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Libano in caduta libera

Ago 7 2020

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

La conflagrazione nel porto di Beirut è il colpo di grazia per un Paese che già si trovava sull’orlo del baratro

Non esiste un “momento giusto” per una catastrofe come quella che ha colpito la città di Beirut, poiché il carico di perdite di vite umane e distruzione sarà sempre e comunque troppo alto. Tuttavia, si può quasi sicuramente affermare che l’esplosione è giunta al “momento sbagliato”. Se l’esplosione avesse colpito Beirut in un periodo di prosperità essa avrebbe comunque rappresentato un’immane tragedia umana, ma vista l’attuale situazione sociale ed economica del Libano, l’esplosione potrebbe rappresentare il definitivo colpo di grazia per un Paese già sull’orlo del baratro.

Lo Stato Libanese, emerso nel 1990 da una guerra civile durata ben 15 anni, ha sempre sofferto di alcuni difetti strutturali che ne hanno gravemente compromesso l’autorità. Le istituzioni libanesi si basano su un rigido sistema consociativo che prevede la spartizione delle cariche tra i tre maggiori gruppi del Paese: cristiani maroniti, sunniti e sciiti. Tale sistema ha permesso di uscire dal conflitto civile, garantendo l’accesso al potere a tutti coloro che vi avevano preso parte, ma sul lungo termine ha incoraggiato pratiche di corruzione e ostacolato il ricambio istituzionale.

Il Paese, già istituzionalmente debole, ha poi sofferto a causa dello scoppio di una devastante guerra civile appena al di fuori dei propri confini, in Siria. La guerra civile ha avuto un effetto destabilizzante su tutta la regione, ha visto un importante coinvolgimento di Hezbollah, uscito rafforzato dal conflitto e soprattutto ha comportato l’arrivo di un milione e mezzo di rifugiati in Libano, la cui popolazione non raggiunge nemmeno i sette milioni di abitanti. Lo scoppio di una tale crisi umanitaria ha reso ancora più difficile la situazione per un Paese la cui economia soffre di sostanziali carenze strutturali.

In effetti, il Paese può contare su ben pochi asset produttivi, ragion per cui negli ultimi anni si è retto soprattutto sulle importazioni, con una bilancia commerciale sistematicamente in deficit: tale situazione è stata sostenibile solamente grazie a una politica di massiccio indebitamento pubblico. Per un Paese che conta molto sulle importazioni è fondamentale mantenere un tasso di cambio favorevole con il dollaro, poiché una svalutazione della moneta potrebbe compromettere l’intera tenuta del sistema. Da quanto emerso nell’ultimo anno, sembra che la banca centrale libanese, pur di garantire la tenuta della lira libanese, abbia attuato quello che è stato definito da molti analisti uno schema Ponzi: la banca centrale avrebbe infatti contratto debiti con banche commerciali, promettendo tassi d’interessi superiori a quelli di mercato, col solo fine di ripagare i debiti già esistenti, in una spirale senza via d’uscita.

La conflagrazione sociale è avvenuta a Ottobre 2019, dopo che il governo, nel tentativo disperato di arginare quel debito pubblico che ormai aveva raggiunto il 150% del debito pubblico, ha deciso di applicare nuove tasse su tabacco, benzina e persino chiamate vocali Whatsapp. I Libanesi, già esasperati da un pessimo stato dei servizi pubblici nel Paese, ivi incluse sospensioni quotidiane della fornitura elettrica, assenza diffusa di acqua potabile e una sanità pubblica disastrosa, sono scesi in piazza, dando il via a una lunga ondata di manifestazioni. Le proteste hanno anche causato la caduta del governo Hariri, sostituito da quello di Hassan Diab, ma la situazione in Libano non è migliorata, anzi.

Già prima dello scoppio dell’epidemia la Banca Mondiale stimava che entro la fine del 2020 il 45% della popolazione libanese si sarebbe trovato al di sotto della soglia povertà: il coronavirus è riuscito nella difficile impresa di peggiorare la situazione e le ultime proiezioni parlano di una contrazione dell’economia libanese per quest’anno del 12%. Nel Paese, un cittadino su tre è disoccupato e, stando al rapporto di Save the Children, nell’area metropolitana di Beirut vi sarebbe quasi un milione di persone che hanno difficoltà persino a procurarsi cibo su base giornaliera. Inoltre, dallo scorso autunno, la lira libanese ha perso l’80% del suo lavoro, con le conseguenze sopra accennate per le importazioni e a Marzo il Paese ha dichiarato per la prima volta bancarotta.

Poi è venuta l’esplosione. Oltre ad uccidere 135 persone e ferirne altre 5.000, l’esplosione ha prodotto circa 300.000 sfollati e causato circa 5 miliardi di dollari di danni. Inoltre, la conflagrazione ha completamente devastato l’area del porto, attraverso la quale transitava il 60% delle importazioni e dove, tra l’altro, si trovavano i silos del grano, principali risorse alimentari del Paese. Serve aggiungere altro?

Se il Paese si trovava sull’orlo del collasso, ebbene, adesso è in caduta libera. Servono aiuti e l’Unione Europea ed altri si stanno già organizzando per farli pervenire. Nell’immediato è ovviamente necessario fornire quegli aiuti necessari alla gestione dell’emergenza causata dall’esplosione, ma ciò non sarà sufficiente. Il Paese sta attraversando la peggior crisi dalla fine della guerra civile e interventi strutturali sono assolutamente necessari se il Libano vuole garantirsi il futuro. Servirà il coinvolgimento di istituzioni internazionali, ma anche un reale impegno della classe dirigente libanese per quello che dovrà essere un cambiamento immediato e radicale, o altrimenti il Paese è condannato.

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