Nucleare in Iran, sale la tensione a livello internazionale

É atato ucciso a Teheran il direttore generale del programma nucleare in Iran, Mohsen Fakhrizadeh, lo scorso 27 novembre. Come conseguenza, il parlamento ha approvato una legge che obbliga l’Agenzia dell’energia atomica iraniana a tornare ad arricchire l’uranio al 20% e prevede l’espulsione degli ispettori nucleari dell’ONU.

di Rosarianna Romano – OTHERNEWS

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La nuova legge sul nucleare in Iran

Il parlamento iraniano ha approvato una legge che obbliga il governo del presidente Hassan Rouhani, a prendere misure importanti come ritorsione per la morte dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.

La legge obbliga l’Agenzia dell’energia atomica iraniana a tornare ad arricchire l’uranio al 20%, il livello massimo raggiunto prima dell’accordo sul nucleare stretto nel 2015 (il Jcpoa lo limitava al 3,67%) tra Iran e alcuni paesi occidentali, che prevedeva il rallentamento del programma nucleare iraniano in cambio della rimozione di sanzioni imposte sull’economia dell’Iran.

Inoltre, prevede anche di sospendere l’applicazione del Protocollo addizionale degli accordi con l’Aiea, minando così la possibilità dell’Agenzia di condurre ispezioni nei siti nucleari sospetti.
L’espulsione degli ispettori nucleari dell’ONU sarebbe un duro colpo per l’attività di sorveglianza internazionale sul programma nucleare iraniano, in quanto essi rappresentano la principale fonte pubblica di informazioni per l’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Approvata martedì su pressione del fronte ultraconservatore dell’Iran e ratificata giovedì dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione, la legge,
sulla carta, rappresenta una violazione dell’accordo del 2015, che tuttavia perse importanza già nel 2018, quando gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente su decisione di Trump, violandone i termini.

Il rapporto dell’Aeia sul nucleare

Un rapporto dell’Aiea segnala che l’Iran si prepara a installare tre cluster di centrifughe IR-2m avanzate per l’arricchimento dell’uranio nell’impianto sotterraneo di Natanz, sempre in violazione dell’accordo sul nucleare del 2015.

L’accordo nucleare iraniano con le maggiori potenze afferma, infatti, che Teheran può utilizzare solo centrifughe IR-1 di prima generazione.

Questa mossa potrebbe aumentare la pressione sul presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden.

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Il nucleare in Iran inquieta

Questo 2020 si è aperto con l’assassinio del generale Qassem Soleimani, ucciso da un drone americano a Baghdad. Lo scorso 27 novembre è stato ucciso, nel cuore della capitale iraniana, Mohsen Fakhrizadeh, il direttore generale del programma “Amad” (speranza), che secondo i servizi di intelligence americani e israeliani è legato agli studi che l’Iran continuerebbe a esercitare in segreto per sviluppare la bomba atomica.

L’omicidio non è stato rivendicato, ma Israele non ha nascosto il proprio ruolo: in più, nella regione, tutti ricordano che nel 2018 Benjamin Netanyahu invitò i partecipanti a una conferenza stampa ad “annotare” proprio il nome di Fakhrizadeh.

Tale vicenda assume un peso non indifferente: siamo ad appena otto settimane dall’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti: Biden vorrebbe ripristinare l’accordo sul nucleare del 2015, concluso da Barack Obama e combattuto con ogni mezzo da Donald Trump.

Questo omicidio, dunque, ha spinto i Guardiani della rivoluzione a prendere la strada della rappresaglia e a ratificare in Parlamento la nuova legge.

Le radici dell’odio tra Iran e Stati Uniti

Tra gli Usa e Teheran, si sa, non scorre buon sangue: i guardiani della Rivoluzione rappresentano il fronte di difesa in nome delle Repubblica Islamica contro il diavolo statunitense.

Nel settembre 2008, il Presidente iraniano Ahmadi-Nejad, a New York per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ricordava come alla radice dell’ostilità dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti, senza dubbio il colpo di Stato della CIA contro Mossadeq del 1953 occupa una posizione di prim’ordine. Tale traumatico momento serpeggia ancora oggi nelle coscienze iraniane, di pari passo alla convinzione che l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran del 1979 ne fu una conseguenza. Mossadeq, infatti, stava provando a dare alla sua regione una rinascita sul piano della indipendenza economica e dell’emancipazione, ma il suo sforzo fu fallace: egli venne deposto da un colpo militare sostenuto da una manifestazione popolare in favore dello Scià, i cui partecipanti sarebbero stati pagati in dollari. Un incidente nei rapporti diplomatici tra Iran e Usa, le cui conseguenze si propagano ancora oggi, fino a questo gennaio e alla morte di Soleimani.

Il presente: il ruolo di Joe Biden

In questa storica tenzone, la nuova legge non può non essere anche un messaggio all’amministrazione americana che si insedierà a gennaio, guidata dal presidente Biden, che dovrà decidere che approccio adottare nei confronti dell’Iran dopo gli anni complicati di Donald Trump.

L’Iran, infatti, ha violato molte delle principali restrizioni dell’accordo sulle sue attività nucleari in risposta al ritiro di Trump e alla sua imposizione di sanzioni economiche paralizzanti: Teheran, in rappresaglia contro queste ultime, ha rilanciato il proprio programma nucleare.

Dopo tutto, anche cinque giorni dopo l’annuncio della sua sconfitta elettorale, Trump ha riunito i principali esponenti della sua amministrazione e ha chiesto loro se fosse possibile bombardare un sito nucleare iraniano.

Joe Biden vorrebbe, invece, seguire la logica dell’accordo internazionale del 2015, basato su uno scambio reciproco: l’Iran abbandonerebbe il suo programma nucleare in cambio della possibilità di uscire dal suo isolamento, in particolare da quello economico.

D’altra parte, Teheran ha necessità di tornare a esportare liberalmente il suo petrolio per portare respiro a una popolazione distrutta dalle sanzioni e dalla pandemia.
Riuscirà, quindi, Biden a riaprire il dialogo con l’Iran?

Il caso Ahmadreza Djalali

In questo clima di forti tensioni dentro e intorno all’Iran, è arrivata la condanna definitiva a morte per Ahmadreza Djalali, ora temporaneamente sospesa, e qualcuno ha voluto vedere dietro a questo gesto di Teheran un altro segnale di rappresaglia.

Il ricercatore irano-svedese, era stato arrestato nel 2016 in Iran, dove si era recato per partecipare ad una serie di congressi, con l’accusa di spionaggio ed era stato costretto sotto minaccia a firmare una confessione in cui ammetteva di aver fornito informazioni ad Israele su due responsabili del programma nucleare iraniano.

Esiste un collegamento tra tutti questi colpi di scena?

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