Società Civile

Intervista a Giovanni Rezza – Ecco l’identikit di COVID-19

Mar 9 2020

di Redazione – OTHERNEWS

Prof. Giovanni Rezza – Istituto Superiore di Sanità

Partiamo dal principio: cosa sono i coronavirus?

I coronavirus sono virus che si trovano sia nel mondo animale che nella specie umana. I coronavirus umani danno generalmente luogo a un comune raffreddore, ve ne sono 3 o 4 noti e molto raramente causano polmoniti. Ricordiamo tutti però la SARS: comparsa nel Guandong nel Novembre del 2002 e identificata nel 2003 a Hong Kong, da lì si diffuse dando luogo a focolai epidemici a Pechino, Hanoi, Singapore e addirittura a Toronto. La SARS era altamente letale, anche 10-20% di mortalità, ma il picco di escrezione virale si aveva circa una settimana dopo la comparsa dei sintomi, così da dare il tempo di isolare i malati e arginare la diffusione. La SARS aveva probabilmente cominciato a trasmettersi per contatto ravvicinato da uomo a uomo dopo una mutazione, verificatasi a seguito del passaggio dal virus all’uomo: la mutazione non si è più verificata e dunque una volta isolato e controllato il virus è scomparso. Nel 2013 è poi comparsa in Medio Oriente la MERS, il cui serbatoio d’infezione sembrerebbe sempre essere i pipistrelli, anche se in quel caso si pensava alla presenza di un ospite intermedio, quale cammello o dromedario, che avrebbe favorito il passaggio all’uomo. La MERS ha dato luogo a piccoli focolai ospedalieri, con poco passaggio interumano in comunità, fatta eccezione per un grosso focolaio a Seul, poi arginato.

Veniamo dunque al COVID-19: può tracciarci un identikit del virus?

Il Covid19 è sotto certi aspetti abbastanza simile alla SARS, con un genoma simile per l’80-90% e un serbatoio d’infezione che è probabilmente, ancora una volta, il pipistrello. Si trasmette molto più velocemente: il picco d’escrezione virale è infatti il primo giorno, come per l’influenza, rendendo molto complesso il contenimento. Molti casi sono tuttavia asintomatici, con infezioni lievi e difficilmente identificabili, anche se in un 5-10% dei casi può dar luogo a infezioni gravi che possono anche portare il paziente in rianimazione. Ovviamente, il tasso di mortalità del COVID-19 è certamente molto più basso rispetto alla SARS: parliamo del 2% in Cina e 3,5% in Italia, anche se questa differenza è probabilmente dovuta alla maggiore anzianità della popolazione italiana. Tuttavia, se considerassimo tutti gli asintomatici, il tasso di mortalità scenderebbe probabilmente al di sotto dell’1%. La sintomatologia lieve della malattia e la rapidità del picco di escrezione rendono tuttavia difficile il controllo della malattia.

Ma questo COVID-19 è effettivamente più pericoloso di una qualsiasi influenza stagionale?

Sì, il virus è effettivamente più pericoloso rispetto all’influenza stagionale poiché può dar luogo molto più facilmente a polmoniti virali: più che l’influenza stagionale il virus ricorda un’influenza pandemica, poiché l’intera popolazione mondiale è suscettibile. Per intenderci, influenze pandemiche furono la Spagnola e l’Asiatica.

È per questo che sono necessarie le misure di sicurezza?

Le misure di sicurezza sono necessarie perché la popolazione è molto suscettibile, dato che al contrario dell’influenza stagionale non trova ostacoli alla diffusione. Inoltre, è ancora assente un vaccino che possa proteggere le persone fragili che soffrono di malattie croniche. Lo scopo delle misure di sicurezza è quindi evitare che ci sia un’ondata molto rapida di casi che vada a saturare la capacità dei reparti di rianimazione, che dispongono di 5000 posti letto in tutta Italia. Il modo migliore per rallentare la diffusione del virus è semplicemente distanziare socialmente le persone.

In che misura le misure di sicurezza possono aiutare a contenere la diffusione di un’epidemia?

In ogni epidemia è importante calcolare R0, il numero riproduttivo di base, che indica il numero di persone che vengono contagiate da una persona infetta. Un epidemia può diffondersi se tale numero  è superiore a 1: in assenza di misure di controllo il COVID-19 sembra addirittura essere uguale a 2, dando dunque luogo a una crescita esponenziale, ma tale numero si abbassa con misure di contenimento. In Cina il numero è stato tenuto basso con l’impiego dell’esercito, cosa che non può essere attuata allo stesso modo in Europa, cosicché più che vero e proprio contenimento si fa medicazione, ossia un contenimento senza cordone sanitario, per ridurre la diffusione del virus.

Domanda canonica: modalità di trasmissione e tempo d’incubazione del COVID-19?

La modalità di trasmissione è il contatto ravvicinato, ossia saliva e contatto diretto. Il lavaggio frequente delle mani rimane una buona misura di prevenzione, assieme al distanziamento sociale. Il tempo medio d’incubazione è 5-6 giorni, ma può variare dai 2 ai 12 giorni, ragion per cui l’isolamento è, in via precauzionale, di 14 giorni.

Esiste effettivamente una correlazione tra le temperature più alte della stagione estiva e la minore circolazione del virus?

I virus respiratori, nella stagione calda, tendono a diminuire l’incidenza, ma il fenomeno è soprattutto spiegabile col cambiamento delle abitudini sociali. Con l’aumento delle temperature avviene infatti un naturale distanziamento sociale: chiudono scuole, uffici, si vive di più all’aria aperta e si riducono le occasioni di contatto ravvicinato che favoriscono la trasmissione del virus. L’affollamento è la principale causa di diffusione del virus e il calore riduce la diffusione del virus non di per sé, ma in funzione del cambiamento delle nostre abitudini.

Cosa aspettarsi dunque per questa primavera ed estate? Il virus scomparirà come un’influenza stagionale?

Allora, se il virus venisse lasciato incontrollato infetterebbe probabilmente da un terzo a metà della popolazione italiana nel giro di 6 mesi. Tuttavia, in uno scenario plausibile, tramite l’attuazione delle dovute misure di sicurezza, sarebbe possibile ridurne l’incidenza e ciò in misura ancora maggiore nel periodo estivo, anche se poi la diffusione riprenderà con tutta probabilità in autunno.

Il virus risparmia i bambini?

Effettivamente è vero, il virus colpisce di meno i bambini, ma nella misura in cui questi si infettano ma il virus non da luogo a malattia. Può dipendere dal sistema immunitario, dalle caratteristiche dei polmoni, la ragione non è ancora chiara, ma sta di fatto che bambini e giovani tendono ad ammalarsi di meno. È ciò che succede anche ad esempio con morbillo o epatite A, che nei bambini sono meno gravi rispetto agli adulti.

In conclusione dovremo abituarci a convivere con il COVID-19?

Nel breve e medio termine sì. Candidati vaccini stanno già andando in sperimentazione umana, ma le necessarie verifiche di sicurezza ed efficacia, cui andrebbe aggiunto il tempo di produzione su larga scala, potrebbero richiedere almeno un anno come tempo per averlo disponibile. Tuttavia, una volta trovato, il vaccino permetterà di immunizzare la popolazione non ancora colpita, fermandone definitivamente la diffusione.


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