facendo i conti con una drammatica situazione che vede in pericolo non solo l’unità ma anche la stessa serenità e pace sociale del Kirghistan. Tutti i deputati presenti nella residenza presidenziale della capitale Bishkek hanno votato unanimemente per lui e per il Governo proposto. Ovviamente, il clima di caos nella Repubblica caucasica è alimentato dalla contestazione del Governo appena insediato, perché eletto da un Parlamento delegittimato dalle elezioni poi annullate.

Ma che c’importa del Kirghizistan? Vi starete chiedendo.

Il 5 ottobre, al termine delle elezioni presidenziali, come detto in precedenza, in modo per lo più pacifico numerosi cittadini sono scesi in piazza per protestare: il maggior flusso nella capitale Bishkek, ma poi anche a Talas, Naryn e Osh. Le forze di polizia sono intervenute usando cannoni ad acqua, pallottole di gomma, gas lacrimogeni e granate assordanti: vi sono stati episodi di violenza anche da parte dei manifestanti.

Secondo il Ministero della Salute, gli ospedali hanno prestato cure a 686 feriti, tra cui diversi giornalisti, il 6 ottobre il Comitato per la protezione dei giornalisti ha denunciato sei attacchi nei confronti di giornalisti che stavano svolgendo il loro lavoro.

A partire dal giorno in cui la Commissione ha annullato il risultato delle elezioni sono entrati in scena vari attori non statali: secondo quanto dichiara Amnesty, due autoproclamati Comitati di coordinamento hanno dichiarato di aver preso il controllo della situazione e sono state costituite le Pattuglie di cittadini volontari a sostegno delle forze di polizia. La preoccupazione che la situazione degenerasse era fortissima, visti soprattutto la serie di attacchi alle strutture di emergenza medica da parte dei manifestanti ed il sequestro di alcune ambulanze. Il Ministro ha anche denunciato la mancata osservanza delle misure di contrasto alla pandemia da Covid-19: quel giorno il numero di casi positivi è salito a 245, contro i 53 casi di metà settembre.

Nelle ultime ore un ulteriore colpo di scena in quanto il Presidente Sooronbay Jeenbekov ha rassegnato le dimissioni: “Non mi aggrappo al potere. Non voglio entrare nella storia del Kirghizistan come un presidente che ha versato sangue e sparato sui suoi stessi cittadini. Per questo motivo, ho preso la decisione di dimettermi”.

Una situazione davvero preoccupante se si pensa alle incidenze che queste vicende avranno nel secondo Paese più povero dell’Asia centrale, il cui sostentamento interno è basato fondamentalmente sull’agricoltura e l’esportazione di tabacco, cotone e minerali. Dal punto di vista economico, nonostante lo scioglimento dell’URSS e del suo passaggio ad un’economia di mercato, il Paese rimarrà sempre strettamente legato a Mosca: una disgregazione che portò il Kirghizistan ad un aumento di criminalità e crescente diffusione di corruzione. Altro elemento di instabilità viene rappresentato dai vari conflitti etnici presenti, ancora oggi, in un Paese in cui sono presenti kirghisi, uzbeki e russi, ove la cultura è colma di elementi e rimandi alla realtà sovietica, un esempio potrebbe essere la sua lingua ufficiale. La Russia si estranierà da quello che sta accadendo in un territorio così storicamente e tradizionalmente ad essa legato?

Diritti umani

Oggi il Kirghizistan è tra i luoghi in cui la lotta femminista sta subendo una repressione brutale.

Opiniojurs, in merito al dramma delle donne rapite e forzate al matrimonio, ha dichiarato che: “Nonostante il divieto sancito dall’articolo 155 del Codice penale e la condanna fino a sette anni di carcere, in Kirghizistan se un uomo rapisce una donna per sposarla, corre un rischio estremamente basso di essere perseguito dalla legge. Dovesse invece rubare una pecora o una mucca, avrebbe buone chances di finire in prigione, condannato ad un massimo di undici anni per furto di bestiame”. Il rapimento di una donna per farne propria sposa, o Ala Kachuu (ossia “prendi e fuggi”), è infatti una pratica diffusissima: la donna viene portata a casa dell’uomo ove amici e parenti cercano di convincerla ad accettare l’accordo il cui simbolo è rappresentato da un velo bianco (jooluk) che, alla fine, viene posto sul capo della sposa. Molto spesso, inoltre, il rapimento include lo stupro: questo elemento è centrale se si pensa al fatto che, in tale realtà, se si trascorre anche solo una notte a casa del rapitore la verginità viene messa in dubbio e ciò provoca pesanti problemi dal punto di vista dell’onore e della possibilità di un futuro matrimonio (la stessa cosa accade in occasione di divorzio). Durante i primi sei mesi del 2019, in tutto il paese sono stati perseguiti 118 casi penali di rapimento di una sposa.

Nel rapporto “Meno uguali: i difensori dei diritti delle persone Lgbt in Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan”, risalente al 2017, anno in cui erano fortissime le passi repressive Russe in merito alle relazioni non “tradizionali”, alcuni ricercatori hanno tentato di denunciare libertà vietate e discriminazioni in merito alla popolazione Lgbt nei quattro Paesi ex Urss. Diversi sono stati infatti i tentativi di introdurre leggi omofobiche, il Kirghizistan ha emendato la Costituzione nel 2016 per vietare espressamente i matrimoni omosessuali, questa è ancoraggi vigente.

Differentemente da quanto si possa pensare, il Kirghizistan, è in realtà una risorsa umana enorme: ben il 30% della popolazione infatti ha meno di 14 anni (nonché al dodicesimo posto mondiale per la spesa pubblica nell’educazione). Un fattore realmente concreto e positivo se si pensa al fatto che la popolazione così giovane deve affrontare quotidianamente tutte le situazioni sopra descritte, tra conflitti etnici, instabilità politica e libertà violate. Nonostante ciò, proprio in queste nuove generazioni, vengono riposte tutte le speranze per il futuro.

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