Guerre e Armamenti, Politica Internazionale

Siria: la morsa su Idlib, tra Russia e Turchia

Feb 14 2020

di Eugenio DacremaISPI

Se non ci fossero di mezzo oltre mezzo milione di nuovi sfollati e centinaia di morti in poche settimane, si potrebbe dire che l’escalation di Idlib somiglia sempre più a uno di quei giochi delle parti da commedia, dove i personaggi a furia di recitare il proprio ruolo per lungo tempo finiscono per crederci veramente. È il caso in particolare dei due più grandi protagonisti della “gestione concordata” del conflitto siriano dell’ultimo biennio, Russia e Turchia, i quali pur trovandosi da sempre formalmente su fronti opposti avevano finora saputo trovare comodamente un compromesso per mantenere, e anzi stringere ulteriormente, le loro ottime relazioni. Il fatto è che la recita dei fronti opposti da un paio di settimane a questa parte assomiglia sempre meno a una recita e sempre più a una vera ostilità. Per la prima volta il 3 e il 10 febbraio le forze del regime di Bashar al-Assad – protégé di Mosca – hanno colpito postazioni turche all’interno dell’area di de-escalation (definizione sempre più lontana dalla realtà) di Idlib, uccidendo un totale di 13 tra militari e civili turchi. Ankara e i suoi alleati locali hanno risposto abbattendo un elicottero militare e bombardando unità del regime uccidendo, stando a fonti turche non confermate da Damasco, decine di soldati e miliziani. Nel frattempo l’avanzata delle forze di Assad si è fatta inarrestabile, mirata a occupare l’intera linea composta dalle autostrade M4 e M5 (che collegano Damasco ad Aleppo e quest’ultima alla costa), considerate l’obiettivo primario dell’offensiva. L’esercito di Assad ha ormai ampiamente superato la dorsale nord-sud segnata dalla M5 e non sembra dare segno di volersi arrestare.

L’escalation arriva in parte come una sorpresa e per comprenderne le cause ultime, e i possibili sviluppi, va analizzata attentamente. La sorpresa risiede nel fatto che da tempo una riapertura del M4 e M5 era uno degli elementi almeno implicitamente accettati da Ankara e, sembra, perfino discussi dall’intelligence turca con i proxy siriani a Idlib. Riapertura, ovviamente, non voleva dire necessariamente cessione totale dei territori, ma appariva chiaro che il controllo dell’opposizione su queste due arterie strategiche avrebbe dovuto essere significativamente ridotto. Qualcosa, in questo accordo implicito tra Russia (e regime) e Turchia (e alleati locali), sembra però saltato. L’offensiva del regime è stata infatti molto più rapida del previsto, anche a causa delle crescenti difficoltà militari dell’opposizione e dell’aumentata sfiducia verso l’alleato turco, creando un’ondata di circa 700 mila profughi che si sono concentrati in prossimità del confine con la Turchia. Ciò ha toccato il primo vero nervo scoperto di Ankara rispetto alla questione di Idlib, ovvero quello che fin dall’instaurazione di questa zona di de-escalation ha costituito il vero “elefante nella stanza” nelle trattative da Russia e Turchia: i circa 3 milioni di abitanti dell’area, perlopiù sfollati di altre regioni riprese dal regime all’opposizione. La presente e futura collocazione di questo enorme numero di individui è rimasto il nodo irrisolto di tutte le trattative finora tenutesi su Idlib. Se da una parte, infatti, risulta chiaro che la maggioranza di queste persone, perlopiù con un passato di attivismo o sostegno all’opposizione più o meno moderata, non abbia intenzione di ritornare sotto la giurisdizione di Assad (e che nemmeno quest’ultimo sia smanioso di riaccoglierli), dall’altra la Turchia, che già ospita oltre 3,5 milioni di siriani, è decisa a non permettere l’ingresso a una nuova ondata di sfollati. Il vero nodo è quindi la presenza, nel lungo termine, di sacche territoriali all’interno del confine siriano dove queste persone, e in generale l’opposizione armata vicina ad Ankara, possa risiedere fuori dalla giurisdizione di Damasco e sotto un protettorato de facto turco. Una prospettiva alla quale il regime si è sempre categoricamente opposto, pretendendo la fine di ogni presenza della Turchia (e dei suoi proxy) nel nord del paese e puntando alla riconquista di ogni “centimetro di territorio siriano”. Più possibilista si è mostrata finora la Russia, che dal 2017 ha in diverse occasioni aperto lo spazio aereo siriano alle forze armate turche per portare a termine operazioni al di là del confine (a nord di Aleppo, nel cantone di Afrin e, più recentemente, nel nord-est) e che si è mostrata possibilista riguardo a una presenza turca in Siria, per quanto temporanea, in attesa di una ripresa dei contatti diretti tra Damasco ed Ankara. In particolare, Mosca si è fatta sponsor della reintroduzione del trattato di Adana, stipulato da Siria e Turchia nel 1998, in cui Damasco si impegnava a garantire la sicurezza del confine turcoattraverso un attento monitoraggio e repressione delle attività delle milizie curde nell’area.

Ed è qui che risiede il vero “elefante nella stanza”. Fin dalle prime battute di questa lunga negoziazione “a puntate” tra Russia e Turchia, durata ormai un biennio, è apparso chiaro come Ankara non intendesse in nessun modo rinunciare nel lungo termine a una presenza nel nord della Siria, anche in caso di effettiva ripresa dei rapporti diretti con Damasco. Ciò per soddisfare in primo luogo due interessi primari: la necessità di collocare in un territorio siriano fuori dalla giurisdizione di Assad sia coloro che oggi abitano l’area di de-escalation di Idlib, sia parte dei milioni di profughi che oggi risiedono in Turchia, e mantenere, almeno in parte, le promesse fatte ai propri proxy siriani, diventati utili alleati di lungo termine non solo nello scenario siriano ma, recentemente, anche in altri contesti, come la Libia. È inoltre emerso abbastanza chiaramente nei mesi scorsi come Ankara non fosse disposta a cedere interamente la regione di Idlib al regime, ma che intendesse conservarne almeno la parte settentrionale, da collegare ai territori già sotto il suo controllo ad Afrin e nel nord di Aleppo, e costituire una fascia territoriale unitaria sotto controllo turco (e dei proxy di Ankara) almeno fino a Jarablous.

L’escalation di oggi porta quindi al pettine nodi cumulatisi nei mesi scorsi, e che finora le parti in causa erano riuscite abilmente ad aggirare. E mentre Damasco ha tenuto una linea massimalista piuttosto coerente lungo tutta la crisi, spetta a Mosca risolvere l’ambiguità che l’ha vista gestire abilmente sia il proprio supporto ad Assad sia i rapporti con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. L’escalation da parte di questi ultimi sembra infatti soprattutto destinata a costringere la Russia a prendere definitivamente una posizione tra gli obiettivi di Damasco rispetto alla preservazione dell’integrità territoriale siriana e gli interessi turchi, che mirano alla creazione a lungo termine di sacche territoriali fuori dalla giurisdizione di Assad. Per Mosca non si tratta di una scelta facile: da una parte il rischio di sacrificare la propria immagine di difensore della sovranità e dell’integrità territoriale siriana – uno degli obiettivi più sottolineati dalla retorica che ha accompagnato l’intervento russo nel 2015 – e dall’altra il rischio di deteriorare velocemente le ottime relazioni intessute con Ankara, e che hanno permesso di confondere e complicare non poco gli equilibri interni della NATO. Lasciare sacche di territorio in mano all’opposizione potrebbe rimandare sine die l’inizio della stagione di ricostruzione – su cui ambienti economici vicini al Cremlino puntano molto – e creare una situazione di conflitto a bassa intensità (su esempio di quanto accade nella Striscia di Gaza) senza una fine all’orizzonte. Inoltre, Mosca potrebbe essere tentata dall’inserirsi nel solco della strategia del regime, che sembra intenzionato a chiamare il presunto bluff di Erdogan. Secondo questa logica, quest’ultimo non avrebbe davvero intenzione di arrivare a uno scontro diretto con regime e Russia, soprattutto a causa della riluttanza dell’opinione pubblica turca a vedere il proprio paese ancora più immerso nel pantano siriano. Ma in gioco, in modo secondario, vi è anche il presente e il futuro dell’influenza russa in Siria. Fino a qualche mese fa, infatti, Damasco non si sarebbe mai permessa di intraprendere azioni così eclatanti senza ricevere preventivamente luce verde dal Cremlino. Ma i tempi sono rapidamente cambiati. La riconquista di gran parte dei territori ribelli e il consolidamento interno del regime hanno reso Assad più assertivo e meno “rispettoso” dei desiderata di Mosca, anche grazie a un rinnovato appoggio ricevuto dalle milizie iraniane dopo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Per assurdo, una totale riconquista da parte di Damasco del nord siriano potrebbe tradursi in una rapida perdita di influenza per la Russia, il cui appoggio militare diventerebbe improvvisamente tutt’altro che essenziale, e che ha ben poco da offrire in termini economici per la ricostruzione postbellica.  

Sono quindi numerosi i fattori sul piatto che rendono ardua qualsiasi reale previsione dei prossimi sviluppi. Di certo, ad ora, c’è solo che molto dipenderà dalle decisioni di Mosca. E che a prescindere da qualunque corso prenderanno gli eventi, a pagare il prezzo più alto saranno stati, come sempre, i quasi 3 milioni di civili intrappolati a Idlib.

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