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NOI E LORO, IL DECENNIO VISTO DAI MILLENNIALS

Gen 4 2020

di Gianfranco Maselli – Othernews

Se pensate ai Millennials unicamente come dei ragazzini che passano tutto il tempo sui social o come dei piagnucoloni che si lamentano del loro futuro rubato o come una generazione ossessionata dal denaro, sbagliate in tutti i casi.

Non saprei. Oggi ho voglia di essere critico e neutrale. Mi sono stancato degli affreschi manichei sul passato e sull’avvenire dei giovani a cui ho assistito negli ultimi giorni. Abbiamo letto, ascoltato e detto un sacco di cose. Forse troppe. Per troppe persone il decennio che è passato ci ha rubato il futuro. Per tanti altri ancora, invece, il futuro ce lo abbiamo in tasca.

La decade che ci attende induce verso grandi riflessioni, certo, ma se davvero vogliamo parlarne è già un dato indicativo dire che quasi un terzo delle persone della mia età nelle ore fra il 31 Dicembre e l’ 1 Gennaio si è sentito in dovere di scrivere un grande discorso di fine anno su Facebook, un post che vertesse sui Millennials, su cosa sono stati per noi e per il pianeta questi ultimi 10 anni, su ciò che di più saliente è accaduto, sulla nostra crescita, sulla nostra decrescita, sulle nostre prospettive, sui limiti del nostro sguardo, sulle nostre virtù, sui nostri vizi.

Dunque, cosa sono stati questi 10 anni per i MIllennials? È una cosa delicata ma parlarne è altrettanto delicato quanto urgente, soprattutto se sei uno di loro. Quel discorso di fine anno di cui parlavo poche righe più su l’ho scritto anch’io. All’inizio me ne sono pentito ma subito dopo ho capito quanto fosse naturale, una reazione spontanea che forse accomuna tutti quelli che come me hanno avuto vent’anni negli anni 10 dei 2000.

Per chi nell’ultima decade ci è cresciuto è impossibile non notare che sono stati anni innanzitutto di urgenza comunicazionale. Tutto il resto, i tormentoni, i fattacci, le figuracce dei politici, il susseguirsi dei governi, l’ascesa di nuovi venti politici lungo il pianeta, la decadenza di altri, i conflitti, le tragedie, le stragi, le innovazioni sono stati recepiti e commentati in modo consequenziale a questa urgenza.

A fare da catalizzatore fra i giovani indubbiamente sono stati i social, in sempre più rapida e definitiva ascesa, sempre più associati alla nostra generazione. Gli anni 10 si sono conclusi con una percentuale del 95 % a quantificare gli adolescenti che possiedono uno smartphone. Il 45% si dichiara sempre connesso e l’uso di Facebook, il gigante che ha dominato per un decennio intero, negli ultimi 3 anni è in sensibile discesa fra i Millennials. Nel 2016 ben il 71% di loro lo utilizzava mentre oggi è usato soltanto dal 51% dei ragazzi tra i 18 e i 30 anni.

La comunicazione è rapida ed istantanea, non ammette più wall of text ma è fatta di immagini e flash densissimi che scorrono ed informano altrettanto velocemente, presupponendo però una conoscenza di base della cultura pop e dell’informazione quotidiana. È proprio il meccanismo che sottende il funzionamento dei meme, i contenuti visivi su cui oggi si basa l’80% della comunicazione sui social network. Non hai idea di che cosa stia parlando? Non capisci un meme? Non ti adegui ad un certo tipo di comunicazione? Bene, sei un boomer, vale dire un vecchio lagnoso che è rimasto indietro ed appartiene ad una vecchia generazione sorpassata, incapace di innovarsi e rea di modus operandi retrogradi. Il tormentone è diventato un meme ed ha spopolato negli ultimi mesi di quest’anno, arrivando ad indicare davvero qualsiasi cosa.

Per le nuove generazioni i boomers risiedono nei contesti famigliari, nelle università e nella loro burocrazia impolverata e nonsense, nei nostri parlamenti ed anche nelle fila di quelli che, per i Millennials, hanno rovinato il pianeta, lasciando nelle loro mani un ambiente sull’orlo della distruzione.

Al contrario i “vecchi” pensano che questi ragazzini siano dei deviati, immorali, irresponsabili ma soprattutto non li capiscono, non capiscono cosa facciano tutto il giorno e non capiscono le cose che dicono, confermando la teoria stessa della nuove generazioni che lamentano una difficoltà di comunicazione alla base di un conflitto generazionale.

La questione climatica è davvero l’esempio perfetto. Si può dire che sia stata uno dei simboli dell’ultimo decennio agli occhi dei giovani. Gli ultimi anni l’hanno portata davvero alla ribalta, facendola uscire dalle aule di ricerca scientifica e spalmandola ovunque.

Forse scandalizzerò qualcuno ma a questo punto non ho paura di affermare che la questione climatica è diventata un prodotto di largo consumo, un qualcosa di pop e non potrei essere più felice di dirlo.

Finalmente non è più appannaggio di pochi cervelli ma è un problema aperto a tutti. Le sue cause, le sue conseguenze e le sue possibili soluzioni sono finalmente divenute fruibili da tutti in modo popolare, anche grazie ad internet e a personaggi come Greta Thunberg. La gente ne discute, si indigna per il pianeta, si aggrega nelle piazze, mette a nudo gli errori e le continue inadempienze dei vecchi boomers e, allo stesso tempo, rivela tanta ma tanta ignoranza.

In molti rifiutano di riconoscere le responsabilità umane alla base del cambiamento climatico, non lo riconoscono in toto come fenomeno reale. Mentre il 98% degli scienziati non potrebbe essere più sicuro di tutto questo, fra i cittadini europei ben il 20% non si sente preoccupato quando pensa ai cambiamenti climatici, sposando dunque una linea Trumpiana.

Gli europei sono i più sensibili al problema (78%) contro il 65% di Cina e il 63% degli Stati Uniti. Le percentuali di scarto fanno davvero rabbrividire ma, del resto, su un pianeta che negli ultimi anni ha conosciuto il ritorno della teoria terrapiattista e dei suoi proseliti non possiamo che aspettarci di tutto.

Ognuno dei fenomeni, dei pensieri e dei personaggi citati nei paragrafi precedenti è stato oggetto di meme sui social network. Questo tipo di comunicazione certamente ci distrae, produce una quantità di stimoli che confonde la nostra concentrazione ma, al contempo, è impossibile ignorare come ci abbia reso multitasking, come ci abbia permesso l’accesso ad una quantità di informazione spropositata e come sottenda tantissimi meccanismi sociopolitici del nostro presente.

Da Obama a Trump. Dallo #YesWeCan del 2008, la grande rivoluzione di internet che spingeva il cambiamento, alla disfatta di Hillary Clinton. Com’è stato possibile?

Abbiamo già parlato di un mondo che funziona con immagini rapide e veloci. Possiamo facilmente capire come un disegno, spesso muto o accompagnato da poche basilari parole possa raggiungere milioni di persone senza confini, e possa essere declinato in milioni di modi in base alla fantasia degli utenti.

Stiamo parlando di una immediatezza e di una sinteticità che un articolo di giornale riguardo Trump farà fatica ad avere, rimanendo riservato ad un pubblico ristretto.

È esattamente quello che è successo con le elezioni americane del 2016, uno degli eventi più discussi del decennio, in cui Trump è diventato un vero e proprio fenomeno virale. Gli anonimi utenti di internet nel giro di qualche mese hanno creato una mitologia di meme ironici attorno a Donald Trump, praticamente una gigantesca campagna sui social network senza che lui abbia speso un soldo.

Non credo nel complottismo di chi incolpa i repubblicani. Probabilmente si trattava di semplici utenti completamente ignari di quali sarebbero state le conseguenze. Il punto è fermarsi a riflettere su quanto negli ultimi 10 anni internet sia diventata potente, sui mezzi che abbiamo a disposizione e su quanto poco ancora siamo in grado di farne un uso consapevole e corretto.

Non è passato molto tempo prima che Il presidente Trump e la sua realpolitik, i suoi modi violenti e sconsiderati diventassero un modello per tanti altri paesi.

Il decennio che ci lasciamo alle spalle certamente sarà ricordato per le derive sovraniste, populiste e xenofobe diffusesi a macchia d’olio, dagli Stati Uniti fino al Sud America e oltre oceano, fino in Europa.

Abbiamo guardato, inermi, l’America Latina diventare una polveriera in pochi anni: lo stato d’emergenza Cileno, le dimostrazioni Ecuadoriane contro Lenin Moreno, la sollevazione argentina contro Mauricio Macri e le sue politiche di tagli nella spesa, la deriva populista brasiliana con l’ultra destra antiambientalista di Jair Bolsonaro e il collasso del Venezuela.

Allo stesso modo ci siamo goduti la deriva sovranista europea: Da Fidesz in Ungheria al FPO in Austria, dai Veri Finlandesi al PIS Polacco fino ad arrivare alla deriva Inglese, alla Brexit, alle decisioni estreme di Boris Johnson e alla deriva delle opinioni italiane.

Se prendessimo come esempio proprio l’Italia e l‘immigrazione, altro tema protagonista degli ultimi 10 anni e grande nemico del pensiero sovranista, non potremmo fare a meno di indicare come nell’ultima decade la percentuali di italiani che concepisce negativamente l’immigrazione extra Ue è salita al 63%.

Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro, il 63% che rappresentino un peso per il welfare, e solo il 37% sottolinea il loro apporto positivo all’economia. Infine, per il 75% dei nostri connazionali l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità, e il 59,3% esclude la possibilità di raggiungere un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse nel prossimo decennio.

Conseguenze di America First? Può darsi, soprattutto nel caso dell’America Latina. Certamente tutto questo denota un‘instabilità generale nell’ultimo decennio non solo geopolitica ma anche storica e culturale, l’ennesimo aspetto annoverabile fra le peculiarità degli ultimi anni, assieme alle proteste di piazza sempre più frequenti negli ultimi anni.

Oggi siamo in grado di sapere ogni minimo dettaglio su una manifestazione ad Hong Kong in pochissime ore e internet ci consente di comunicarcelo rapidamente in migliaia di modi possibili.

Lo sanno bene i manifestanti cinesi che, per agire indisturbati, interagiscono fra loro utilizzando un’app che segnala gli spostamenti delle forze dell’ordine attraverso la città.

Negli ultimi 10 anni abbiamo costruito dei mezzi comunicativi capaci di formare le nostre opinioni ed interagire con la realtà in un modo che non saremmo riusciti ad immaginare nel 2009.

Qualsiasi cosa, avvenimento o persona è ormai in potenza un fenomeno virale e in molti casi lo è diventato realmente: la morte di Osama Bin Laden, di Steve Jobs e quella di Gheddafi tutte nel 2011, l’incapacità italiana di aver un governo stabile oggetto di costante ironia su internet, i continui battibecchi fra Kim Jong-un e Donald Trump, le continue follie di quest’ultimo, il cinismo di Erdogan, il dramma curdo, quello Yemenita, l’abdicazione di un papa o lo schiaffetto infastidito di un altro papa ad una fedele maleducata, Charlie Hebdo e tutti i tormentoni seguiti dal Je Suis… nei successivi anni, un premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, Salvini, una canzone ottenuta con un discorso di Giorgia Meloni, le Sardine.

Affrescare gli ultimi 10 anni è dunque davvero complesso ma se si ripercorrono la comunicazione online e i contenuti virali che si sono avvicendati su internet e sui social network, tracciare una cronologia diventa un processo immediato.

È l’urgenza di comunicare, di sapere, di informare (speso anche in modo spaventosamente errato) la costante che ha sotteso gli ultimi 10 anni di storia, un meccanismo alimentato principalmente da noi giovani, una generazione certamente ironica ma anche critica, cinica e stanca del vecchio che sfoga le sue disillusioni sui social network, su internet, nelle piazze in modi più o meno costruttivi e distruttivi e in uno scontro generazionale che sembra antico quanto il mondo e destinato a ripetersi ad una certa cadenza storica.

Uno scontro che sembra quasi essere l’humus di molti eventi di cui abbiamo parlato.

Siamo davvero la generazione del Post Muro, della liberazione o siamo destinati alle nostre catene personali? Dalla tenera età ci avete nutrito con un sereno mito di un mondo in pace, un mondo giunto ad un equilibrato punto d’arrivo che si è lasciato alle spalle un passato cruento fatto di follia, guerra, disuguaglianze, lotte ideologiche ormai sorpassate.

Ci avete fatto studiare quanto contino la democrazia, la libertà e uguaglianza. Poi ci avete lasciato a guardare. La dieta nel frattempo è cambiata radicalmente. Noi siamo cresciuti e le portate sono diminuite e sono diventate sempre più tristi.

I principi sopraindicati sono diventati concetti che stanno a cuore ad un partito piuttosto che ad un altro e ormai vengono disattesi ogni giorno. La portata principale è diventata la crisi economica, un concetto che ha influenzato il cervello della mia generazione in modi inimmaginabili.

Da un lato sempre più giovani tradiscono le loro inclinazioni culturali o rinunciano ad esplorarle, spesso perdendosi in lavori saltuari o nelle alienanti distrazioni della rete h24. In Italia i giovani tra i 18 e 24 anni che a fine decennio non hanno un lavoro né sono all’interno di un percorso formativo o di studi sono circa il 25%, una percentuale fra le più alte in Europa.

Ancora più tristi sono coloro che, già da giovanissimi, si dedicano ad una corsa continua interamente finalizzata al capitale del domani, spesso disprezzando il proprio lavoro ma vedendoci l’unico modo per sopravvivere e, conseguentemente, concependo tristemente la vita stessa come sopravvivenza.

In Italia solo il 22% degli occupati sono millennials e circa il 29% di loro non è per niente soddisfatto del proprio lavoro.

Mettersi al sicuro economicamente, camminare con i piedi per terra, guardare avanti e vincere sembrano essere gli unici imperativi, assieme a non rivolgere la parola a chi rimane indietro, non familiarizzare con le differenze e non mostrare debolezza se si vuole combinare qualcosa nella vita.

Dall’altro lato alcuni fra i Millennials hanno sviluppato una capacità di adattamento alla crisi impressionante, sviluppando una padronanza incredibile dei nuovi mezzi digitali a nostra disposizione, senza rinunciare a radici ben salde nella tradizione.

Le nuove generazioni, in Europa e in Italia, sono diventate una realtà da primato nell’inventarsi lavori spesso completamente inediti. Ammontano a 560mila le imprese condotte da under 35 negli ultimi 3 anni che collocano il nostro paese ai vertici dell’Unione Europea in termini di numero di giovani imprenditori. Il tasso di disoccupazione italiano resta comunque elevato ma non mancano, dunque, i segnali positivi.

Come al solito ci ritroviamo di fronte un quadro degli ultimi 10 anni che non potrebbe essere più variegato di così. Se pensate ai Millennials unicamente come dei ragazzini che passano tutto il tempo sui social o come dei piagnucoloni che si lamentano del loro futuro rubato o come una generazione ossessionata dal denaro, sbagliate in tutti i casi.

Siamo una generazione proteiforme e la nostra visione sui 10 anni che ci siamo appena lasciati alle spalle non potrebbe che adeguarsi al nostro multiforme modo d’essere ma soprattutto ai mezzi digitali che, nel bene e nel male, sono diventati parte di noi e motore imprescindibile di questi anni.

L’altro giorno mi sono svegliato e pochi minuti dopo ho visto un meme dall’ironia particolarmente cinica. Nell’immagine era citato un celebre videogioco di guerra per console accompagnato dalla ironica didascalia: “Perché comprarlo quando puoi partecipare alla terza Guerra Mondiale?”

Non riuscivo a comprendere quello che stavo leggendo e così ho cercato su internet, informandomi immediatamente sull’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di Abu Mahdi al-Muhandis ad opera di un raid Aereo Americano e sullo scenario di un nuovo conflitto mondiale, ipotizzato da molti.

In un attimo mi sono ritrovato coinvolto in forum di discussioni giovanili dove ognuno esprimeva liberamente il suo pensiero in relazione all’accaduto.

Ecco cosa sono stati gli anni 10 visti dagli occhi di un Millennial. Non potrebbe esserci evento più rappresentativo di una decade intera di quanto mi è successo in pochi minuti qualche mattinata fa, con una velocità impressionante.

Ci attendono anni in cui tutto questo potrebbe raggiungere una iperbole che ad oggi non possiamo immaginare.

Non sappiamo se abbiamo il futuro in tasca né se ce lo hanno rubato ma quello che è certo è che nei 10 anni a venire i Millennials e il loro uso della ricchezza digitale in costante evoluzione giocheranno un ruolo fondamentale nel formare l’opinione popolare e, conseguentemente, la realtà politica, culturale e sociale.

Forse nei prossimi 10 anni supereremo terminologie come immigrati e nativi digitali, boomers e la parola Millennials stessa, smetteremo di girarci a guardare con astio il passato, smetteremo di gettare benzina sul fuoco di un scontro generazionale ormai sorpassato.

Forse riusciremo a gettare un ponte generazionale e a comunicare davvero e non avremo più bisogno di chiedere ai Millennials di spiegarci il loro punto di vista su una decade intera e solo allora, magari, quell’attrito fra noi e loropotrebbe diventare solo un ricordo lontano.

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