COVID-19, Guerre e Armamenti, Nuove voci del giornalismo, Politica Internazionale

Nuovo record delle spese militari mondiali, mentre infuria una pandemia.

Mag 10 2020

di Gianfranco MaselliOTHERNEWS

È di 1.917 miliardi di dollari il record di spese militari nel il 2019

“Mai voltarsi indietro, neanche per prendere la rincorsa.” scriveva Andrea Pazienza ne “Le straordinarie avventure di Pentothal”. Sarebbe un sogno così bello poterne fare il monito di ognuna delle corse più importanti della nostra vita. Quando, tuttavia, la corsa in questione è quella agli armamenti c’è ben poco da sognare e filare dritto senza girare la testa.

Gli ultimi dati relativi alle spese militari relativi al 2019 e, soprattutto, a questa prima parte del 2020 tracciano, piuttosto, uno scenario da incubo, un limbo dove non sembra esserci redenzione per nessuno.

Quel confine nel nostro immaginario collettivo fra gli stati che vantano di aver raccolto meglio la lezione di civiltà e responsabilità del dopoguerra e quelli ingiustamente pregiudicati come terre barbare in mano ai signori della guerra è diventato estremamente labile, evanescente.

Questa volta voltarsi indietro converrebbe a molti governi e, forse, farebbe bene anche a noi, se non altro per rifletterci su e vedere, coi nostri occhi, quella linea tracciata dal pregiudizio scomparire definitivamente.

La pandemia ha svelato le più critiche debolezze del nostro sistema sanitario: nervi lasciati scoperti per anni senza alcuna medicazione in totale vulnerabilità proprio dove ora fa più male. Cercare di nascondere un mucchio di polvere accumulato per anni sotto il tappeto e lasciato lì, nell’omertà più totale, è davvero impossibile.

I bilanci sanitari restano insufficienti ad affrontare la pandemia Covid-19 e i governiammettono i propri errori, ma non c’è scusa o lacrima che risulti credibile quando, parallelamente, per molti paesi europei le spese militari continuano a lievitare vertiginosamente fino a raggiungere picchi che non si vedevano da 30 anni.

A testimoniarlo, già in relazione agli ultimi del 2019, è report annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) di Stoccolma: Il SIPRI Yearbook.

All’interno, oltre a dati originali relativi a spesa militare mondiale, produzione e trasferimenti internazionali di armi, forze nucleari, conflitti armati e operazioni multilaterali di pace, anche delle analisi aggiornate circa il controllo delle armi, della pace e della sicurezza internazionale.

Nell’intero anno scorso le spese militari mondiali erano state pari a 1.917 miliardi di dollari. Si trattava non solo di un aumento del 3,6% rispetto al 2018 ma anche del valore più alto in assoluto dal 1989.

Oggi, la pandemia degli ultimi mesi non sembra aver dissuaso molti animi da da propositi diabolici, anzi sembra aver siffuso, assieme al virus, un’ ipocrisia altrettanto contagiante.

Le conferenze stampa degli ultimi mesi traboccavano tutte della stessa considerazione: per la totalità delle forze politiche globali non si affrontava un’emergenza del genere da dopoguerra. Sembra che qualcuno abbia preso alla lettera il suddetto dato, contrattaccando con una potenza di fuoco superiore a quella utilizzato nell’ultimo conflitto mondiale quando, in realtà, il nemico non si vede e non indossa divise.

Sul podio gli Stati Uniti, Cina, India, Russia e Arabia Saudita, cinque paesi che, da soli, rappresentano insieme il 62% della totalità delle spesa militare globale. Rispetto all’anno scorso si è registrato un aumento considerevole delle risorse messe in campo per finanziare questo settore in tutti gli Stati citati, ad eccezione dell’Arabia Saudita.

Negli Usa, in particolare, l’incremento è stato del 5,3%, una percentuale che in denaro si traduce 732 miliardi di dollari ma che, ad onor del vero, potrebbe essere destinata a diminuire in virtù delle dichiarazioni rilasciate dal presidente Trump pochi giorni fa.

Il presidente Trump ha infatti ribadito l’impegno degli Stati Uniti a garantire un controllo degli armamenti che includa, assieme agli USA anche la Russia e la Cina, cercando di evitare una costosa corsa agli armamenti.

Immediatamente al secondo posto, troviamo proprio la Cina con 261 miliardi di dollarie, seguita dall’India con 71 miliardi di dollari, dalla Russia con 65,1 miliardi di dollari e dall’Arabia Saudita in quinta posizione.

A nulla sembra essere servito l’appello dell’alto rappresentante per le questioni di disarmo del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Izumi Nakamitsu, che già in tempi non sospetti aveva messo in guardia su come molti paesi stessero costruendo “armi nucleari più veloci e accurate, sviluppando nuove tecnologie per le armi con implicazioni imprevedibili e riversando più risorse militari rispetto a qualsiasi momento nei passati decenni”.

Mai come nelle ultime ore quell’imprevedibilità sembra strisciare latente per poi balzare fuori in ogni momento, anche quando il dialogo più recente sembra aver tamponato le inimicizie più antiche.

Gli accordi raggiunti tra Kim e il presidente del Sud, Moon Jae-in nel Settembre scorso si sgretolano ogni giorno di più, non solo a causa delle continue minacce da parte del Nord e della rottura dei contatti fra Pyongyang e Seul, ma anche a causa degli scambi a fuoco intorno al posto di guardia sudcoreano al confine demilitarizzato, raggiunto nella mattinata del 3 Maggio scorso da un attacco nordcoreano.

Ciò che rimane, oltre le macerie che si intravedono nella coltre polverosa, è una Corea del Nord sempre più militarizzata che non prova certo vergogna nell’inseguire gli standard asiatici e statunitensi in fatto d’armi.

Se ci sfiorasse anche solo per un attimo il pensiero che l’Europa possa uscire da tutta questa storia immacolata, a riportarci coi piedi per terra ci pensa il resto del rapporto. Le spese di Francia e Germania sono aumentate del 10%, in parte a causa della percezione di un aumento della minaccia russa secondo la motivazione del SIPRI.

La Germania, in particolare, salta dal nono fino al settimo posto mentre l’Italia, all’interno classifica stilata dal SIPRI si piazza il 12esimo posto, con una spesa che ammonta a 26,8 miliardi di dollari (circa 24,6 miliardi di euro).

Ciò che preoccupa maggiormente, tuttavia, non sono le percentuali relative alle spese dei singoli paesi dedicate alla difesa e agli armamenti ma, sopratutto le percentuali relative alle suddette spese in aree gegroafiche precise oggetto di criticità particolare, come paesi più poveri in via di sviluppo e regioni dove la democrazia è meno sviluppata e si assiste, naturalmente, al pullulare di conflitti.

Quanto al primo caso, stando al Mapping Militarism 2020 rilasciato da World Beyond War, la percentuale di armi esportate nei paesi più poveri continua a salire di anno in anno, ammontando al 43% per gli Stati Uniti, 24% per la Cina e al 19% per la Russia.

Le percentuali di armi esportate nei paesi meno democratici sarebbero, per gli Stati Uniti del 66%, per la Russia e il Regno Unito dell’11%, per la Cina del 9% e per la Germania del 2%.

Non c’è redenzione per nessuno, non ci sono più buoni o cattivi, signori della guerra e araldi della pace.

Non c’è più traccia di credibilità per il paradigma manicheo in cui intere generazioni, compresa la mia, sono state cresciute e ingrassate al punto giusto da guardare alla guerra come un qualcosa di lontano e alla distruzione militare come una degenerazione comune a pochi uomini e ad un capitolo del passato, chiuso definitivamente.

Mai come in questo momento è necessario porre un freno a questa rincorsa, voltarsi indietro e, magari, cambiare strada riconsiderando la difesa, le sue spese e, conseguentemente, i benefici che un’ inversione di questa insensata corsa agli armamenti apporterebbe, in termini economici, ad una sanità che, sotto quel tappeto, non ha più spazio per polvere e per ferite lasciate aperte.

admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *