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Cile: il perché delle proteste

Ott 23 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Ad un anno dall’inizio delle proteste antigovernative tornano in piazza a Santiago migliaia di manifestanti in attesa del referendum di domenica.

Proteste a Santiago del Chile

Lo scorso 18 di ottobre il primo anniversario della rivolta sociale, in Cile vi sono state sì manifestazioni pacifiche, ma anche scontri con dimostranti radicali e polizia, saccheggi di negozi e supermercati, l’incendio di due chiese e i media cileni parlano anche di utilizzo di molotov e gas lacrimogeni. Plaza Italia ha così visto riunirsi manifestanti pacificamente con un unico scopo: far sentire la propria voce; eppure le cose sono ugualmente degenerate, le violenze sono cresciute e un gruppo di manifestanti ha addirittura appiccato un incendio alla Chiesa dei “carabineros” San Francisco de Borja (così chiamata perché utilizzata dalla polizia per le cerimonie), stessa cosa è accaduta quella di Santiago del Cile e alla torre della Parroquia de la Asuncion, le cui immagini della torre che crolla hanno fatto letteralmente il giro del web. L’appuntamento, scrive il quotidiano El Mercurio, “ha avuto due volti. Gli stessi che si sono sistematicamente riproposti nei 12 mesi scorsi. Da una parte migliaia di persone sono scese in piazza, a Santiago e nelle regioni, per protestare pacificamente contro il governo. Dall’altra gruppi di militanti con il volto coperto hanno scelto la violenza, i danneggiamenti e lo scontro con le forze dell’ordine”.

Domenica le votazioni per il referendum, un momento in realtà attesissimo da tutta la popolazione, indetto con il fine di cambiare l’attuale Costituzione risalente al 1980, e quindi all’epoca dalla dittatura di Augusto Pinochet. Si era concordato che avvenisse lo scorso aprile ma, a causa dell’emergenza dovuta al coronavirus, è stato rinviato al mese di ottobre 2020, precisamente a questo weekend. Le domande sulla scheda referendaria saranno due: una sulla sostituzione o meno della Costituzione con un nuovo testo e una sul metodo per la scrittura e la creazione o di una Commissione mista composta in parti uguali da cittadini e parlamentari eletti o di una Costituente integralmente composta da cittadini eletti per questo scopo. Un esisto positivo potrebbe portare ad una reale e concreta svolta per l’intero Paese sotto tutti i punti di vista.

Ma come si è arrivati a tutto ciò?

Preambolo

È il 18 ottobre 2019. Fortissima è la tensione percepibile in Cile, iniziano le primissime proteste e manifestazioni antigovernative, i primi scontri e le prime violenze, i primi video circolanti su internet, un primo sguardo del globo nel bel mezzo di una emergenza sanitaria che ormai era alle porte, temuta da tutti i principali leader mondiali.

Ad oggi, repressione ed utilizzo di man forte da parte delle forze dell’ordine non sembrano bastare, tentativo di porre rimedio ad una situazione ormai fuori controllo: morti e migliaia di feriti fanno da sfondo ad una Nazione messa in ginocchio da pandemia, scarsa assistenza sanitaria, pochissimi e rari finanziamenti.

Cosa sta realmente accadendo in Cile?

Proprio ad inizio ottobre 2019 era stato infatti dichiarato l’aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago nelle ore di punta da 800 a 830 pesos (0,98cent a 1,02 euro): un prezzo già caro in partenza se lo si mette a confronto con lo stipendio medio mensile di un lavoratore cileno che, per legge, dovrebbe essere di un minimo di 301mila pesos (370euro) ma in realtà secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica del Cile la metà dei lavoratori cileni non prende più di 400pesos al mese.

Tale aumento sarebbe solo uno da aggiungere alla lista di imposte in continuo aumento e che ha visto le famiglie cilene sempre più in difficoltà, con riforme economico-sociali promesse, ma che sembrano non arrivare mai.
Il 7 ottobre ci sarebbero stati i primi ingressi di massa nelle stazioni della metropolitana della Capitale senza pagare il biglietto: sono così iniziate le proteste, innanzitutto tra gli studenti universitari di Santiago, per poi arrivare a coinvolgere una grande fetta della popolazione ormai stufa dei problemi economici e delle disuguaglianze sociali ancoraggi presenti in Cile. Secondo un il rapporto PNUD 2017 infatti, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo del Cile, il punto di partenza di questa disparità nella società cilena è risalente all’epoca coloniale spagnola, e quindi quando l’assegnazione delle terre disponibili favorì i discendenti degli europei, dei “bianchi”, e segnando profondamente l’inizio della classe alta cilena che oggi conosciamo.
Il documento del PNUD sostiene che nel corso degli anni quella struttura sociale così diseguale continuò a sopravvivere prima tramite il sistema delle “haciendas“, grandi aziende agricole dove da una parte c’erano i padroni, e dall’altra gli impiegati e i “peones“, i lavoratori agricoli, e poi tramite il sistema di lavoro imposto nelle miniere. Le diseguaglianze sarebbero poi state perpetuate nel passaggio alla moderna economia di mercato: «C’è una configurazione storica strutturale che prevede una distribuzione delle risorse, un quadro istituzionale, un sistema normativo e legale che danno forma a questi livelli molto diseguali di reddito e di rappresentazione politica», ha detto María Luisa Méndez, docente dell’Universidad Católica di Santiago, commentando il lavoro del PNUD.
Ciò ha portato all’accordo tra le principali forze politiche e governative, raggiunto il 12 novembre: il Parlamento aveva infatti indetto un referendum con il fine di cambiare l’attuale Costituzione risalente al 1980. Si era concordato che avvenisse lo scorso aprile ma, a causa dell’emergenza dovuta al coronavirus, è stato rinviato al mese di ottobre 2020, precisamente a questo weekend.

Il caso che incendia il Cile

In estate il Cile era tra i Paesi con il più alto numero di contagi e decessi nel mondo per milione di abitanti a causa del coronavirus. La pandemia non ha fatto altro che evidenziare, infatti, le notevoli difficoltà del Paese ad affrontare gli alti costi dell’assistenza sanitaria e sociale mettendo letteralmente le famiglie in ginocchio. Bloomberg, in merito, a ciò ha infatti affermato che: «Il Cile ha seguito l’esempio delle nazioni ricche solo per rendersi conto, ancora una volta, che una grande percentuale dei suoi cittadini è povera». Tale situazione, durissima per la popolazione, si fa ancora più drastica se si riflette sul fatto che la nazione ha in realtà solidi dati macroeconomici, con un debito pubblico che dovrebbe arrivare al 40% del PIL entro la fine del 2021.

A livello politico, le parti del governo più conservatrici, che rappresentano inoltre la maggioranza, si sono a lungo opposti ad una nuova Costituzione, sostenendo che sia meglio ridefinire e modificare il testo già presente. Temono forse in una vittoria in senso progressista? Probabile, certo è che non sarebbe un caso isolato in America Latina ove il virus non ha fatto altro che aumentare malcontento ed ingiustizie sociali. La modifica alla Costituzione si è infatti da subito configurata come una delle principali richieste da parte dei manifestanti: simbolo di dittatura, del sistema neoliberista cileno, per altri ancora rappresenta la manifestazione del tradizionalismo patriarcale.

Oggi, ad un anno dall’inizio delle proteste e con un’emergenza sanitaria tutt’ora in corso, la questione rimane aperta. In generale, si può dire che il XXI secolo ha sì consolidato un modello di crescita economica del Paese, basato principalmente sul settore delle esportazioni di materie prime, e che ha permesso a milioni di persone di sfuggire alla povertà. Ma, allo stesso tempo, i problemi storici di disuguaglianza di reddito e di concentrazione di ricchezza hanno profondamente scosso la società cilena che, ad oggi, chiede riforme concrete a livello economico, un cambiamento di rotta a livello sociale, un sistema sanitario efficiente nonché una nuova Costituzione. Una rivolta sociale che, nonostante la pandemia mondiale, non si è mai fermata.

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