Bosnia, la drammatica situazione del campo migranti di Lipa

Catastrofe umanitaria in Bosnia: dopo l’incendio del campo migranti di Lipa circa 1.200 i profughi sfollati da ricollocare in situazioni sicure, moltissimi i fuggiti. L’ennesima situazione scandalosa lungo la rotta balcanica, la via della speranza a cui l’Europa sta gradualmente chiudendo le sue porte.

di Naomi Di Roberto – OTHERNEWS

Immagine ANSA

È il 23 dicembre 2020, il campo migranti di Lipa, a 30 km da Bihać, città a nord-ovest della Bosnia-Erzegovina, viene completamente distrutto da un devastante incendio le cui circostanze sono ancora da individuare. Immagini già viste, che ci riportano alla mente ciò che è accaduto qualche mese fa nel campo migranti di Moria, anche quello dato alle fiamme. Un altro triste epilogo dovuto agli effetti della rotta balcanica, la rotta della speranza a cui l’Europa sta gradualmente chiudendo le sue porte. 

Oggi, in Bosnia, si vive una vera e propria catastrofe umanitaria che sta interessando oltre 3.000 migranti, richiedenti asilo e rifugiati di una fasce d’età compresa tra i 19 ed i 60 anni, nel silenzio più assordante di autorità locali ed internazionali. Solo nel campo migranti di Lipa, ormai distrutto, erano presenti circa 1200 persone, oggi tutti sfollati da ricollocare in situazioni migliori, sicure. In molti sono fuggiti nelle foreste, senza un minimo di assistenza, altri ancora hanno trovato rifugio in palazzi abbandonati, ove vivono migliaia di altri migranti dimenticati (principalmente afghani e siriani) tra spazzatura, gelo e pioggia.

Una situazione davvero drammatica e surreale per il campo migranti di Lipa, e per tutti i protagonisti della rotta balcanica che si trovano oggi in Bosnia in condizioni igieniche scadenti, senza luce e riscaldamento, in piena emergenza sanitaria. Nell’ultimo fine-settimana, le autorità sono riuscite ad allestire decine di tende riscaldate, ma oltre 400 persone sono costrette a rimanere tutt’ora in rifugi improvvisati, nonostante le condizioni meteorologiche avverse, e che tenderanno ad una temperatura ancora più fredda nelle prossima settimane.

Lipa: sotto scacco il “problema migranti”

Proprio quì, in Bosnia, nel Cantone dell’Una-Sana, ad oggi ci sono circa 5.000 profughi; nella sola città di Bihać almeno 2.000 persone sparse tra il campo profughi ed edifici abbandonati. A complicare ancor di più la vicenda le disastrose condizioni climatiche: si sono infatti registrate temperature che scendono vari gradi sotto lo zero, e nevicate così ingenti da ostacolare anche i soccorsi dei volontari di Caritas e Croce Rossa.

“Le autorità della Bosnia ed Erzegovina continuano a non fornire alloggi adeguati e le agenzie dell’Unione europea tendono sempre ad appoggiare soluzioni di corto respiro” ha denunciato Amnesty International in merito all’argomento. “Gli alloggi per accogliere la maggior parte delle persone che stanno dormendo all’addiaccio ci sarebbero, quella che manca è la volontà politica. Le autorità a ogni livello devono fornire immediatamente rifugi e assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”, ha affermato Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

A tutto ciò, si aggiungano anche le voci intolleranti della popolazione locale bosniaca, ormai stremata dalla situazione ad altissima tensione. Qualche settimana fa, infatti, è stato chiuso anche il campo di Bira, sempre a Bihać, viste le continue lamentele da parte dei locali che attribuivano proprio ai migranti episodi di furti e violenza.

L’Unione Europea, allarmata per la situazione, lo scorso 3 gennaio ha sbloccato 3,5milioni di euro in aiuti umanitari proprio per affrontare il problema del Cantone bosniaco.

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Lipa, rotta balcanica: la scommessa dei migranti

Si chiama “rotta balcanica”, una rotta della speranza che centinaia di migranti provano a percorrere, ogni giorno, partendo dalla Turchia, passando per Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia ed infine Croazia, fino a raggiungere le porte dell’Europa. 

Una Turchia in cui oggi si sono accumulati circa 4 milioni di rifugiati, di cui ben 3,6 siriani. Le rotte da intraprendere sono diverse: ci sono quelle via mare che, dopo intemperie e venti potrebbero portare i migranti ad approdare negli hotspot (centri per lo smistamento ed identificazione) di Lesbo, Chio, Samos … ma ci sono anche quelle via terra, attraversando il fiume Evros, e non solo. 

Immagine di ilpiccolo.geolocal.it

La rotta, ricordiamo, sarebbe dovuta esser chiusa nel 2016 con l’accordo proprio tra Unione Europea e Turchia, un accordo che affidava al governo turco il compito di respingere i migranti irregolari, diretti in Grecia. Nonostante ciò, già a marzo del 2020, in piena emergenza sanitaria, Recep Tayyip Erdogan aveva riaperto tutti i confini del Paese provocando in poche settimane il collasso degli hotspot Greci, alle prese con ben 42.000 richiedenti asilo.

“The Game”, obbiettivo Europa

Si chiama “the game”, il gioco, la scommessa di vita dei migranti che, approdati finalmente in Bosnia, tentano di arrivare fino a Trieste. Il loro obiettivo? L’Europa, l’Europa del Nord, trovare un po’ di pace, un lavoro che possa regalare serenità e dignità alle loro vite, strozzate da guerra, povertà e cambiamenti climatici. Tutti i migranti entrano in Grecia sperando che sia solo un Paese di transito, tra questi abbiamo Siriani, Afgani, Pakistani e di solito riescono ad arrivare fino in Bosnia. Ma è qui che il gioco si fa duro, è qui che inizia il game.

Una barriera invisibile a più livelli, creata da Croazia, Slovenia e dalla nostra Italia: ogni volta che attraversano un confine, i migranti rischiano di essere fermati e respinti illegalmente dal Paese precedente fino a tornare nuovamente in Bosnia. Rintracciati nelle aree di confine, i migranti passano diverse ore in stazioni di polizia, o in tendoni: alcuni migranti, dopo essere stati identificati con impronte digitali vengono consegnati alla polizia slovena, caricati su mezzi e trasportati fino al confine con la Croazia. Altri, invece, vengono lasciati al confine con la Bosnia, illegalmente vista la mancata applicazione delle norme previste dal Codice di frontiere di Schengen, senza una vera documentazione che motivi il loro respingimento.

La verità sulla crisi umanitaria in Bosnia

D’altro canto, la Bosnia viene costretta a riprendere i rifugiati, per diverse ragioni tra cui pressioni internazionali e meccanismi economici legati proprio alla gestione dei campi profughi che, ricordiamo, ad oggi sono in completa emergenza umanitaria. Ma i migranti non si arrendono, nonostante le pressioni e le violenze da parte di polizia e autorità internazionali: è il senso del gioco. Migreranno di nuovo, riproveranno, a tentativi, rischiando di essere rifiutati ancora ed ancora, ma non rimarranno mai in Bosnia. Questo è il senso della loro stessa definizione di migranti.

Secondo le autorità di Sarajevo, solo nel corso del 2020 sono entrati in Bosnia poco più di 16mila persone, altre 11mila bloccate lungo i confini a sud. L’incendio del campo migranti di Lipa ha solo reso ancora più difficili le problematiche relative alla rotta balcanica, la rotta della speranza.

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