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Da Giulio Regeni a Patrick Zaki: quale verità sull’Egitto?

Dic 12 2020

Qual è la verità sull’Egitto? Il caso Regeni arriva a un punto di svolta ma sono altri 45 i giorni di custodia cautelare per Patrick Zaki. Mentre ci si aspetta che la comunità internazionale insista nella richiesta di scarcerazione dello studente egiziano, Macron incontra Al Sisi e gli conferisce la Legion d’Onore.

di Rosarianna RomanoOTHERNEWS

la verità sull'egitto

L’Italia, l’Egitto e il caso Regeni

A due anni dalla loro iscrizione nel registro degli indagati, la procura di Roma ha ufficialmente incriminato quattro agenti della National Security Agency, i servizi segreti dell’Egitto, per il rapimento e l’omicidio di Giulio Regeni, ucciso nel 2016 al Cairo mentre svolgeva ricerche per la sua tesi sui sindacati egiziani.
Gli accusati sono Tariq SabreAthar Kamel Mohamed IbrahimCapt Uhsam Helmi e Maj Magdi Ibrahim Abdelal Sharif: tutti e tre saranno indagati per sequestro di persona pluriaggravato, mentre Sharif è anche accusato di lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato.

«I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi – afferma Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni – e questo ce lo dimostra la famiglia Regeni. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile. Questo è un punto di partenza, ci sono voluti cinque anni. Sono passati due anni dalle dichiarazioni del governo, in cui si chiedevano impegni, conseguenze e responsabilità e non abbiamo capito ancora a quali il governo si riferisse. Chiediamo di richiamare immediatamente l’ambasciatore per consultazioni in Italia. Bisogna dichiarare l’Egitto “Paese non sicuro” e bloccare la vendita di armi».

Ecco, sempre quella la questione: troppo spesso il governo italiano sceglie la via della collaborazione, cioè quella degli interessi economici.

Cosa dovremmo aspettarci, allora, per il caso di Patrick Zaki? Quanto dovrà ancora attendere prima di essere finalmente rilasciato?

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Patrick Zaki: l’agonia continua

Il 6 dicembre la corte del Cairo ha rinnovato la custodia cautelare per Patrick Zaki: lo studente egiziano dell’Università di Bologna resta in carcere altri 45 giorni, dove si trova dallo scorso febbraio con l’accusa di propaganda sovversiva.

Poche settimane fa, tra il 15 e il 19 novembre, anche tre dei dirigenti dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), una delle maggiori Ong egiziane per la difesa dei diritti civili, con la quale Zaki collaborava, sono stati arrestati, innescando una catena di richieste di  scarcerazione.
I loro nomi sono Gasser Abdel Razek, direttore esecutivo, Karim Ennarah, dirigente per la giustizia penale e il responsabile amministrativo Mohamed Basheer: tutti sono incriminati per presunta militanza in favore della Fratellanza musulmana – in Egitto messa al bando come terrorista – e accusati di aver diffuso informazioni false e di aver complottato contro lo Stato.

Il 2 dicembre anche uno dei volti più noti di Hollywood, quello di Scarlett Johansson, ha chiesto all’Egitto la scarcerazione dei tre dirigenti e quella di Zaki: una voce, questa, che è finalmente arrivata ad una platea più ampia e si è unita a un coro già ricco di istituzioni e Paesi, con l’Italia e Bologna in prima linea, che chiedono a gran voce la libertà per Patrick e la verità sull’Egitto.

Infine, il procuratore generale del Cairo, giovedì 3 dicembre, ha deciso di rilasciare i militanti dei diritti umani, confermando tuttavia il congelamento dei conti correnti bancari dei tre.
Ma, due giorni dopo, Zaki, presente in aula, non è stato scarcerato: resta dietro le sbarre nella sua cella, dove probabilmente non possiede nemmeno un letto su cui dormire, come riportano gli attivisti della pagina Facebook Patrick Libero.

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Verità sull’Egitto: diritti umani o interessi economici?

Il 7 dicembre Emmanuel Macron ha accolto all’Eliseo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Questa cerimonia, nel corso della quale il presidente francese ha conferito al leader egiziano la Gran Croce della Legion d’Onore – massima onorificenza della Repubblica che viene concessa a tutti i presidenti in visita di Stato in Francia – si è svolta in sordina: le immagini, infatti, sarebbero state riprese e trasmesse solo dai media egiziani.

Il filo conduttore che unisce Macron e al-Sisi si chiama Recep Tayyip Erdoğan: il primo, infatti, ha ringraziato il presidente egiziano per aver supportato la Francia nei giorni di tensione innestati dall’indignazione per le vignette satiriche su Maometto, che hanno portato la seguente escalation e la campagna di boicottaggio dei prodotti francesi invocata da Erdogan. D’altro canto, Al-Sisi non ha mai digerito l’opposizione turca al colpo di Stato del 2013, oltre che la promozione da parte di Erdogan di un islam politico in tutta la regione araba.

In più, dal 2015, la Francia ha venduto un numero non indifferente di armi all’Egitto, tra cui due portaelicotteri di classe Mistral di fabbricazione francese e due dozzine di aerei da combattimento avanzati Rafale.

D’altra parte, tornando in Italia, non bisogna dimenticare la vendita all’Egitto delle due fregate per un valore di 1,2 miliardi e, in generale, che, prima ancora, nel 2019, il regime di Al Sisi è stato il principale cliente dell’industria bellica italiana, con un’autorizzazione all’esportazione per 871 milioni di euro, principalmente per elicotteri.

Allora, quale è la verità sull’Egitto? Amnesty International, la famiglia di Giulio, così come l’Università di Bologna con gli amici e i colleghi di Zaki, hanno chiesto a più riprese al governo italiano di esercitare pressioni sul regime dAl Sisi, arrivando sino all’interruzione delle relazioni diplomatiche con il Paese.
Come dimostra il caso di Macron di questa settimana, d’altra parte, gli affari per gli armamenti vanno in una direzione diversa (e non solo in Francia): la direzione che mette a tacere – e mette in ginocchio – i diritti umani.


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