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Porto Rico, referendum: vince il sì per l’annessione agli USA

Nov 20 2020

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Oggi a Porto Rico vince il “sì” al referendum per l’annessione alla EEUU, ma dietro questo risultato cosa si cela realmente?

Porto Rico Referendum
Foto di Birga da Pixabay

Parallelamente alle elezioni presidenziali americane, lo scorso 3 Novembre si è svolto anche il referendum (non vincolante) che ha chiesto ai quasi 3 milioni di abitanti di Porto Rico, l’isola nel Mar dei Caraibi, se volessero l’integrazione di Porto Rico come 51 ° Stato dell’Unione americana, o se, al contrario, preferissero un propria indipendenza. Il risultato non è passato sicuramente inosservato: circa il 52% degli elettori, infatti, è risultato a favore; la maggior parte della popolazione, dunque, desidererebbe l’annessione totale alla EEUU, un’idea probabilmente in crescita e forse anche incoraggiata dagli oltre 6 milioni di portoricani che vivono oggi negli Stati Uniti.

Attualmente, infatti, chi nasce a Porto Rico è sicuramente un cittadino statunitense, ma non può votare alle elezioni presidenziali, a meno che il votante non si trasferisca fisicamente negli USA. Ai portoricani, inoltre, non è concessa una rappresentanza al Congresso: qui, infatti, mandano solo una delegazione che, però, non può esprimere alcuna preferenza, non ha diritto di voto. Come contropartita, il Porto Rico non paga l’imposta federale sul reddito.

Quali sono i vantaggi per Porto Rico e USA?

Nel caso di un ingresso all’interno della Federazione Statunitense, per Puerto Rico ci sarebbero vantaggi soprattutto economici: si parla infatti di fondi federali che andrebbero ad aggiungersi a quelli che l’isola già riceve da Washington, la possibilità di commerciare liberamente con il continente, rientrare negli accordi stipulati dagli Stati Uniti con gli altri Paesi. Gli USA, dal canto loro, riuscirebbero ad ottenere finalmente una importante base del Centro America.

Le precedenti cinque consultazioni (1967, 1993, 1998, 2012 e 2017) non sono riuscite a convincere Washington ad affrontare il problema dello status dell’isola. Ma c’è anche da sottolineare che, questa volta, il risultato non è scontato, vista la difficile situazione del territorio che, negli ultimi quattro anni, ha subito ben due uragani, terremoti, crisi economico-politica ed emergenza sanitaria legata al diffondersi del Covid-19.

Quello di questo novembre risulterebbe essere il sesto referendum svoltosi circa l’identità nazionale, lo stesso giorno si è votato per l’elezione del governatore (Pierluisi) e  del rappresentante a Washington che ha visto la vittoria di Jennifer Gonzalez del Partido Nuevo Progresista (PNP). 

L’analisi dei dati del referendum

In molti ritengono che quella del referendum di Porto Rico sia stata solo una votazione accessoria rispetto all’elezione delle autorità e dei legislatori, ma soprattutto un modo per distogliere l’attenzione dai loro risultati che, in realtà, rivelerebbero il vero status dell’isola. L’affluenza registrata, quindi, dovrebbe essere guardata sotto un’altra ottica?

Dall’analisi dei dati, Nils Casto registra un rallentamento del tradizionale bipartitismo portoricano mentre il Puerto Rican Independence Party (PIP) è riuscito invece ad ottenere il 14% dei consensi, un risultato significativo rispetto al suo tradizionale 5%; insieme a questo, due nuovi movimenti correlati, hanno aggiunto il 20% arrivando, in totale, al 34% dei voti per l’indipendenza: un risultato sicuramente di cui tener contro.

“Quanto al plebiscito, che questa volta ha giocato un ruolo marginale, il voto non è stato per la statualità, ma  contro  il Commonwealth (ELA), sua unica alternativa. Conferma solo che il Commonwealth è un sistema politico di inefficacia, corruzione e crisi” afferma Nils Castro – Speciale a With Our America – da Panama City.

L’esito delle votazioni portano quindi alla riflessione su due diversi aspetti: il primo riguarda sicuramente il PIP che ha raggiunto il maggior numero di voti nella sua storia; l’altra, quella dell’annessione alla EEUU, vinta forse con un margine sottile. Troppo sottile per giustificare una vera discussione sull’annessione a Washington?

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Una storia di indipendenza in fumo: gli antefatti

Foto di Limes

C’è da dire che il risultato di questo sesto referendum è stato però devastante per tutti coloro che per decenni hanno promosso l’indipendenza di Porto Rico, un Paese che, dal 1917 è ufficialmente “territorio non incorporato degli USA” (una condizione che viene definita dei politici “a metà fra uno Stato Federato ed una colonia”).

Un’indipendenza segnata all’origine da due atti di estrema violenza e dalla ribellione della piccola isola portoricana di Vieques, sito di un’installazione militare statunitense.

Attacco a Truman e fuoco sul Campidoglio

Il primo avvenne nel 1950, quando due attivisti, Oscar Collazo e Griselio Torresola, attaccarono il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, in un’operazione che si concluse la morte di Torresola, colpito nella sparatoria.

Nel 1952 nacque lo “Stato libero Associato“: una forma di autonomia locale che però, allo stesso tempo, di certo non sfuggiva alla tutela coloniale americana. Portorico possiede quindi una propria Costituzione, ispirata a quella degli USA, un governo eletto gestisce gli affari dell’isola (anche se per le questioni strategiche ci si deve comunque rivolgere a Washington), l’economia è incorporata a quella Americana.

Il secondo atto di violenza ebbe luogo due anni dopo, nel marzo 1954 quando un gruppo di quattro persone, guidate da un’ex regina di bellezza, Lolita Lebrón, aprì il fuoco sul Campidoglio. Tutti vennero catturati ed imprigionati. La causa si intrecciò presto con le manovre dettate dalle ideologie della Guerra Fredda.

Le mire di Fidel Castro

Fidel Castro, infatti, interessato a Porto Rico da quando era ancora solo uno studente di giurisprudenza all’Avana, ha negoziato personalmente con il presidente Jimmy Carter nel 1976 offrendogli di scambiare il gruppo capeggiato dalla Lebrón con cinque americani detenuti a Cuba. Ma andiamo per gradi.

Le mire USA

Dal 1941, la Us Navy occupava i due terzi dell’Isola di Vieques , isola e Comune di Porto Rico, utilizzandola per le esercitazioni militari, gli effetti di queste ultime ovviamente si sono riversate sull’ambiente generando l’incremento di cancro, presenza di sostanze tossiche in aria ed acqua, disagio in una popolazione che già vive una difficile situazione economica.

Un improvviso peggioramento delle relazioni tra la Us Navy e gli abitanti di Vieques fu provocato da un incidente avvenuto il 19 aprile 1999 quando un impiegato civile partoricano della base navale è rimasto ucciso da una bomba lanciata da un F-18 e finita ad oltre 15 km di distanza dal bersaglio, quattro i feriti. Il tragico evento non è servito ad altro che da catalizzatore per una mobilitazione davvero senza precedenti. La popolazione di Vieques ha infatti così iniziato a protestare contro la presenza dei militari, contro la presenza dei poteri civili e militari di Washington.

Dopo l’incidente i bombardamenti furono sospesi e le forze navali presenti sull’isola diedero prova di discrezioni, evitando anche di prendere misure repressive contro i dimostranti che occupano illegalmente terreni militari, ma intendevano comunque ritornare alla situazione precedente.

Proposte di soluzione fallite

Nel giugno 1999, Clinton ha incaricato il ministro della Difesa William Cohen di nominare una commissione che definisse una soluzione accettabile da tutte le parti in causa. La soluzione proposta da tale commissione, presentata come un compromesso, consisteva nel permettere alle forze navali di ricominciare le manovre a partire dal marzo del 2000, utilizzando però armi non esplosive e limitando le esercitazioni. Si era inoltre chiesto ai locali un aiuto finanziario di 40 milioni di dollari, in segno di riconoscimento delle loro difficoltà. Le conclusioni della commissione furono considerate totalmente inaccettabili.

C’è da sottolineare che in effetti Clinton non si trovava in una situazione così facile: né i militari, né i portoricani intendevano mollare la presa. Se da un lato infatti i portoricani esigevano la partenza immediata delle forze navali, dall’altra i militari intendevano negoziare a tutti i costi il loro ritorno.

Mentre la US Navy, con l’intermediazione della Casa Bianca, decise di accettare un contatto con i rappresentanti del governo portoricano; James Inhofe, repubblicano dell’Oklahoma, e John Warner, repubblicano della Virginia invece adottarono una posizione intransigente minacciando di chiudere altre basi militari a Portorico, in particolare quella di Roosevelt Roads, a 10 km da Vieques. Il leader della maggioranza al Senato, Trent Lott (repubblicano del Mississippi), in seguito minacciò di privare Portorico di 50 milioni di dollari di fondi federali se la Marina statunitense non avesse più potuto utilizzare Vieques per le esercitazioni.

Di tutto ciò colpisce la fermezza degli indipendentisti nell’opporsi al ritorno delle forze navali americane. Vieques è infatti uno dei principali cavalli di battaglia della causa indipendentista, attorno a cui si è sviluppato un movimento sociale che ha coinvolto personalità e organizzazioni anche nordamericane.

Porto Rico in controtendenza

Proprio in questo sta l’enorme valore politico dei vari referendum, condotti in linea di massima con il fine di comprendere meglio l’evoluzione dell’opinione dei votanti in merito a queste tematiche, sentite, attuali.

Il “sì” del referendum sembra andar contro non solo alla tendenza divisionista sempre più presente tra i popoli, si pensi alla Catalogna in Europa o al Tigray in Africa, ma soprattutto contro una storia di fiero indipendentismo, fatta di durissime lotte e scontri politici. Stiamo a vedere cosa succede.

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