Ambiente, Diritti Umani, Giustizia Sociale, Politica Internazionale, Società Civile

Tra la Bibbia e la Wipala. La Bolivia al bivio

Nov 13 2019

di Francesco Martone

Noi che viviamo dall’altro lato dell’oceano, dobbiamo analizzare i fatti Latino americani affrontando la  “colonialidad” che abbiamo nella nostra testa.

TIPNIS sta per Territorio Indigena y Parque Nacional Isiboro-Sècure.  Le vicende del TIPNIS  possono forse aiutare a  riassumere la realtà nuda e cruda che in queste settimane in Bolivia si è manifestata con tutta la sua evidenza e contraddittorietà.  

Questa chiave forse può aiutare a scandagliare quello spazio immateriale e non detto che intercorre tra l’adesione sic et simpliciter al sostegno quasi fideistico di un progetto “supuestamente” rivoluzionario, e il suo rigetto altrettanto fideistico in chiave reazionaria, oligarchica. Insomma, lo spazio che intercorre tra chi oggi grida al golpe o al tradimento e chi alla liberazione dal tiranno. 

Categorie e parole che cancellano ogni possibilità di articolazione e analisi critica, che faccia tesoro di quanto – molto di più di quanto arrivi qua nelle rappresentazioni e posizionamenti mainstream e piuttosto ideologici e di “sinistra” – si muove nei movimenti sociali, organizzazioni indigene e di base, ecologiste, femministe e libertarie del continente. E dai quali forse avremo qualcosa da apprendere.

TIPNIS, è un’area protetta di foreste, abitate da tempo immemorabile da popolazioni indigene. Il piano del governo di Morales era di aprire una strada contro la volontà delle comunità locali, un segno dell’impronta modernizzatrice che lui ed il suo governo volevano imprimere al paese. Un’esperienza che ha praticato indubbiamente una rottura forte con l’ordine precedente, aprendo una via possibile di emancipazione e liberazione per popoli e classi che parevano destinate alla subalternità eterna. E quella strada venne fatta, contro la volontà popolare, repressa duramente dalla polizia di Evo.

Ricordo il grido di denuncia di una donna indigena boliviana alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici di Bonn di qualche anno fa: “Evo hai mandato la polizia a picchiarci, Evo tu non sei uno di noi!” Un po’ come la leader storica dei movimenti indigeni ecuadoriani Blanca Chancoso, che nelle settimane scorse marciò alla testa delle donne indigene che sfilarono nelle strade insanguinate di Quito per protestare contro l’FMI, l’aumento del prezzo dei carburanti e contro il presidente Morales. Blanca Chancoso che venne attaccata a suo tempo da Morales per essere connivente con la destra reazionaria a causa della resistenza della CONAIE alle scelte politiche e economiche di Rafael Correa, quella stessa CONAIE che ha alimentato il levantamento delle settimane scorse. Giova ricordare che anche Evo ebbe il suo “gasolinazo” nel 2010 quando si trovò di fronte ad una rivolta popolare innescata dall’annunciato aumento del prezzo della benzina. In una lettera a Morales Blanca Chancoso rigettò tutte le critiche, chiosando, quasi profeticamente: “caro Evo, i presidenti passano noi indigeni rimaniamo e rimarremo, nella speranza di poterci un giorno reincontrare”.

Torniamo al TIPNIS che ha rappresentato per Morales la cartina al tornasole della sua lealtà ai principi conclamati nella Costituzione boliviana, quelli della Pacha Mama e dei diritti della Natura così chiaramente delineati nella “Cumbre de los Pueblos” di Cochabamba di qualche anno prima. Interessante il parallelo con quanto stava accadendo nell’Ecuador di Rafael Correa, con il progetto ITT-Yasuni, promosso da movimenti sociali ed ambientalisti ecuadoriani ed internazionali per tenere il petrolio “bajo tierra” e non danneggiare un ecosistema fragilissimo e la sopravvivenza di popolazioni indigene non-contattate. Mentre negoziava prestiti internazionali per il progetto, Correa stava con l’altra mano negoziando concessioni petrolifere ai cinesi. E nonostante il fatto che la Costituzione ecuadoriana declamasse i diritti della natura ed una Consulta Popular nazionale avesse determinato il sostegno al ITT-Yasuni, poi ricusato con lo scrutinio delle schede  manomesso e posto sotto tutela dei militari. Chi proponeva ITT-Yasuni e contrastava l’estrattivismo venne schedato, seguito, spiato, criminalizzato.

Due parabole assai simili e significative. Altri due episodi significativi riguardo al TIPNIS servono a dare altri elementi di contesto. Per anni i negoziati ONU sul clima hanno rappresentato uno spazio importante che la Bolivia ha sempre usato come spazio politico, di rivendicazione e di costruzione di un proprio profilo internazionale. Uno spazio nel quale praticare o meglio usare la narrativa della Pacha Mama, e della prima presidenza indigena del paese. Uno spazio che era inizialmente presidiato da una delegazione con a capo Pablo Solon (ora fortemente critico di Morales e delle scelte del suo governo), folta di rappresentanze indigene di base, quelle della CIDOB. Ad un certo punto, di punto in bianco cambiano le carte. Solon si dimise in contrasto con le scelte estrattiviste di Morales e comparvero sulla scena due CIDOB, quella “autentica” e quella “oficialista”, incarnata da un manipolo di indigeni in costume con un portavoce di governo, l’unico che parlava castellano, e loro senza traduzione in aymara o quechua.

Secondo episodio, sempre relativo al TIPNIS, quando una delegazione del Tribunale dei Diritti della Natura prova a fare una visita di sopralluogo per acquisire elementi direttamente dalle comunità impattate. Una delegazione composta da autorevoli accademici ed attivisti ecologisti e di sinistra, per un tribunale fatto di alti rappresentanti indigeni, accademici e, appunto, attivisti latinoamericani e non. Ebbene quella delegazione venne sequestrata a scopo intimidatorio per una giornata più o meno da cocaleros della zona. Già, perché poi agli atti risultò che obiettivo di Morales era di aprire quella strada per agevolare i cocaleros ed assicurarsi il loro sostegno politico. Ed ecco che dietro TIPNIS si apre – come nel gioco del cacciamine con il quale molti di noi ci deliziavamo sui nostri laptop in tempi immemorabili nelle pause noiose del nostro lavoro di – ora attempati – attivisti ecologisti e per i diritti dei popoli indigeni – un quadro ben più ampio.  TIPNIS come esempio del paradigma sviluppista, della “grandeur” vera o presunta che avrebbe poi portato Morales ad annunciare il lancio di un satellite costruito in Cina, il Tupac Katari 1, l’apertura del paese ai transgenici (dapprima proibiti e che lo stesso Evo qualche anno prima imputò pubblicamente di essere causa dell’omosessualità), la costruzione della centrale nucleare più alta del mondo, prodotto di un accordo tra lui e Vladimir Putin. O la concessione di licenze di estrazione petrolifera nel parco di Tariquia a vantaggio di Petrobras, con conseguente rivolta delle comunità locali.

E, per ultimo, il taglio del nastro di un palazzo presidenziale al centro di La Paz, un mostro di cemento ed acciaio che avrebbe dovuto incarnare il suo mito, la concezione statalista del potere, il culto della sua personalità. Evo, che  rigettò a settembre le invocazioni di popolazioni indigene che chiedevano a gran voce la dichiarazione dello stato di emergenza per gli incendi che stavano devastando la foresta di Chiquitania negli stessi giorni in cui andava in fumo l’Amazzonia brasiliana. Oltre 51mila kilometri quadrati distrutti anche come conseguenza delle politiche di incentivo di produzione di soya transgenica e carne per il mercato cinese. Appelli inizialmente respinti perché considerati come dannosi per la sovranità nazionale qualora avessero innescato una corsa alla solidarietà internazionale.  

TIPNIS come esempio della strategia di disarticolazione dei movimenti critici, indigeni e non, e di costruzione di polarizzazione tra fedeli e critici, decisamente in questo caso non certo le oligarchie storiche di Santa Cruz de la Sierra, enclave bianca sempre propensa a pulsioni golpiste. TIPNIS come interpretazione “lasca” se non pura violazione delle norme costituzionali. Un po’ come quando Evo decise nei mesi scorsi di farne carta straccia, e di ignorare la volontà del popolo, che a maggioranza chiedeva di rispettare la regola dei mandati presidenziali.

Se ora siamo arrivati a quel che la Bolivia sta vivendo in queste ore concitate, è forse per una serie di fattori che si sono accumulati e che vanno tenuti in debito conto. E che hanno finito per creare il brodo di coltura nel quale rischiano di prosperare ora fantasmi del passato. Senza per questo rinnegare – e va ribadito con forza e chiarezza – i passi in avanti fatti da Morales, ed anche da Correa o da Hugo Chavez.

Il problema principale appare essere quello del potere, che logora, che vizia, che fa sentire invincibili e imprescindibili.  Così dopo TIPNIS si è aperta definitivamente una breccia, una lacerazione con gli assunti iniziali del progetto di Morales. “Volevamo fare della Bolivia l’hub energetico dell’America Latina, e invece ci stanno cacciando via” questo nelle parole di Alvaro Garcia Linera, vicepresidente della Bolivia che accanto al Presidente in un video annunciava l’abbandono della carica. Di lì a poco Morales sarebbe volato via in Messico. Garcia Linera in passato si era esibito in una sorta di “caccia alle streghe” nei confronti di organizzazioni di sinistra ed ecologiste critiche con Morales. Vale la pena di ricordarlo a futura memoria.

Quasi quattro anni fa un gruppo di intellettuali di sinistra   tra cui Buenaventura de Souza Santos, Alberto Acosta, Raul Zibechi, Eduardo Gudynas inviarono   assieme alla sociologa di sinistra argentina Maristela Svampa una lettera di protesta riguardo la decisione del governo Boliviano di chiudere di autorità alcune ONG di sinistra quali CEDIB y CEDLA. Alla risposta di Garcia Linera  la Svampa   replicò che l’accusa rituale secondo la quale le ONG critiche nei confronti delle politiche estrattiviste e sviluppiste del governo siano da considerare come braccio della destra reazionaria,  servirebbe solo ad occultare il vero  problema, quello del modello di sviluppo, che in Bolivia   sembra ormai assai lontano da quei diritti della Madre Terra   sanciti a livello costituzionale. La stessa Svampa di recente, di fronte agli eventi cileni ed ecuadoriani ha commentato che l’America Latina si trova di fronte ad una scossa tettonica, un sollevamento senza precedenti. Si è riferita a processi di “liberazione cognitiva” per spiegare ciò che sta accadendo e la complessità di processi  che non possono essere liquidati con formule di comodo o autoassolutorie. La liberazione cognitiva avviene quando coincidono tre fattori: il primo è la perdita di legittimità del sistema, il secondo coloro che ne sono coinvolti superano il fatalismo e la rassegnazione e chiedono un cambiamento, il terzo la produzione di un nuovo senso di efficacia dell’azione collettiva.  

L’altro pilastro necessario per una lettura radicale, antiautoritaria, ecologista e decoloniale del processo rivoluzionario, o supposto tale, in Bolivia (ma in ogni paese latinoamericano che si è imbarcato nel Socialismo del XXI Secolo)  riguarda la  colonialidad del poder, che si esprime con la  delegittimazione delle legittime rappresentanze dei movimenti indigeni, o l’appropriazione del loro patrimonio simbolico. Lo ha detto con nettezza la antropologa femminista  e indigena aymara boliviana Silvia Rivera Cusicanqui che Morales era nelle mani del “cholaje” (gli abitanti di origine indigena che vivono nelle zone urbane dell’altopiano) anti-indio, militare, acculturato, machista, colonizzato, brutale, irrazionale ed ecocida. “E’ solo la maschera dell’indio ed ha usurpato il valore simbolico di tutte le lotte sociali”. Lo disse ben prima con parole altrettanto nette a Garcia Linera quando quest’ultimo inizio a teorizzare un concetto di nazione che faceva strame della diversità culturale e dei popoli autoctoni, accusata da Garcia Linera di essere dalla parte delle destre e traditrice della rivoluzione.

Oggi molti movimenti femministi boliviani non rinnegano la scia di cambiamento innescata dal MAS nel corso degli anni, e temono il golpe delle destre ma allo stesso tempo criticano le scelte di Morales e del suo governo. Perché se è vero che Morales, ed a suo tempo Correa, ed in certa misura Hugo Chavez, riuscirono in un un’impresa impossibile, ossia quella di sollevare i loro paesi o meglio le classi sociali da sempre escluse dal destino che pareva ineluttabile, dall’altra sono franati miseramente di fronte al potere. Nè sono riusciti a scardinarne l’architettura estrattivista, e coloniale. E patriarcale: Morales preso in castagna un giorno per barzellette di stampo machista e omofobo, Correa per aver spinto il Congresso ad approvare una legge contro la depenalizzazione dell’aborto. “Morales è un presidente machista!”gridò a suo tempo Maria  Galindo, artista, ed attivista GLBQTI ed animatrice del collettivo Mujeres Creando e del Parlamento delle Donne. La stessa che nei giorni scorsi ha denunciato quella che ha definito la notte dei cristalli della Bolivia che marca il passaggio ad una “fase fascista del neoliberismo” Che sia un golpe delle destre, dice Galindo è solo parte della realtà, il problema è che Morales è diventato – come avrebbe detto Frantz Fanon nel suo “Pelle nera e maschera bianca” – un caudillo e maschera allo stesso tempo. Che non ha esitato ad alimentare il conflitto, degenerato poi in una “fascistizzazione del processo”, che ha invisibilizzato la società civile lasciando le redini alle fazioni più oltranziste pro-Evo e pro-Camacho. E cancellando dallo schermo migliaia di giovani boliviani e boliviane che di fronte alla forzatura delle regole di Morales sono scesi in piazza, forse per la prima volta nella loro vita, sfidando quel potere che Evo ha  pensato potesse essere eterno, investito dal destino a perpetuare una rivoluzione che probabilmente era solo nella sua  testa. Spesso appropriandosi simbolicamente, e snaturandolo, del patrimonio di lotte che lui  stesso prima avevano innescato o consolidato.

In Bolivia, non ci sono solo Morales ed il MAS, né solo i bianchi razzisti di Santa Cruz de la Sierra. Né Morales né Mesa sono riusciti a catalizzare il sostegno della maggioranza della popolazione. Si era aperto, e si potrebbe ancora aprire, un terzo spazio, che avrebbe potuto essere occupato da coloro che erano i supposti beneficiari delle politiche di Morales. Settori e movimenti indigeni, ambientalisti, femministi, di lavoratori e del campo, che da tempo ne denunciavano le incongruenze, il machismo, la fissazione per l’estrattivismo. Non è il primo esempio e non sarà l’ultimo, ma sarà urgente per chi si ritiene di sinistra, per quanto questo termine possa ancora significare, interrogarsi sul potere e sulla potenza.  

Magari rispolverando Gilles Deleuze, tra “pouvoir” e “puissance“. Giacché oggi chi resta aggrappato al potere lo perde, e chi invece si insinua nelle rivolte ed usa tatticamente la potenza lo conquista. Fa impressione notare le similitudini tra l’apparizione dell’uomo della provvidenza il Macho Camacho con  l’ascesa del suo probabile compagno di merende Jair Bolsonaro. E quell’altro losco figuro di Guaidò, meteora delle recenti vicende venezuelane, la solita camicia bianca inamidata, la parola di Dio e quella del libero mercato. Tra una destra e una sinistra screditate, arriva un terzo.

Poteva essere il popolo, ed invece è l’ennesimo predicatore in camicia bianca con la Bibbia in mano. Unto dal signore. Tutti maschi, come in una “pelea de gallos”. Da Santa Cruz de la Sierra al confine con il Brasile di Bolsonaro, appunto.  Che dire quindi della destra se non quel che sempre si dice? Mesa ed il parvenu Camacho sono il prodotto della storia del paese, di quella parte del paese mai messa abbastanza in discussione, una enclave di privilegio e autoritarismo, una brace che covava sotto la cenere. Con in più questo elemento fondamentalista religioso piuttosto inedito per la vita politica della Bolivia. E come un genio dalla lampada pronta a riuscire per nuotare nelle onde alzate da altri. Da chi a migliaia era sceso in piazza per chiedere il rispetto delle regole, della Costituzione.  Ora la situazione in Bolivia è complessa, rischia un risvolto ancora più tragico, La polarizzazione, la “pelea de gallos”, tra maschi-alfa rischia di trascinare il paese in una guerra civile. Quando esplode la violenza da una parte e dall’altra, pilotata o meno, scompare il resto.

Il rischio è quello di invisibilizzare il resto, quelle migliaia di persone, in carne ed ossa, che ci hanno messo il “cuerpo” e la “cara”, che sono scese legittimamente  e magari motivate da quel che loro coetanei hanno fatto in Ecuador e Cile – in piazza per reclamare il rispetto delle regole. E dire la loro senza diventare carne da cannone di scontri di potere. Da una parte o dall’altra. Quando si scatena la violenza chi ha a cuore la cosa pubblica e la propria comunità dovrebbe tentare di abbassare i toni, creare i presupposti per un dialogo che eviti la guerra fratricida. Come invocato incessantemente dai collettivi femministi del Parlamento de las Mujeres. Donne che da tempo denunciano il patriarcato ed il machismo di governo e delle destre e che si sforzano di ricucire le fratture, le ferite, di praticare insomma la dimensione politica della cura e la protezione degli spazi sociali.  Donne preoccupate dall’inasprimento del conflitto, e che prendono parola. Donne e collettivi femministi che scrivono una lettera aperta a Maria Galindo per  lavorare assieme ed uscire dalla polarizzazione per  ricomporre le ferite del paese e che dicono: “questa situazione è inammissibile, e grottesca la prospettiva. Come possiamo collocarci dietro una coalizione civica che per anni ha difeso con tanta durezza i privilegi coloniali? E com’è possibile che l’altra opzione sia solo ammettere la continuità con un governo orma esaurito, dopo aver distrutto tutta l’energia delle lotte e l’autonomia politica delle organizzazioni sociali?” Voci che arrivano attutite da questa parte del Charco, ma che hanno dignità e meritano considerazione.  

Punto e accapo. Ed ora la Bolivia si trova di punto in bianco con una signora bianca, tale Jeanine Áñez espressione delle oligarchie che sventola la Bibbia dal balcone del Senato, dopo essersi autoproclamata presidente ad interim  di fronte ad un parlamento monco con l’impegno di convocare nuove elezioni da qua a 3 mesi. Una figura   destinata a rimanere un breve capitolo di questa storia recente della Bolivia, ma che potrebbe essere antesignana di un futuro drammatico.  Fuori nelle piazze i dimostranti di El Alto, il nocciolo duro del MAS chiedevano invece al capo delle forze armate Williams Kaliman, lo stesso fedele a Morales che qualche giorno fa lo invitò  a farsi da parte, di prendere lui la presidenza del paese.

Si bruciano le wipala, in nome di un fideismo evangelico, e si dà la caccia ai nemici giurati di sempre, da una parte e dall’altra. Ci sarà ancora tempo e spazio per scongiurare l’irrimediabile ed evitare che la destra peggiore, razzista, e fondamentalista vada al potere ? Per approfondire il processo di emancipazione e trasformazione del paese innescato anni or sono ed ora sbiadito forse irrimediabilmente? Ovvero per “democratizzare la rivoluzione e rivoluzionare la democrazia”? La stessa domanda vale per l’Ecuador: sarà possibile riattivare i germi del cambiamento radicale insiti nella costituzione di Montecristi, quelli della Revolucion Ciudadana, fatta dai cittadini e non da chi pensa di risolvere tutto con la conquista del potere?  

Per quanto riguarda noi che viviamo dall’altro lato del Charco, dell’oceano, forse la condizione imprescindibile per contribuire per quanto possibile a tutto ciò sarà quella di affrontare la  “colonialidad” che abbiamo nella nostra testa. Noi che ci innamoriamo delle rivoluzioni altrui dalle nostre stanze o tastiere per supplire all’incapacità di fare la nostra.  Come detto in un interessante articolo pubblicato tempo fa dalla rivista ROAR : Reflections on a Revolution, forte sostenitrice ad esempio dell’esperienza confederale in Rojava o dello zapatismo, quindi non certo tacciabile di simpatie di destra o riformiste:  

“Mentre noi progressisti dell’Occidente spesso siamo i più rigorosi nel monitorare o giudicare i partiti socialdemocratici al governo nei nostri paesi, troppo spesso idealizziamo le realtà politiche in Bolivia ed altri paesi latinoamericani, non solo per mancanza di informazioni, ma anche perché abbiamo bisogno di esempi che diano speranza – e ciò potrebbe portare a conclusioni sbagliate, strategie sbagliate e campagne di solidarietà fuorvianti da parte della Sinistra” [1] (ROAR Magazine, Bolivian authoritarianism: not just a right-wing charge” by ROAR Collective on November 3, 2014 – http://roarmag.org/…/bolivia-authoritarianism-mas-elections/)  

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