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Svizzera, burqa vietato: è giusto o sbagliato?

Mar 8 2021

In Svizzera burqa vietato: in un momento storico in cui tutto il mondo copre il suo volto con le mascherine, con il 51,2% gli elettori elvetici hanno approvato il referendum sul testo di modifica costituzionale che vieta di celare il volto in tutti i luoghi pubblici. Libertà della donna o imposizione?

di Rosarianna RomanoOTHERNEWS

Svizzera burqua vietato
Donne musulmane durante la Rivoluzione Islamica in Iran del 1979

In un periodo storico nel quale tutti abbiamo il volto semicoperto da una mascherina e paghiamo sanzioni in caso contrario, con una risicata maggioranza, pari al 51,2% e con 20 cantoni su 26 (contrari Basilea Città, Zurigo, Appenzello Esterno, Ginevra, Berna e Grigioni), gli elettori elvetici hanno approvato il referendum sul testo di modifica costituzionale che vieta di celare il volto in tutti i luoghi pubblici. In questi spazi, quindi, per le donne musulmane, in Svizzera, il burqa o niqab è vietato. Inoltre, per i manifestanti di piazza, niente più passamontagna per celare il loro volto e, di conseguenza, non farsi identificare dalle telecamere della polizia.

La norma approvata prevede eccezioni al divieto di coprire il volto solo per i luoghi di culto e per motivi inerenti a sicurezza, salute, condizioni climatiche e usanze locali, come quelle legate al carnevale.

Burqua vietato in Svizzera: i sì e i no

«Il velo integrale è strettamente legato all’ideologia islamista radicale e contrario al nostro modello di vita». È questo il pensiero del Comitato di Egerkingen, da cui è partita, grazie ad esponenti legati all’Udc – il partito sovranista svizzero maggioritario al Parlamento Federale – la battaglia che vieta in Svizzera burqa e niqab.

Al contrario, per il Governo e la maggioranza del Parlamento federale, contrari all’iniziativa, il divieto imposto è considerato esagerato, soprattutto se si considera che nel Paese le donne che indossano il velo integrale è stimato in poche decine.
A condannare l’esito del voto anche i Giovani Verdi svizzeri, i quali affermano di voler aiutare le donne toccate dal divieto ad impugnare le decisioni delle autorità.
Da rilevare, infine, la presa di posizione preoccupata del Consiglio centrale islamico per il quale, ora, con il burqa vietato in Svizzera, «l’islamofobia è ancorata nella Costituzione». 

Ancora nei confini svizzeri: è giusto vietare il burqa?

Ci troviamo in Svizzera, la terra di libertà, l’ «isola luminosa nel coprifuoco europeo» come diceva Vittorio Sereni, quel grande poeta di Luino che, in un contesto storico sconvolto dalla seconda guerra mondiale, osservava Locarno da una sponda del lago maggiore, guardando quella sfera d’acqua come sinonimo di raggiungimento di libertà.

Qui, durante un dibattito televisivo, Marlyse Dormond, storica esponente socialista di Losanna, ha dichiarato: «Portare burqa e niqab è come indossare una prigione ambulante». Questa definizione apre a un complesso dibattito che affonda le sue radici nella nostra storia contemporanea e che coincide in parte con la dicotomia tra due mondi, l’oriente e l’occidente.

Inoltre, in Ticino – cantone svizzero che già dal 2013 aveva vietato l’uso del burqa nei luoghi pubblici – nel 2017 si è tratto un bilancio delle multe erogate alle donne con velo, scoprendo che in 4 anni erano state appena 6. Dunque, se a conti fatti non sussiste una gran diffusione di tali simboli islamici, vuol dire che invece a emergere è più il timore nei confronti di una potenziale islamizzazione della società svizzera?
La questione è delicata: in un paese laico e – appunto – libero l’intellighenzia del potere dovrebbe o no garantire alle donne musulmane una scelta nell’indossare o meno il burqa?

Leggi anche: Islam e islamofobia

I tipi di velo islamico

Innanzitutto facciamo un po’ di chiarezza terminologica. In questo caso è stata imposta una legge che in Svizzera vieta alla donna di indossare il burqa o il niquab: il burqa, espressione di una frangia particolarmente conservatrice dell’Islam, è il velo che copre interamente il volto delle donne e ha una rete all’altezza degli occhi per vedere; il niqab è il velo che copre il volto femminile lasciando gli occhi scoperti.

Quindi, secondo tale legge, altri indumenti tipici sarebbero ammessi. Tantissimi sono, infatti, i tipi di velo:

  • chador, generalmente nero, indica un velo sulla testa e un mantello su tutto il corpo;
  • hijab, normale foulard che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso;
  • khimar, mantello che copre dalla testa in giù, in alcuni modelli fino a sotto i fianchi, in altri fino alle caviglie e – a seconda della tradizione locale – può avere un velo che copre anche il viso;
  • jilbab, lungo abito che copre completamente il corpo della donna. 

Un salto nel passato: la Rivoluzione Islamica e il burqa

In mente si aprono le immagini della rivoluzione islamica in Iran del 1979 e di quelle donne «in jeans di Teheran» che decisero di tornare a «coprirsi la testa col velo delle loro avole», come affermava il giornalista Giuseppe Boffa sulle pagine dell’ ”Unità” nel febbraio dello stesso anno.  

Già allora il dibattito era acceso e, in Italia, alcune donne facevano sentire la loro voce. La dirigente dell’UDI, la fiorentina Adriana Seroni, si opponeva contro l’immagine dello chador come simbolo progressista, considerandolo piuttosto un segno di rilancio verso visioni patriarcali sul ruolo della donna; Oriana Fallaci davanti a Khomeini, il leader indiscusso della rivoluzione islamica, offesa, con rabbia – e le unghie tinte di rosso – buttava via lo chador.

Tuttavia, nel 1979 alcune donne musulmane scendevano nelle piazze di Teheran e sceglievano liberamente di indossare il velo. In quel caso, quest’ultimo (che fosse chador, hijab, khimar, jilbab poco importa) rappresentava un gesto frutto di una decisione fatta dalle donne per le donne che inneggiavano alla rivoluzione contro lo Scià. Era un periodo di transizione dove, osannando Khomeini e maledicendo lo Scià Reza Pahlavi, si proponeva un modello di società basato sull’Islam, smarcandosi così dall’imperialismo occidentale e rinunciando, insieme ad esso, anche ai suoi idoli – dal bere al ballare al nuotare liberamente in costume – .  

In quel caso il velo, qualunque esso fosse e qualsiasi lunghezza e colore avesse, restava in ogni caso simbolo di lotta e di fede musulmana (e anche, come in seguito emerse, di fanatismo) tout court.

Oltre la svizzera: è giusto vietare il burqa?

la Svizzera ha vietato l’uso del burqa alle donne musulmane e tale questione apre numerose domande che, nel giorno della “festa” della donna, è doveroso porsi in quanto toccano nel profondo i diritti delle donne.

Se noi, quando potremo ricominciare a viaggiare, ci recassimo nei paesi arabi ortodossi saremmo obbligati a indossare il velo per rispetto della loro cultura. Nel mondo occidentale, invece, poiché millantiamo di essere l’esempio di diritti civili, di democrazia, di libertà d’espressione (anche se la storia e soprattutto la spinta al colonialismo che noi in quanto occidentali abbiamo avuto nei confronti del Medio Oriente ci insegna che quota di soggettivismo ha assunto la definizione di “diritti”), dovremmo garantire a chi solca il nostro paese, anche nei luoghi publici, di esprimere in libertà il loro credo religioso.

Allora quali sono i fattori in campo? C’è chi parla di diritti delle donne, partendo dal presupposto che il burqa in quanto burqa non può mai essere una scelta libera: le donne, in assenza di condizionamento ideologico, non deciderebbero mai di passare la vita a casa o coperte completamente dalla testa ai piedi quando escono.

Quindi, dovremmo essere legittimati a pensare che in un paese occidentale sia giusto non alimentare certi simboli di estremismo religioso in quanto limitanti della libertà di una donna? Oppure queste imposizioni forzate possono portare a una ancora più sentita dicotomia fra i due mondi e a radicalizzare una concezione di un oriente fanatico e incomprensibile ai nostri occhi?

Sono domande alle quali è difficile dare una risposta. Questa decisione referendaria, infatti, da un lato può essere vista come una spinta per garantire maggiori diritti alle donne, dall’altro come stretta da parte dell’occidente in nome di un’islamofobia generalizzata per limitare l’espressione di donne di una cultura e religione diversa.

La generalizzazione del “mondo musulmano”

Qualsiasi sentiero questo dibattito – che ha preso le mosse dal burqa vietato in Svizzera – ci porti a solcare, dovremmo tuttavia sempre evitare gravi incidenti, il primo dei quali è il sovrapporre un’entità storica che ha sfumature di significato diverse ad una idea generalizzata di “mondo musulmano” come figura unica e incomprensibile che aleggia e minaccia le nostre vite di occidentali.
Come ricorda lo storico Cemil Aydin nella sua introduzione all’illuminante libro “L’idea di mondo musulmano” :

«Circa un quinto della popolazione attuale è costituito da musulmane e musulmani. Le loro società, dislocate in ogni angolo della terra, variano per etnia, ideologia politica, nazionalità, cultura e ricchezza. Tuttavia […] basta solo un’occhiata ai titoli di prima pagina dei giornali per rendersi conto che quest’unità non esiste: oggi quelle stesse persone che pretendono di parlare in nome di tutti i musulmani prendono di mira come nemici altri musulmani.»

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