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Vecchi nazionalismi mai morti in Croazia

Giu 6 2020

di Guglielmo Rezza – OTHERNEWS

Thompson, usando il motto “Za Dom Spremni” nei suoi concerti, non ha violato l’ordine pubblico: chi è Thompson e cosa vuol dire?

Thompson con un Thompson in mano nel video di Bojna Cavoglave

Per chi non fosse particolarmente pratico di Balcani, la notizia può risultare abbastanza incomprensibile e tutto sommato irrilevante, ma costituisce in realtà un tassello di una certa importanza in quel processo di sdoganamento di un passato “problematico” della Croazia.

Partiamo dal motto, “Za Dom Spremni”, letteralmente “Per la Patria Pronti”. Il motto è diventato tristemente noto durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo l’occupazione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse: la Serbia finì sotto amministrazione militare tedesca, il Montenegro e importanti regioni della Dalmazia vennero annesse all’Italia, mentre accorpando Croazia e Bosnia ed Erzegovina venne creato lo Stato Indipendente di Croazia. Ovviamente si trattava di uno Stato fantoccio -mai fidarsi di uno Stato che deve dichiarare nel nome di essere indipendente- con limitate autonomie e diviso in zone di occupazione italiana e tedesca, il cui governo venne affidato Ante Pavelic.

Ante Pavelic era il leader e fondatore degli Ustasha, una formazione fascista e ultranazionalista che divenne presto nota per la ferocia adoperata nel perseguimento della creazione di uno Stato croato etnicamente puro. Sotto la leadership Ustasha sono stati commessi in Croazia, negli anni tra il 1941 e il 1945, alcuni tra i crimini più gravi della storia del Paese, sia contro minoranze etniche, in primo luogo serbi, rom ed ebrei, oggetti di un vero e proprio tentativo di genocidio, che contro gli stessi comunisti croati. L’esperienza del regime Ustasha si concluse nel 1945 così come era nata, nel sangue, con l’abbattimento dello Stato Indipendente di Croazia e le vendette di guerra da parte dei partigiani titini vittoriosi nella guerra di liberazione contro le forze dell’Asse.

L’iconografia e l’ideologia di quei movimenti che erano stati sconfitti dai partigiani titini nel 1945 sono riemersi in maniera esplosiva negli anni ’90, con la disgregazione dello Stato socialista Jugoslavo. Così, mentre in Serbia e Bosnia venivano rispolverate bandiere cetniche, molte milizie croate, nel corso del conflitto, hanno adottato quei colori e quei motti associati agli Ustasha, tra cui la bandiera a scacchi -con il primo scacco bianco seguito da rosso, mentre la bandiera croata “standard” ha il primo scacco rosso- e il motto in questione.

È proprio nel contesto delle guerre di Jugoslavia che spunta fuori il nostro Thompson, al secolo Marko Perkovic, il quale nel 1991 diventa famoso con il brano Bojna Čavoglave, che con toni eroici e video casareccio inneggia alla resistenza croata contro l’invasore serbo, il tutto aperto da un fiero “Za dom spremni!”. Il motto viene frequentemente impiegato nei suoi concerti, sia dal cantante che dalla folla attratta dalle sue performance, come per esempio è accaduto nel concerto per la celebrazione dei 20 anni dall’Operazione Tempesta, nel 2015, quando lo slogan è stato intonato dagli 80.000 spettatori presenti.

L’uso del motto in contesti pubblici era stato precedentemente sanzionato dai tribunali croati poiché associato agli orrendi crimini commessi dagli Ustasha nella Seconda Guerra Mondiale, ma per quanto riguarda Thompson, l’Alto Tribunale per le Trasgressioni ha decretato, la settimana scorsa, che l’uso del motto non va a violare l’Articolo 5 della Legge sulla Violazione della Pace e dell’Ordine Pubblico e che pertanto il fatto non costituisce reato. Con questa sentenza la Corte ha dunque riconfermato, con 15 su 20 voti a favore, la propria sentenza del 2018, poi portata in appello e conclusasi con l’esito appena descritto.

La sentenza, che sdogana un motto associato a crimini di guerra, va contestualizzata in una più ampia tendenza revisionista propria dell’ultranazionalismo croato, che dal 1990 ha tendenzialmente demonizzato il passato jugoslavo -nonostante, non dimentichiamo, Tito fosse proprio croato- e cercato di attenuare o quantomeno ignorare le colpe del regime Ustasha.

Un caso emblematico sono i raduni che si svolgono ogni anno a Bleiburg, in Austria, luogo in cui vennero eliminati dai partigiani jugoslavi quei membri degli Ustasha ed esponenti e simpatizzanti del regime che, anche assieme ai familiari, si erano arresi agli Inglesi: questi ultimi li avevano però riconsegnati ai partigiani che li inseguivano e che fecero giustizia sommaria. Certamente, l’uccisione di prigionieri e civili è contraria a ogni diritto di guerra, ma la consacrazione a martiri di membri del regime Ustasha, alla presenza di gruppi dell’estrema destra croata che fanno sfoggio di bandiere e simboli del regime nel corso delle manifestazioni, desta quantomeno perplessità e divide la società croata. Va inoltre rilevata anche la presenza del Presidente della Repubblica Kolinda Kitarovic alle celebrazioni del 2019, a conferire alle celebrazioni il sostegno delle autorità, sebbene il Primo Ministro Plenkovic, interrogato a riguardo, abbia definito il gesto “una scelta del Presidente” di cui lui non era al corrente.

Il rischio che corre la Croazia è quello di cadere nella trappola del revisionismo storico promosso da gruppi ultranazionalisti, evidenziando i crimini perpetrati dal regime jugoslavo e assolvendo o quantomeno ignorando le atrocità commesse dagli Ustasha, così da promuovere una narrativa vittimista del secondo conflitto mondiale e da rinforzare un nazionalismo esasperato e dimentico degli errori del passato.

A titolo presumibilmente informativo si allega il discutibile video di Bojna Cavoglave, aperto dallo “Za Dom Spremni” già più che abbondantemente discusso: la canzone, scritta nel 1991, incita alla difesa del villaggio di Cavoglave e della Croazia dall’invasore serbo.

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