In India i contadini protestano contro la liberalizzazione del commercio agricolo

In India i contadini protestano contro le tre nuove leggi per la liberalizzazione del commercio agricolo, volte alla realizzazione del “mercato unico”. Sono state approvate dal parlamento senza alcuna consultazione preventiva ed i contadini indiani, già all’erta da diversi mesi, si sono riversati nelle strade di tutto il territorio indiano.  

di Marlene Simonini – OTHERNEWS

In India i contadini protestano

In India i contadini protestano. Hanno marciato a piedi, su motorini o trattori, caricandosi rimorchi colmi di pentole, padelle, riso, cipolle, lenticchie, farina e paglia su cui dormire: l’intenzione, è intuibile, è quella di sostare in strada per immobilizzare il paese. Le proteste continuano da mesi, ma il culmine arriva ora, dopo il 26 novembre (giorno del via libera da parte del Parlamento): i contadini preparano il cibo in cucine da campo, dormono nelle autovetture o nei rimorchi ed alcuni volontari distribuiscono mascherine gratuite. Sono stati allestiti ambulatori provvisori ed un palco con degli altoparlanti.

Lo sciopero generale (“bharat bandh”) ha coinvolto in particolar modo il Punjab, il “granaio dell’India”, conquistando però anche l’Haryana, l’Utterakhand e l’Uttar Pradesh; uno lo slogan, inequivocabile, dei contadini in protesta: “Dilli Chalo”, “andiamo a Delhi”.

Perchè i contadini protestano

Fino a pochi mesi fa i contadini potevano vendere i prodotti agricoli soltanto ai mercati generali territoriali, servendosi degli intermediari commerciali che si preoccupavano di trattare successivamente con la distribuzione statale o privata. Il processo era regolamentato e calmierato dal governo indiano.

Il 60% della popolazione indiana è occupata nei campi agricoli. L’86,21% dei terreni agricoli indiani sono coltivati da piccoli proprietari terrieri. Fino ad ora, i mercati generali calmierati dal governo indiano sostenevano proprio i piccoli proprietari terrieri, stabilendo il prezzo minimo dei prodotti agricoli.

Ora, venendo meno tale struttura di sostegno, i piccoli proprietari terrieri si trovano ad essere sovrastati dalle grandi multinazionali agricole. Queste, infatti, potranno accumulare scorte strategiche di cibo e controllare meglio i prezzi di vendita, fattore particolarmente importante in un momento storico delicato come quello pandemico attuale. Per questo in India i contadini protestano.

La mancanza di garanzie è ciò che preoccupa i contadini indiani ed il motivo per cui si sono riversati nelle strade, protestando incessantemente. Le nuove leggi liberali si configurano come un attacco, da parte del governo indiano, ai prezzi minimi di sostegno (MSP). Inoltre, Il sistema fino ad ora utilizzato aveva permesso al governo, tramite il controllo dei prezzi, di raccogliere scorte di prodotti agricoli da distribuire ad un prezzo minorato alla popolazione più in difficoltà.

A sostenere le proteste dei contadini indiani vi sono diversi partiti: il Congresso nazionale indiano (INC), principale partito d’opposizione, il Partito dell’uomo comune (AAP), partito di maggioranza a Nuova Delhi, più altri movimenti di stampo socialista e comunista.

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Il Governo indiano cosa dice?

La realtà delle piccole aziende agricole non è più sostenibile, ritiene il governo indiano di Narendra Modi. Per tale motivo si è cercato di stimolare, tramite l’approvazione delle leggi parlamentari, la creazione di cooperative, forme di aggregazione ed organizzazioni di produttori, tali realtà saranno più in grado, rispetto ai piccoli proprietari terrieri, di stimolare il mercato e garantire più trasparenza nel commercio.

Il governo di Modi ritiene anche che, così facendo, si potrà sanare l’annoso argomento “manodopera”: se il fabbisogno di manodopera lungo la filiera agricola è particolarmente alto, lo si deve alla scarsa meccanizzazione delle piccole aziende familiari. Allo stesso tempo, si potrà puntare sull’export, garantito soltanto dalle grandi compagnie agricole: attualmente l’export agricolo indiano è ancora una realtà periferica, con 38 miliardi di dollari nel 2018 rappresenta poco più dell’11% delle esportazioni totali indiane, troppo poco considerato che il territorio indiano costituisce la seconda più grande superficie arabile del mondo, situata in quindici zone agro-climatiche.

Modi ritiene anche di sopperire ad una problematica piuttosto estesa nell’agricoltura indiana: la mancanza di diversificazione delle colture. Infatti, la maggior parte dei contadini ha scelto di coltivare quei prodotti maggiormente remunerati dal governo indiano, quali grano o riso. Ora, senza un governo a stabilire i prezzi per ogni prodotto, il mercato potrà avvalersi di maggiore libertà ed i contadini non saranno condizionati dal coltivare prodotti in base al prezzo di vendita imposto dal governo.

Ci sono pro e contro, quanto il disagio del singolo contadino può contare, per poter arrivare ad un benessere generalizzato? È presto per dirlo, ma Abhimanyu Kohar, coordinatore della national Farmer’s Alliance, ha recentemente puntualizzato un fattore importante: “Nei paesi occidentali l’agricoltura è una fonte di affari, ma in India l’agricoltura è una fonte di sostentamento”.

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