Ambiente e Clima, COVID-19, Politica Internazionale

Covid-19 e climate change, il rischio di non ascoltare la scienza

Mag 2 2020

di Fernando Ayala Treccani

Cartello di protesta con scritto “Non c’è un pianeta B” in una manifestazione del Fridays for Future per il clima, Heidelberg, Germania (settembre 2019). Crediti: Firn / Shutterstock.com

Oggi in molti Paesi si dice che, se la politica avesse ascoltato la scienza, forse la pandemia non avrebbe causato tanti danni, con più di 200.000 vite perse in tutto il mondo. Non sappiamo quando finirà e in che misura travolgerà l’economia globale. Se avessimo ascoltato la voce degli scienziati che, da almeno un decennio, hanno fornito le prove che la responsabilità dei cambiamenti climatici risiede nel nostro stile di vita, o i rapporti della comunità scientifica sulle prossime pandemie, forse le conseguenze sarebbero state minori. Non possiamo più saperlo.

Oggi dobbiamo accettare la realtà, con il Covid-19 che ha bussato alle porte di tutti i Paesi e messo in luce le miserie della politica.  Paesi poveri ma grandi, come Brasile e Messico, con leader che sfidano i dati di fatto e si immergono in bagni di folla presumibilmente protetti da amuleti. All’altra estremità, un arrogante negazionismo, quella sovrana capacità di negare le prove fornite da persone dedite alla ricerca e alla scienza, come ha dimostrato il presidente della principale potenza mondiale. Nel mezzo, gli immensamente ricchi, con potenti eserciti e tecnologie, come alcuni Paesi europei, ma senza la capacità di produrre mascherine da viso o altri elementi di base per proteggere la popolazione dalla pandemia.

Le pandemie sono state ricorrenti nella storia umana, da sempre. Nel 2009 è stato rilevato un nuovo virus influenzale negli Stati Uniti. Fu classificato dall’OMS come A-H1N1, e si diffuse rapidamente in tutto il mondo fu dichiarato per questo pandemia. Colpì tra l’11 e il 21% della popolazione mondiale. Tuttavia, la sua mortalità era bassa, lasciando tra 151.000 e 575.000 morti, secondo l’agenzia statunitense, Centers for Desease Control and Prevention.

L’Ebola, un altro virus trasmesso dai pipistrelli, è stato rilevato nel 1976 in Africa, in un villaggio del Congo vicino al fiume Ebola, da cui deriva il nome. Ad oggi sono stati individuati 44 focolai e migliaia di morti, ma la malattia è rimasta in quel continente. La malaria, una malattia presente nella storia umana da migliaia di anni, non è un virus. È trasmessa da un piccolo parassita, è endemico nel continente africano, parte dell’Asia e dell’America Latina. Il nome fu attribuito dai romani, mal’area. Nonostante i milioni di morti che ha lasciato, i vaccini sviluppati hanno avuto un effetto parziale, e da decenni si dice che si stia lavorando per crearne uno definitivo. Negli anni del colonialismo europeo in Africa o durante la Seconda guerra mondiale e successivamente in Vietnam, Laos e Cambogia, i laboratori hanno investito per sviluppare un vaccino perché colpiva soldati americani e coloni europei. Con l’indipendenza dei Paesi africani e la fine delle guerre, quella ricerca perse di interesse. Gli Stati poveri non sarebbero mai stati un mercato così redditizio da ripagare i costi della ricerca. Pertanto, fino ad oggi non esiste un vaccino efficace, nonostante il fatto che circa 600.000 persone muoiano ogni anno per questa malattia. A settembre 2019, un gruppo di 14 scienziati ed esperti di un programma dell’OMS e della Banca mondiale ha pubblicato un rapporto chiamato Un mondo in pericolo. Rapporto annuale sulle emergenze sanitarie. Lì viene sottolineato che il mondo doveva prepararsi ad affrontare una pandemia causata da un agente patogeno respiratorio che potrebbe uccidere milioni di persone e influenzare il 5% dell’economia mondiale. Ma non sono stati ascoltati gli avvisi del cosiddetto GPMB (The Global Preparedness Monitoring Board).

Tra i 14 membri del consiglio, presieduto dall’ex direttore generale dell’OMS e dall’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, siede una latinoamericana, il medico cileno Jeanette Vega, insieme ad altri scienziati tra cui il consigliere per la salute del presidente Donald Trump, Anthony Fauci, lo stesso uomo che ha dovuto correggere «le assurdità, le mezze verità e le bugie di Trump più volte», secondo il prestigioso settimanale americano The New Yorker.

Ora stiamo subendo e pagando le conseguenze del nostro essere sordi alle parole della scienza, sia per Covid-19 che per i cambiamenti climatici. La maggior parte dei politici che ci governano sono vittime della logica economica prevalente che riduce la spesa pubblica in sanità, istruzione o cultura privilegiando gli affari, e insegue risultati immediati per aumentare la popolarità nei sondaggi. Nessuno sembra guardare oltre la possibile rielezione.

La politica non può essere a breve termine, deve guardare oltre una generazione. Né può essere guidata da scienziati, anche se coloro che ci governano devono avere strumenti sufficienti per ascoltare la scienza. I Paesi non possono agire individualmente di fronte alle sfide comuni che l’umanità deve affrontare, come i cambiamenti climatici. È dovere degli Stati cedere una parte dei loro poteri alle organizzazioni internazionali, rafforzare e riformare, tra l’altro, un sistema multilaterale che è indebolito, ma è l’unico strumento che ci permetterà di trovare soluzioni comuni ai problemi che minacciano l’umanità.

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