Politica Internazionale

Perché i democratici Usa perderanno anche nel 2020 (se non la piantano col «dogmatismo liberal»)

Nov 8 2019

di Gianluca Mercuri

«Nel novembre 2020 l’impeachment di Trump sarà dimenticato. La grande battaglia sarà tra risentimento bianco e multiculturalismo woke». Edward Luce ci indica la vera direzione che ha preso l’America: far fuori il presidente per via giudiziaria è un’illusione, ed è solo uno dei due errori capitali che stanno commettendo i democratici. L’altro è l’insistenza su quello che fino a poco tempo fa veniva riassunto dall’espressione politically correct e che adesso si chiama woke, gergo afroamericano che si è imposto nel linguaggio comune per indicare consapevolezza e vigilanza costante su diritti civili, razzismo, discriminazioni, disuguaglianza. 

In America è in atto una guerra culturale che per intensità rievoca la guerra civile. Da una parte c’è l’estremismo ideologico trumpiano, dettato dalla necessità di tenersi gli elettori bianchi di fede evangelica — l’81% dei quali votò per Donald nel 2016, e senza i quali non può rivincere. La conseguenza, se il presidente otterrà il secondo mandato, sarà la cancellazione di conquiste come il matrimonio gay e l’aborto. Dall’altra c’è il «dogmatismo liberal», che porta i dem (e a cascata la sinistra europea) all’ossessione verso quella il filosofo francese Didier Eribon (leggetevi l’intervista che ha dato a Elena Tebano per lo scorso numero di 7) chiama la politica delle identità: a furia di pensare soltanto a minoranze, gay, donne e migranti, si sono visti voltare le spalle dal loro zoccolo duro, lavoratori e in particolare lavoratori bianchi nel caso americano. Roger Cohen sul New York Times l’aveva spiegato più brutalmente: i diritti dei transgender sono fondamentali, «ma se il luogo in cui devono pisciare è la prima battaglia di un partito, quel partito non ha molte chance».

Il dogmatismo liberal ora non aliena alla sinistra solo la classe operaia, avverte la firma del FT, ma pure quella media. Una «maggioranza esausta» che non appartiene a nessuno dei due campi culturali, che non ha partito preso e che non se la passa bene da un ventennio: il suo reddito dal 2000 si è abbassato, proprio mentre le conquiste liberal avanzavano in campo civile. 

Si legge spesso che la debolezza principale di Elizabeth Warren sia il suo radicalismo economico, ma non è vero: è il radicalismo culturale, spiega Luce. Il piano della candidata dem per alzare le tasse ai ricchi nei sondaggi «tira» eccome. Quello che la fregherà è la condiscendenza con cui ha trattato un ascoltatore della Cnn che sosteneva che il matrimonio è solo tra uomo e donna: «Chissà se una donna vorrà mai sposare te», gli ha detto in pratica. «Invece di spiegare i suoi principi, si è presa gioco dell’intelligenza di chi aveva idee diverse». E così «persone che stanno nel mezzo, che possono anche essere favorevoli al matrimonio gay ma frequentano chiese che non lo sono, che simpatizzano per i migranti ma vogliono un confine col Messico sicuro, si sentono guardate dall’alto verso il basso. Implicare che chi non la pensa come te sia un retrogrado non è un gran modo di conquistare voti». Le sinistre prendano appunti, anche da questa parte dell’oceano. 

Va anche detto, però, che il lavoro delle destre è più facile. Che Trump può essere molto sprezzante con chi ha idee diverse dalle sue, senza pagare dazio. Che se i dem devono stare attenti all’elettorato «medio», a lui per vincere basta motivare i suoi fedelissimi negli Stati decisivi, con una sofisticatissima campagna social. La verità è che in ogni partita le sinistre giocano in trasferta, e partono con un paio di gol di svantaggio.

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