Guerre e Armamenti, Nuove voci del giornalismo

Egitto, l’importanza di essere ossi duri

Ago 28 2020

di Gianfranco Maselli – OTHERNEWS

Con la presidenza di Al-Sisi la politica estera egiziana si è inasprita, inacidendo i rapporti fra il paese e la Turchia di Erdogan. Il recente cessate il fuoco in Libia sembra aver riavvicinato i due attori internazionali ma la rivalità che li lega è ancora lontana dall’assopirsi.

Abdel Fattah al-Sisi, sesto e attuale Presidente della Repubblica egiziana

Non c’è dubbio che Abdel Fattah al-Sisi sia un osso duro. Guardando ai territori che si affacciano sul Mediterraneo Orientale sembra quasi che esserlo sia l’unico imperativo possibile per competere con certi dirimpettai. È in carica da 6 anni come Presidente dell’Egitto ma non è certo da questi particolari che si giudica un osso duro.

Un osso duro lo vedi da come prende il potere, da come brandisce la spada, da come si preoccupa affinché nessuno possa sottrarla, da come si pone nei confronti degli altri attori internazionali, dalle sue spudorate dimostrazioni di forza e dalla quasi assoluta mancanza di mediazione coi propri vicini.

Il più ostico fra questi, al momento, è certamente la Libia, un territorio con cui l’Egitto condivide un confine tanto poderoso quanto scomodo, recenti minacce di guerra poi messe da parte da fragili cessate il fuoco ed un passato fatto di golpes così pesanti da riecheggiare nel mondo intero.

Se un giovanissimo e già cinico Muammar Gheddafi, nel 1969, riuscì ad instaurare una ferrea dittatura nazionalista capace di trasformare la Libia da semplice Paese serbatoio di petrolio a orgoglioso protagonista del Mediterraneo e del Medio Oriente, quello giocato da Al-sisi in Egitto non è stato un golpe teso ad una diplomazia spregiudicata quanto, piuttosto, ad un’estrema sovversione di schemi e a mire espansionistiche territoriali.

Cresciuto nell’esercito, servendo inizialmente nella fanteria meccanizzata, Al- Sisi ha costruito una carriera militare brillante che lo ha portato, nel 2012, a ricoprire il ruolo di Capo Maggiore di Stato sotto il governo Mohamed Morsi, il primo dopo la Primavera Araba.

Raccogliendo i frutti dell’insofferenza popolare verso le politiche attuate dal presidente Morsi, dell’indignazione nei confronti dei decreti con i quali il capo di Stato stava iniziando ad accentrare in sé anche diversi poteri in campo giuridico e delle proteste estesisi a macchia d’olio nell’Estate del 2013, Al-Sisi si è lanciato in un’audacia che ha portato il paese ad una svolta cruciale: un ultimatum di 48 ore al presidente Morsi.

In caso di mancate risposte al popolo egiziano, l’esercito lo avrebbe rimosso dal suo incarico. Il 3 luglio, allo scadere dell’ultimatum, i militari guidati da Al-Sisi hanno iniziato a prendere possesso delle principali sedi governative. In quella stessa serata, proprio Al-Sisi ha parlato a reti unificate alla nazione annunciando la rimozione di Morsi e il suo arresto.

A seguito del golpe del Luglio 2013, Al-Sisi è diventata la figura più popolare d’Egitto. La richiesta, circa un mese dopo il colpo di Stato, di ampi poteri agli egiziani per combattere contro il terrorismo e contro le ideologie radicali e la successiva conquista della carica presidenziale sono state conclusioni fin troppo prevedibili.

Una mossa altrettanto astuta è stata quella che lo ha visto applicare l’ennesimo dispositivo di controllo sulla vita politica del Paese, una legge del 6 luglio che obbliga i militari a chiedere l’autorizzazione del Consiglio supremo delle Forze armate, presieduto dallo stesso Al-Sisi, prima di entrare in politica.

Con una semplice mossa il Presidente egiziano, memore del modo con cui egli stesso ha preso il controllo anni fa, è riuscito ad incatenare il proprio potere al paese, escludendo il rischio che la storia si ripeta con un nuovo golpe e riconfermando la sua aggressività.

Mai come negli ultimi tempi la suddetta aggressività dell’osso duro egiziano è stata sotto gli occhi di tutti. Se il primissimo obiettivo perseguito da Al-Sisi come presidente è stata la violenta repressione dei gruppi mussulmani nel paese, il secondo è stato certamente il ridimensionamento della politica estera egiziana.

Il settore ha subito sensibili cambiamenti rispetto al passato, concentratisi nelle interferenze negli affari del vicino territorio libico, nei legami con il governo orientale di Tobruk di Khalifa Belqasim Haftar, l’uomo forte della Cirenaica e nella contrapposizione col maggiore sostenitore del governo di accordo nazionale di Tripoli di Al-Serraj, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, un attrito che negli ultimi mesi ha alimentato una tensione crescente che sembrava anticipare l’ombra di un conflitto fra i due paesi.

Lo scorso 22 Luglio infatti il battibecco fra le due potenze sembrava essere in procinto di esplodere a seguito del voto col quale il Parlamento egiziano ha autorizzato il Presidente Al-Sisi a schierare le truppe in Libia in sostegno di Haftar e contro le forze di Al-Serraj, sostenute da Ankara.

Per Al-Sisi qualsiasi attacco a Sirte, a quella “Linea Rossa” nel mirino turco che sulla cartina collega la città col distretto di Jufra e rappresenta, di fatto, il principale accesso ai giacimenti di petrolio libici, avrebbe spinto l’Egitto ad intervenire pesantemente, invadendo il paese per proteggere i propri confini occidentali.

Il giorno dopo il via libera da parte del Parlamento egiziano all’eventuale intervento in Libia in difesa del generale Haftar, è arrivato puntualissimo l’intervento di Recep Tayyip Erdogan, principale sostenitore del Governo di accordo nazionale libico di Tripoli, che ha apostrofato la possibilità di un intervento egiziano come un’“azione sconsiderata e intollerabile”.

Di tenore opposto è stata invece la posizione assunta dal presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, che in una nota ha apprezzato la risposta egiziana alla richiesta di aiuto che Tobruk aveva lanciato al parlamento del Cairo “contro l’invasione straniera”. Saleh aveva già chiesto più volte alla comunità internazionale e alla Missione delle Nazioni Unite in Libia di tagliare la strada a quella “avidità straniera che mira a saccheggiare la ricchezza del paese”.

Negli ultimi giorni, tuttavia, la posizione dura dell’Egitto che si era fatto avanti con decisione, pronto ad un possibile coinvolgimento diretto in una guerra per difendere Sirte e la Cirenaica, ha subito una battuta d’arresto importante firmata dal presedente del GNA Fayez al Serraj e dal presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh.

I due hanno dichiarato un cessate il fuoco su tutto il territorio libico e il rilancio di un’azione politica che potrebbe portare ad elezioni legislative e presidenziali nel prossimo mese di marzo. I due fronti, finora in aperta guerra, lo hanno annunciato in simultanea con dichiarazioni separate che sembrerebbero avere l’obiettivo comune di riportare la sovranità del Paese e mandare via forze straniere e mercenarie.

Non sembra invece aver accolto bene la notizia del cessate il fuoco Khalifa Haftar che, attraverso il suo portavoce Ahmed al Mismari, respinge al mittente l’iniziativa di un cessate il fuoco, definendola “marketing mediatico” per gettare “fumo negli occhi” che, secondo il generale Libico, nasconderebbe oltre sua coltre l’imminente invasione del paese da parte della Turchia che con le sue navi e fregate si preparerebbe, in realtà, ad attaccare Sirte e Jufra.

A prova di ciò ci sarebbero le forze recentemente trasferite da Misurata alla zona di Al Hicha, a sud est della città, dopo una riunione tenutasi in mattinata tra il capo di stato maggiore turco e un numero di ufficiali e capi milizia di Misurata. L’obiettivo successivo, come dichiarato da Mismari, sarebbe avanzare verso la zona della Mezzaluna petrolifera ed occuparla.

Le forze armate di Haftar hanno tutt’altro allentato la presa e, ignorando il cessate il fuoco, si dicono dunque pronte a fronteggiare il nemico quando questo si preparerà ad avanzare verso Sirte, trascinando con tutta probabilità anche l’alleato egiziano con sé.

Egitto e Turchia sembrano dunque essersi riavvicinati grazie al cessate il fuoco ma la rivalità che lega in due paesi sembra, dunque, ben lontana dall’assopirsi completamente, soprattutto considerando le sue antiche radici.

Le relazioni tra Egitto e Turchia, infatti, hanno cominciato ad inacidirsi ben prima degli ultimi anni. Oggi assistiamo ad una tensione che attinge la sua energia da un evento passato, dal primo tassello di un domino che oggi coinvolge tutti gli attori dell’area del Mediterraneo Orientale, responsabile dell’inclinarsi dei rapporti fra i due paesi sin dal 2013, anno in cui Al-Sisi guidò il rovesciamento militare di Mohamed Morsi, che godeva del sostegno proprio della Turchia.

Il confronto non poteva che misurarsi in una terra come la Libia, sprofondata in un caos senza fine dalla Caduta di Gheddafi avvenuta nei 2011, complicato dalla crescente presenza di attori internazionali pronti a schierarsi per accaparrarsi quella Linea Rossa che oggi è un fonte di risorse petrolifere ed un provvisorio fronte di guerra ma che, un domani, potrebbe diventare una precisa demarcazione tra due distinte Libie, due future zone di influenza di un paese sempre più lacerato, spezzato in due dalla sete di potere di tanti, troppi ossi duri.

admin

One Comment

  1. Grazie per aver descritto in maniera comprensibile e dettagliata la difficile situazione dell’Egitto e del suo “osso duro”. Oggi più che nel passato, nell’intera area del Mediterraneo Orientale, è necessario ed indispensabile creare un organismo formato da tutti gli attori del territorio, sotto la bandiera dell’ONU, per evitare un peggioramento delle ostilità tra i vari “ossi duri”, tutti assetati di potere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *