Società Civile

Sardine, non violenza o assenza di conflitto?

Dic 19 2019

di Riccardo CarraroDinamopress

Mattia Santori ha fatto della nonviolenza delle Sardine una questione di bandiera, ma nella storia dei movimenti questo concetto ha avuto significati differenti: pratica di rottura e trasformazione radicale oppure atteggiamento funzionale alla controparte, spesso per dividere i manifestanti tra buoni e cattivi

Mattia Santori, uno degli organizzatori dei raduni in piazza delle Sardine
Foto di Tommaso Notarangelo

Sul “movimento” delle Sardine si sta scrivendo e dicendo molto. Al di la di qualunque valutazione politica o anche meramente tattica sul fenomeno, c’è un aspetto che in ogni caso risulta grave e dannoso: l’abuso che il suo autoproclamato leader fa della parola nonviolenza.

Ciclicamente il problema dell’uso della violenza nelle pratiche politiche torna al centro del dibattito e quasi sempre questo avviene in modo pilotato e manipolatorio. In Italia media, forze partitiche e sindacali non vedono di buon occhio le forti conflittualità di piazza. Vuoi per una reinterpretazione parziale della storia degli anni ‘70, vuoi per la forma mentis cattolica. Le differenze con altri contesti, come la vicina Francia, sono evidenti.

Alcuni ricorderanno ancora quando, nell’autunno del 2003, Fausto Bertinotti dichiarò che Rifondazione e le sue componenti avevano fatto la scelta inderogabile della nonviolenza. In quegli anni il Prc (che viaggiava oltre l’8% su base nazionale) era quasi ovunque percepito come una componente del movimento, quel movimento cresciuto negli anni prima di Genova e che ancora non si era sgonfiato, anzi aveva avuto nell’opposizione alla guerra all’Iraq della primavera 2003 un momento di rafforzamento e inclusione. In quell’anno di grandi manifestazioni, conflitti e azioni dirette, non c’erano stati scontri di piazza particolarmente pesanti, tranne forse il corteo autunnale all’Eur contro un vertice dell’Unione Europea. In ogni caso niente di ciò che solitamente fa storcere il naso al cittadino medio.

La dichiarazione di Bertinotti fu pertanto un fulmine a ciel sereno con un impatto lacerante in molte città dove il movimento inteso nella sua accezione più larga era un punto di riferimento e di mobilitazione costante per una varietà di soggetti militanti e non. Era una presa di posizione da cui conseguiva l’obbligo anche per tutti gli altri di fare delle scelte simili oppure opposte. Era una scelta che serviva a distinguersi e quindi a dividersi. Quella dichiarazione tracciò un segno e impose una scure giudicante su tante pratiche conflittuali che venivano portate avanti in quel periodo (a partire dalla campagna contro l’apertura dei Cpt). Quella dichiarazione era strumentale, era un posizionamento ipocrita, e soprattutto faceva il gioco del nemico perché permetteva di dividere il movimento tra buoni e cattivi. Questa separazione è sempre stata storicamente un piatto succulento pronto a essere sbranato da tutti i media mainstream, perché è perfettamente funzionale a chi detiene il potere.

Per quanto Bertinotti non sia rimpianto affettuosamente da molti, paragonarlo a Santori è sicuramente improprio. Tuttavia si può intravedere nella narrazione del leader delle Sardine lo stesso schema, la stessa perniciosa dinamica, lo stesso framing del concetto di nonviolenza. Abusare del termine nonviolenza trasformandolo in strumento normante di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato è una pratica utile al mantenimento dello status quo (come spiega bene questo podcast di Citations Needed). Proprio per questo è lecito diffidare di chi propone questi schemi, perché vive una prossimità ideologica con le strutture di potere.

Intendiamoci, chi scrive crede fortemente nell’azione diretta nonviolenta e nelle pratiche nonviolente come strumento di azione politica. Esse possono essere inclusive, orizzontali, asimmetriche rispetto alla violenza del potere e un buon antidoto contro il leaderismo testosteronico e muscolare presente anche nei movimenti sociali e che quattro anni di Non Una di Meno hanno finalmente messo in crisi. Proprio crederci, però, spinge a tollerare molto poco la banalizzazione o peggio la manipolazione del concetto all’interno di schemi funzionali a rendere passiva la partecipazione alla vita politica.

Solitamente l’abuso manipolatorio della nonviolenza avviene quando si decide in modo deliberato di confondere il concetto di violenza con quello di conflitto e, pur sostenendo di portare avanti una lotta pacifica e nonviolenta, in realtà si vuole appiattire e annichilire il conflitto che invece è il sale indispensabile di qualunque lotta politica che abbia per fine la trasformazione della realtà.

Miguel Benasayang, filosofo argentino fuggito dalla dittatura, ha scritto un saggio straordinario in merito: Elogio del Conflitto. Nel testo è spiegato in maniera densa quanto il conflitto sia necessario ai movimenti e quanto sia invece pericolosa la visione cattoperbenista del conflitto come qualcosa da evitare o addirittura esorcizzare perché di per sé portatore di male ed elemento di intralcio verso un orizzonte pacificato e armonizzante di ogni diversità.

Quando Santori ha detto che nella manifestazione bolognese si è distanziato dal corteo dei centri sociali perché lui ha convocato la piazza delle Sardine pacifiche mentre loro sono andati verso il palazzetto dello sport dove Salvini teneva il comizio ha fatto esattamente questo. Non ricomporre pratiche e modi di sentire molteplici intorno a una battaglia in qualche modo comune ma, al contrario, utilizzare il concetto di nonviolenza per delegittimare tutto ciò che non rientra in una piazza addomesticata, passivizzata (e muta, eccezion fatta per alcune canzoni). Nulla di più lontano da quello che è la nonviolenza attiva che invece può essere una pratica di lotta radicale, includente, partecipativa, non giudicante verso chi non la pratica e soprattutto funzionale a produrre conflitti e trasformazioni sociali.

Lo schema di Santori non è nuovo ed è da sempre applicato in modo paternalista e colonialista anche in contesti altri da quello europeo, in primis in contesti di conflitto. Basta pensare a quante volte leader di governo e istituzioni dall’alto della loro cattedra hanno rimproverato ai palestinesi di non aver fatto la scelta della nonviolenza, perché ovviamente dagli oppressi ci si aspetta che siano sempre calmi e pacifici e sopportino passivamente la situazione in cui sono costretti, al più organizzando qualche bel corteo colorato. Addirittura la lotta contro il muro dell’Apartheid che i palestinesi hanno definito con una parola araba che significa popolare, all’estero è stata tradotta con nonviolenta. L’etichetta, quindi, l’abbiamo messa noi.

Basta pensare anche a quanti hanno appiattito e semplificato lo spessore politico di leader come Gandhi o Mandela riducendoli a una stereotipata figurina. Ovviamente si costruisce questo discorso dimenticando che Gandhi disse che era meglio essere violenti piuttosto che indossare il vestito della nonviolenza per coprire la propria impotenza o che Mandela aveva iniziato a far politica in un gruppo di lotta armata.

Le semplificazioni “alla Santori”, poi, dimenticano sempre da dove venga la violenza, dimenticano che viviamo in un paese sempre più privo di equità, dove il 46 % dei giovani è disoccupato, dove ogni anno quasi 200mila persone, per lo più giovani, sono costretti a migrare in Nord Europa, dove una donna viene uccisa ogni 72 ore, dove vi sono leggi come la Minniti-Orlando o le Salvini 1 e 2. Viviamo in un paese strutturalmente violento schiacciato dalla ferocia del capitalismo e del patriarcato e questa dovrebbe essere la vera violenza da combattere. La violenza verbale del leader della Lega sui social network è solo il prodotto ultimo e consequenziale di tutta la violenza sistemica italiana e può esistere solo perché cresce in questo humus di cui si nutre e da cui trae legittimità e tutela.

Come fa notare Wu Ming 1, in Un viaggio che non promettiamo breve, c’è un’esperienza solida che è riuscita a dipanare le pratiche politiche da scegliere ridefinendo e attraversando i concetti di violenza e nonviolenza senza far sì che questi siano motivo di divisione. Il movimento No Tav in Valsusa tiene assieme pacifisti radicali, cattolici e soggettività antagoniste che hanno discusso a lungo negli anni fino a decidere, assieme, che violenza è solo quella contro le persone, non contro le cose, e fino a rivendicare collettivamente, nel 2014, l’azione di quattro attivisti anarchici in carcere con l’accusa di terrorismo. Probabilmente, però, Santori in Valsusa non c’è mai stato, purtroppo per lui. Ha invece scritto una tesi di laurea a favore della Tav. Che il suo sentire non corrisponda del tutto a quello delle piazze è un dato che a Roma è parso evidente. In tanti hanno seguito e rilanciato il coro «odio la Lega» alzato da alcuni ragazzi, mentre il giorno dopo gli autonominati rappresentanti delle Sardine decidevano a porte chiuse che bisogna equiparare la violenza verbale a quella fisica. Pensare che basti un po’ di perbenismo e un utilizzo strumentale del concetto di nonviolenza per eliminare per decreto i sentimenti di rabbia e odio verso chi stringe accordi con la Libia e poi fa propaganda sull’antirazzismo, cancella i diritti sociali e poi grida al pericolo fascista, applaude Greta e poi vota la distruzione del pianeta, è un’illusione che non durerà. Soprattutto se l’obiettivo è “tornare nelle periferie” o “in provincia”.

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