Vajont indiano – Cambio climatico e sfruttamento del territorio all’origine del crollo delle dighe sull’Himalaya

Domenica 7 febbraio, nelle montagne dell’Uttarakhand, stato nel nord dell’India, una grande inondazione ha disseminato morte e distruzione. È un vero disastro il crollo della diga sull’Himalaya del versante indiano. Tra le cause scatenanti gli esperti puntano il dito contro il cambio climatico e lo sfruttamento economico del territorio.

di Alice MinatiOTHERNEWS

Alle 10 di mattina un’enorme quantità di acqua e fango è scesa lungo il corso del Rishi Ganga, un fiume che nasce dai ghiacciai del massiccio del Nanda Devi nello stato dell’Uttarakhand, e ha travolto nella discesa verso valle due centrali idroelettriche in costruzione e le loro dighe, distruggendole. Il crollo delle dighe sull’Himalaya, che ricorda la tragedia italiana del Vajont, si è portato via più di 200 vite, con 32 persone morte e la conta dei dispersi – 170 secondo le ultime indicazioni –  che non lascia ben sperare.

Una frana all’origine del crollo delle dighe sull’Himalaya

Inizialmente il governo dell’Uttarakhand aveva detto che l’inondazione era stata causata dal distaccamento di un pezzo di uno dei ghiacciai a monte del Rishi Ganga, che tutti insieme coprono un’area di circa 690 chilometri quadrati.

Un’altra ipotesi voleva che l’acqua dell’inondazione provenisse da un lago proglaciale creato dal parziale scioglimento di uno di questi ghiacciai.

Invece, a seguito di un confronto su Twitter di scienziati di varie parti del mondo, elemento scatenante del disastro sull’Himalaya sembrerebbe essere una frana: è probabile che un blocco di roccia e ghiaccio sia caduto e che nel suo percorso verso valle si sia trascinato dietro altro ghiaccio e detriti causati da una frana del 2016. Nella discesa, il ghiaccio si sarebbe fuso per il calore generato dall’attrito, causando così l’inondazione lungo il fiume.

Il cambio climatico minaccia i ghiacciai dell’Himalaya

Nonostante le ricerche per individuare le cause esatte dell’accaduto siano in corso, gli esperti sono concordi nell’affermare che il disastro sull’Himalaya sia da ricondurre almeno in parte al cambio climatico, in quanto l’accelerazione del processo di scioglimento dei ghiacciai negli ultimi anni ha determinato la crescente instabilità idrogeologica della regione.

Secondo i dati dell’India Meteorological Department, l’agenzia governativa indiana che si occupa di meteorologia e sismologia, nell’Uttarakhand il gennaio del 2021 è stato il più caldo degli ultimi sessant’anni.

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Il “terzo polo” sotto attacco

L’Himalaya, oltre a essere la più alta catena montuosa del pianeta, è una delle regioni della Terra dove già si manifestano severamente gli effetti del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature scioglie i ghiacci che riempiono le insenature tra le rocce e svolgono una funzione da “collante”.

Ne deriva un indebolimento dello stato idrogeologico ben visibile e documentato dagli esperti.  Nel 2019 uno studio ha mostrato che tra il 1975 e il 2000 nell’Himalaya si sono perse circa 4 miliardi di tonnellate di ghiaccio e, tra il 2000 e il 2016 si sono perse 8 miliardi di tonnellate in media ogni anno.

Il riscaldamento climatico del “terzo polo” (così viene soprannominato dagli scienziati l’Himalaya in quanto rappresenta la terza più grande riserva di acqua dolce della terra dopo il polo nord e il polo sud) peggiorerà – a detta della Banca mondiale – le condizioni di vita di 800 milioni di persone nel sud dell’Asia, a partire dalle popolazioni che vivono la regione Himalayana.

Progetti infrastrutturali concause del crollo delle dighe sull’Himalaya

Alcuni rappresentanti delle ONG a difesa dell’ambiente attive sui territori colpiti dal disastro ambientale hanno ribadito la responsabilità dei grandi progetti infrastrutturali portati avanti nella regione quali fonte di destabilizzazione del territorio, aggravandone le fragilità.

La costruzione di un numero imponente di dighe e infrastrutture idroelettriche lungo i fiumi e le montagne dell’Uttarakhand sarebbe corresponsabile delle calamità abbattutesi in questi ultimi anni nella fragile regione himalayana.

Infatti, drammatici eventi nell’Uttarakhand riportano alla memoria quelli del 2013 quando un nubifragio abbattutosi nello stato di Kedarnath ha generato frane e inondazioni lungo decine di fiumi e dove quasi 6.000 persone hanno perso la vita. Indagando le origini del disastro, la corte suprema ha bloccato l’autorizzazione di tutti i progetti di dighe nello stato, e una commissione di esperti ha poi concluso che le grandi dighe avevano avuto un ruolo nell’aggravare il disastro.

Sfruttamento delle risorse “energetiche” contro preservazione dell’habitat naturale

Il numero di dighe e i progetti idroelettrici finanziati dal governo centrale nel solo stato dell’Uttarakhand sono estremamente numerosi: sono 550 le dighe e progetti idroelettrici, di cui 152 progetti di grandi dighe. Ogni progetto comporta l’esplosione di rocce e lo scarico di fango e macerie nelle acque.

È evidente che il governo indiano non intende rinunciare alla ricchezza “energetica” che questo territorio rappresenta e rappresenterà nel prossimo futuro, privilegiando lo sfruttamento dell’energia idroelettrica alla preservazione dell’habitat naturale.

Nonostante questi progetti non siano responsabili in toto per le tragedie degli ultimi anni, primo tra tutti il disastro sull’Himalaya, e sia comprensibile la volontà delle istituzioni centrali di far uso delle risorse rinnovabili del territorio nazionale, è utile interrogarsi sulla necessità di porre dei limiti allo sviluppo potenziale delle risorse di cui si è a disposizione, al fine di ridurre i rischi per l’ambiente e per le popolazioni locali.

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