Ai confini dell’Immaginario, arte contemporanea e migrazioni oggi

di Rosa Jijòn e Francesco Martone

“La terra davvero nostra è questa magra riva dove ci ritroviamo buttati”– Jean-Paul de Dadelsen[1]

Questa pubblicazione, inizialmente concepita come risposta alle sollecitazioni fornite dal primo saggio pubblicato nella collana Mediterraneo, a firma di Sandro Mezzadra, ha via via acquisito nuova forma, e allo stesso tempo, rispetto all’intenzione iniziale, sviluppato una pluralità di proposte che intendono offrire al pubblico ipotesi di riflessione e rappresentazione del tema migratorio. L’intuizione iniziale si è alimentata così di altre tracce, altri spunti, proposti dalla quotidianità ed anche dalla capacità di mobilitazione delle organizzazioni e dei movimenti sociali. Primo fra tutti il percorso di lavoro ed iniziativa di movimenti sociali e di migranti che ha portato poi alla convocazione di una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sul tema dei migranti e rifugiati. [2]  

Ci siamo chiesti quindi come creare connessioni, come provare ad offrire uno strumento – non specificamente politico o solo artistico – di rappresentazione visuale e teorica, propria del mondo dell’arte, che si snoda in uno spazio, quello di una pubblicazione inserita in una collana promossa da una casa editrice portatrice di una storia oltre che culturale, fondamentalmente politica. Un testo che intende quindi fornire attraverso un approccio curatoriale, elementi e stimoli di riflessione sul tema migratorio come contributo anche ad un nuovo dibattito politico che possa informare le scelte, le analisi e le pratiche di chi oggi si cimenta a vario titolo sul tema delle migrazioni.  Nel pensare ciò abbiamo quindi adottato un approccio prettamente “artistico”, quasi che nel comporre il sommario di questa pubblicazione immaginassimo di curare una mostra di arte contemporanea, in uno spazio immateriale, ma densamente popolato.

Questo spazio vorrebbe essere anche la prima risposta a ciò che Mezzadra intende come confine che produce significato, pratiche, processi, non solo di esclusione, di sfruttamento ma anche di possibilità, critica e produzione artistica e culturale.  

Il tema dello spazio ricorre spesso come filo conduttore di questo nostro primo lavoro editoriale, giacché troppo spesso il tema migratorio viene affrontato dal punto di vista di chi migra, per suo conto. Migranti come oggetto di studio ed analisi, come soggetti da ritrarre, o utilizzare, vittime possibili, piuttosto che soggetti agenti. Lo afferma bene Arun Appadurai, autore di Aspirational Maps, quando ci dice che ogni qual volta di tenta di produrre un “archivio delle migrazioni” ci si deve relazionare come la presenza di una o più narrative presenti nella memoria pubblica nella nuova “casa” del migrante, dove il migrante viene visto spesso come una persona che ha una sola storia da raccontare, quella di una perdita abietta o del bisogno. [3]

Ecco come allora il tentativo di recuperare la dimensione “spaziale” delle migrazioni può fornire strumenti utili per proporre altre narrazioni, uscire dalla gabbia concettuale che immagina il migrante come vittima, predestinata a morire nel fondo del mare, o ad essere rinchiusa in un centro di detenzione, o ad essere espulsa o sfruttata. Cercare quindi di comprendere come gli spazi attraversati dai migranti si trasformano grazie al loro attraversamento, come diventano luogo di scambio di culture, di economie, di pratiche, di storie e di aspirazioni può servire a restituire ai migranti ed alla loro scelta consapevole di imbarcarsi in un percorso difficile di attraversamento delle frontiere, dignità e riconoscimento della propria “agency”.

Sono spesso spazi al di fuori della legge nei quali “i migranti illegali hanno molto da dirci su ciò che significa oggi essere cittadini, e su come avanzare rivendicazioni politiche da una posizione di estrema precarietà dalla posizione di chi è fuori dalla legge”.   Ed è proprio per la loro “estrema vulnerabilità che i migranti illegali possono rivitalizzare la politica e espandere e ridefinire lo spazio della democrazia in maniere imprevedibili”. [4]

Esplorare la dimensione “spaziale” della migrazione è quindi un atto politico oltre che visuale ed artistico che presuppone il riconoscimento di un diritto fondamentale, quello che il collettivo siriano Abounaddara definisce come “diritto umano all’immagine dignificata”, the “human right to dignified image[5]. I videomaker siriani si riferiscono essenzialmente alla rappresentazione mainstream del popolo siriano, raffigurato come vittima di processi ineluttabili, di guerra ed oppressione, come se fosse un popolo predeterminato a vivere sotto le macerie o sotto la dittatura. Ed invece anche in questo caso se si fosse andato a fondo dello “spazio” di come in quello “spazio” alterato rispetto alla sua origine e vocazione iniziale si trasforma anche grazie a quelle persone, si sarebbe notato che esisteva un’altra storia. Quella di pratiche di produzione artistica e culturale, quella del mutualismo, della solidarietà e del dialogo interreligioso e culturale.

Oggi la vera sfida per l’artista e chi documenta il fenomeno migratorio è pertanto, per dirla con TJ Demos, [6]quella di  “abbandonare lo spettacolo familiare della miseria, l’immaginario sensazionalista della sofferenza in questi tempi di proliferazione delle emergenze umanitarie, e assumersi la sfida di interrogare le complesse cause politiche ed economiche dietro gli effetti dell’isteria sulle migrazioni, e le guerre alle frontiere, e mostrare come la migrazione delinei un atto creativo di trasformazione politica ed un luogo di resistenza ed “agency”“.

Resistenza ed “agency” che trasformano in una certa maniera gli spazi attraversati dai migranti, le frontiere, i luoghi liminali, in “mobile commons”, commons in movimento [7], che siano spazi urbani temporaneamente occupati (l’esempio del nostro lavoro “Camera con vista”) da comunità migranti o rom, nei quali si sono create vere e proprie comunità autogestite, con proprie regole e pratiche, finché gli stessi spazi non sono stati liberati con la forza per essere immessi nel mercato della finanza e della speculazione immobiliare. Oppure gli spazi delle rotte sahariane, i posti di frontiera, gli avamposti e i luoghi di ristoro, descritti in Sahara Chronicle di Ursula Biemann che ci ha fatto anche dono di un suo scritto nel quale appunto elabora sul tema dello spazio. O spazi fisici di resistenza e rivolta, quelli di un Centro di Detenzione Temporanea alla periferia di Parigi, una storia di insubordinazione e rivolta narrata ne “et ils vont dans l’espace qu’embrasse ton regard” da Estefania Penafiel Loaiza, artista ecuadoriana ormai naturalizzata francese che ha partecipato con quell’opera alla grande mostra dedicata ai segni dell’insurrezione e curata da Georges Didi-Huberman nel 2016 al Jeu de Paume di Parigi. [8]

E ci sono anche spazi di esclusione, di frontiera come lo spazio sospeso nel tempo negli istanti precedenti l’intervista per la richiesta del riconoscimento di status di rifugiato, la stanza, il tavolo, il dialogo tra il migrante e la funzionaria dell’ufficio preposto alle interviste relative alla richiesta di asilo politico, in attesa dell’arrivo del mediatore culturale e rappresentato nella “performance” di Elena Mazzi e Enrica Camporesi Performing the self-the interview” che abbiamo voluto inserire nella pubblicazione, per dar conto della varietà di possibili rappresentazioni del tema. O quello manipolato ed alterato dalla mano dell’uomo per costruire fortezze e valli a protezione dell’Europa da minacce esterne, come raffigurato in una sorta di cortocircuito spazio-temporale in “1xUnknown” di Margherita Moscardini, che cataloga le macerie delle fortificazioni e bunker in cemento armato del Vallo Atlantico, costruito dai nazisti per proteggere la Fortezza Europa. Un richiamo neanche tanto velato alla sindrome securitaria della Fortezza Europa di questo tempo, che nasconde in sé il fallimento del suo progetto originario di spazio comune di diritti e cittadinanza, miraggio che attrae le migliaia di esseri umani in cerca di “conforto” e accoglienza. Questo il leitmotiv delle opere esposte nella mostra “Gemuetlichkeit” dell’artista peruviano Jota Castro alcune delle quali sono qui rappresentate.

Negli spazi è possibile praticare forme di “sguardo disobbediente come fa il collettivo Forensic Oceanography di Lorenzo Pezzani e Charles Heller dei quali questa pubblicazione ospita uno scritto pubblicato su Il Lavoro Culturale e su Euronomade, ed il lavoro “Left-to-die Boat” già presente alla Biennale di Architettura di Venezia 2016 e ne “La Terra Inquieta” a cura di Massimiliano Gioni, tenutasi a Milano nel 2017[9], la prima vera grande mostra antologica sulle rappresentazioni del tema delle migrazioni, caratterizzata tra l’altro dall’inedita presenza di artisti dei paesi di origine dei migranti.

Secondo Heller e Pezzani. “Il tentativo di documentare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti in mare, che cerca di usare, sovvertendone la funzione, gli stessi mezzi di controllo dell’immigrazione contro loro stessi per individuare i responsabili delle violazioni dei diritti dei migranti, ne è un esempio lampante. Come può quest’atto di svelamento avere efficacia politica senza rischiare di diventare complice con lo stesso regime che cerca di abbattere? Una possibile risposta, che ha guidato negli ultimi tempi il nostro lavoro e che vorremmo suggerire qui in via provvisoria, è quello che abbiamo definito uno “sguardo disobbediente”, uno sguardo cioè che cerca di svelare ciò che il regime di frontiera tenta di tenere nascosto (le violenze, le morti, le violazioni dei diritti, ecc.) ma che al contempo non vuole rivelare ciò che quello stesso regime cerca a tutti i costi di mostrare”.

Si tratta in ultima istanza di contribuire a recuperare un’immagine “degna” del popolo migrante, spesso anche dal mondo dell’arte contemporanea rappresentato con modalità quasi necrofile, come se alla “necropolitica” (responsabile di veri e propri crimini di sistema come ebbe a dire nella sentenza finale della sessione sui migranti di Palermo il Tribunale Permanente dei Popoli – giacché di popolo si tratta, al di là di distinzioni arbitrarie tra rifugiato, migrante economico,  richiedente asilo, clandestino o illegale che sia) possa solo contrapporsi il necrologio. Come spiega bene Massimiliano Gioni: “Ad un certo punto   il ruolo dell’artista è cambiato da quello di essere un profeta che immagina una società multiculturale aperta, a quello di essere un investigatore obbligato a contare i cadaveri nelle spiagge del Mediterraneo”[10]. A mappare cioè la conta dei morti di popolo che è quasi una nazione, come ci dice il collettivo artistico italiano Nation 25, nato proprio dall’idea di provare a rappresentare il popolo migrante come una nazione, un paese, con il “Nationless Pavillion” ai magazzini SaLe Docks atto proposto in occasione della 56esima Biennale di Venezia, un padiglione dei senza nazione per travalicare le frontiere materiali dei padiglioni dei paesi partecipanti, raffigurazione obsoleta della geografia umana.    

C’è pertanto bisogno di un netto cambio di passo.

Il tema delle migrazioni è oggi talmente usato ed abusato dai media, dalla politica, dalla narrazione ufficiale al punto di aver perso ogni profonda connessione con chi migra, con le loro vite, i loro destini, a loro decisione consapevole di intraprendere un percorso. La parola usata ed abusata compulsivamente perde così di forma, diventa immagine senza sostanza, facilmente plasmabile a seconda del bisogno, della necessità o dell’opportunità da chi ne vuol fare strumento di facile consenso politico o da chi è ossessionato dalla sindrome della minaccia e della sicurezza. Per questo oggi il ruolo dell’artista che si cimenta con il tema migratorio è anche ruolo politico, di ricostruzione della verità, di recupero del significato delle parole attraverso un atto, un processo creativo. Amitav Gosh in una sua splendida intervista all’ultimo Festival di Internazionale di Ferrara richiama chiaramente all’urgenza di riconoscere che i migranti non sono vittime, sono persone coraggiose che con coraggio prendono la strada verso altri paesi. Ciononostante, oggi il migrante (e le altre categorie connesse – e arbitrarie – di rifugiato, migrante economico, ambientale richiedente asilo) vengono confuse ad arte l’una con l’altra, diventano una “issue”, un tema di conversazione, o ricerca, mobilitazione, dibattito, scontro o rappresentazione. Come se il significato stesso della parola e dell’atto di migrare avesse perso senso. È come se le immagini della crisi innescassero una crisi propria dell’immagine e della rappresentazione estrapolate dai soggetti incarnati che intraprendono un percorso migratorio. E che altro non fanno se non esercitare il loro “Jus Migrandi” per dirla con Donatella Di Cesare autrice di uno splendido saggio sugli “stranieri residenti”. [11]  Un diritto/rito di passaggio, insomma come narrato nel video “The Right of Passage” di Oliver Ressler, al viaggio ed al transito che trasforma non solo le vite di chi viaggia ma anche i luoghi che attraversano.

Ed è proprio qui che assume senso oggi l’arte come strumento di rappresentazione “politica” del reale e dell’immaginario. Nel saggio di apertura di “Entry Points, the Vera List Center Field Guide on art and social justice[12] la professoressa canadese Sharon Slivinsky usa un termine che dà il senso del ruolo che l’artista dovrebbe svolgere, del suo contributo alla giustizia ed alla presa di coscienza politica. Usa il termine di “Incorreggibile disturbatore della pace” riprendendo le parole del grande artista ed attivista afroamericano James Baldwin. Secondo Baldwin, l’artista dovrebbe “illuminare l’oscurità, aprire strade nella vasta foresta, cosicché noi, in ciò che facciamo, non perderemmo di vista l’obiettivo del nostro fare, che è dopo tutto quello di dare del mondo un posto dove abitare in maniera più umana”. Ecco quindi che l’artista deve “coltivare la convinzione che la realtà visibile ne nasconde una più profonda, e che tutto ciò che facciamo le nostre azioni ed i nostri atti, si basano su cose non viste”[13].

In un certo senso, la presenza fisica dell’artista in contesti sociali, politici, culturali e umani lo/la trasforma in un attore politico e lo/la porta ad esplorare le intersezioni tra narrazione artistica e pratica politica e viceversa. Ciò significa muoversi da un polo all’altro, su livelli sovrapposti, trasformando la pratica politica in narrazione artistica e la pratica artistica in narrazione politica. Ciò che l’artista fa non è allora semplicemente adattare il linguaggio artistico e l’arte all’impegno politico, farne una sorta di propaganda visuale per una data idea o ideologia, né di offrire una soluzione definitiva. Il ruolo è esattamente quello di portare alla luce una realtà più profonda rispetto a ciò che vediamo, proporre interrogativi e dubbi al suo riguardo. Mettere in discussione la realtà esplorandone le implicazioni più profonde ed i livelli reconditi, è un passaggio essenziale per quello che potrebbe definirsi, parafrasando Jacques Ranciere, il “cittadino emancipato”.

Giustamente come sottolinea Massimiliano Gioni nella sua introduzione al catalogo de “La terra Inquieta”, alla fiducia dell’arte come possibilità di raccontare il mondo e di rivendicare una responsabilità civile e sociale, deve corrispondere “una nuova responsabilità per gli spettatori” ossia “una presa di posizione che non può essere solo estetica”.

E’ questo il senso di ciò che propone Celeste Ianniciello nel suo recentissimo “Migration, Arts and Postcoloniality in the Mediterranean”  sottolineando come l’arte sia capace di “creare zone di intreccio spazio-temporale, zone di contatto tra memoria collettiva e personale, intersezioni critiche tra il globale ed il locale, tra il sé e l’altro. L’arte nell’interrogare la nostra posizione le nostre abituali procedure di riconoscimento e definizione, ci porta in uno spazio critico, oltre il visibile, sotto la buccia” del tempo domesticato, in una regione non delimitate da frontiere, chiusure, divisione, ma marcata da tracce, pieghe, movimenti dei corpi e dei sensi”. [14]

E così nello spazio terzo ed interstiziale tra società, potere e rappresentazione, arte e politica oggi si possono muovere in una ricerca simile allo stato nomadico e liquido della cittadinanza e dell’umanità, della liquidità delle frontiere o la liquidità del Mar Mediterraneo (“La Mer Morte” il mare morto di stracci di Kader Attia), trasformato in fossa comune per migranti e richiedenti asilo. Oggi l’artista (ed anche l’attivista) proprio come chi migra questo dovrebbero fare a nostro avviso, diventare essi stessi migranti, nomadi, esplorare e mettere in discussione frontiere e confini, attraversarli e farsi attraversare, abitare lo spazio liminale tra cittadinanza e frontiere, potere e comunità, sistemi d’arte tradizionali, disegnare nuove geografie visive, tracciare nuove mappe. E così facendo creare nuovi “commons” luoghi mobili di pratica e teoria, di proposta e di iniziativa.

Giacché come ci dice Chantal Mouffe: “Oggi gli artisti non possono più aspirare a formare un’avanguardia di critica radicale. Ma questa non è una ragione sufficiente per proclamare che non hanno più un ruolo politico: hanno invece un compito importante da svolgere nella lotta per l’egemonia. Con la costruzione di nuove pratiche e soggettività, possono aiutare a sovvertire la configurazione attuale del potere. D’altro canto è sempre stato questo il ruolo degli artisti e solo l’illusione modernista, di una posizione privilegiata dell’artista, ci ha fatto credere diversamente. Una volta sfumata questa illusione – assieme alla concezione rivoluzionaria della politica che la accompagnava – possiamo tornare a interrogarci sulla funzione critica che le pratiche artistiche e culturali possono adempiere ogni giorno.” [15]

Rosa Jijòn, Francesco Martone/A4c-Artsforthecommon, giugno 2018  


[1] Jean-Paul de Dadelsen, “Jonas” http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Poesie-Gallimard/Jonas-suivi-de-Les-Ponts-de-Budapest-et-autres-poemes

[2] http://permanentpeoplestribunal.org/45-sessione-sulla-violazione-dei-diritti-delle-persone-migranti-e-rifugiate-2017-2018/

[3] A.Appadurai: “Aspirational maps – On migrant narratives and imagined future citizenship”, 19 Febbraio 2016  – https://www.eurozine.com/aspirational-maps/

[4] F.Scott and K. Woznicki “Outlaw spaces: strategic reversals of power at the margins” , 27 October 2017 https://www.opendemocracy.net/digitaliberties/krystian-woznicki-felicity-scott/outlaw-spaces-strategic-reversals-of-power-at-margi

[5] http://www.documenta14.de/en/notes-and-works/15348/dignity-has-never-been-photographed

[6] autore di The Migrant Image – the Art and Politics of Documentary during Global Crisis che ci ha gentilmente concesso il diritto di riprodurne il capitolo introduttivo, pubblicato in itailano sul catalogo de “la Terra Inquieta”, a cura di Massimiliano Gioni, ELECTA, 2017. ““to move away from the familiar spectacle of misery, from the sensationalized imagery of suffering in these times of proliferating humanitarian emergencies, and to take up the challenge of interrogating the complex political and economic causes behind the effects of migration hysteria and the politics of border wars, as well as showing how migration delineates a creative act of political transformation and a site of resistance and agency”   

[7] Jayne O. Ifekwunigwe“When commoning strategies travel.  (In)visible cities, clandestine migrations and mobile commons”, 26 April 2016https://www.eurozine.com/when-commoning-strategies-travel/

[8] http://soulevements.jeudepaume.org Ed è proprio sulla dignità del soggetto migrante che Georges Didi-Huberman articola la sua analisi critica del film di Ai Wei Wei “Human Flow”, interrogandosi: “Quale dignità l’immagine cerca di restituire alle persone filmate (…) nelle condizioni di massimo disagio?”. Guardarle prima dall’alto di un drone, come masse informi e anonime, e poi scendendo all’altezza degli occhi dell’artista intorno al quale si snoda tutta la traccia narrativa. L’artista al centro, presente nei luoghi delle migrazioni, inizio e fine della trama caratterizzata da un approccio essenzialmente caritatevole. . Piuttosto che essere rappresentati, i migrati e rifugiati “chiedono di essere considerati eguali, o in alter parole di avere uno status civile e legale che prima era iscritto nella pietra dei principi guida delle democrazie. Ma solo incisi nella pietra. Un’opera d’arte che si vuole cimentare con questo tema non può essere un’opera ispirata al filantropismo. Deve invece scavare a fondo, evidenziare le colpe, puntare il dito verso questa ferita della storia. Deve, detto francamente, comportarsi in forma critica”.  Georges Didi-Huberman, “From a high vantage point”, Eurozine, 12 ottobre 2018 https://www.eurozine.com/high-vantage-point/

[9] http://www.triennale.org/mostra/la-terra-inquieta/

[10] Massimiliano Gioni, “La terra inquieta” catalogo della mostra, 2017 Electa, Milano

[11] https://ilmanifesto.it/donatella-di-cesare-la-sovversione-di-coabitare-il-mondo/

[12] http://www.veralistcenter.org/engage/publications/1993/entry-pointsthe-vera-list-center-field-guide-on-art-and-social-justice-no-1/

[13]Perhaps the primary distinction of the artist is that he must actively cultivate that state which most men, necessarily, must avoid; the state of being alone. That all men are, when the chips are down, alone, is a banality — a banality because it is very frequently stated, but very rarely, on the evidence, believed. Most of us are not compelled to linger with the knowledge of our aloneness, for it is a knowledge that can paralyze all action in this world. There are, forever, swamps to be drained, cities to be created, mines to be exploited, children to be fed. None of these things can be done alone. But the conquest of the physical world is not man’s only duty. He is also enjoined to conquer the great wilderness of himself. The precise role of the artist, then, is to illuminate that darkness, blaze roads through that vast forest, so that we will not, in all our doing, lose sight of its purpose, which is, after all, to make the world a more human dwelling place”. James Baldwin, The Creative Process, 1962 https://www.brainpickings.org/2014/08/20/james-baldwin-the-creative-process/

[14] C.Ianniciello, “Migrations, Arts and postcoloniality in the Mediterranean”, Routledge, 2018 “art is able to create zones of ontological slippage, spatio-temporal interlacing, contact zones between collective and personal memory, critical intersections between global and local, proximate and distant, proper and improper, self and other. Interrogating our position, our habitual procedures of recognition and definition, art transposes us into a critical space, beyond the visible, under the “peel” of domesticated time, in a region not delimited by frontiers, closeness, division, but signed by traces, folds, movements, unpredictable currents, migrations of bodies and senses.

[15] Chantal Mouffe, “Politica Agonistica e Pratiche Artistiche” su C.Mouffe, “Il Conflitto democratico” a cura di Davide Tarizzo , MIMEIS/Volti,