Polonia tra le legislazioni sull’aborto più restrittive d’Europa

di Naomi Di RobertoOTHERNEWS

Il Parlamento polacco elimina il diritto all’aborto anche in caso di malattie e malformazione del feto. Vanno avanti le proteste dei gruppi femministi nonostante le restrizioni.

La Polonia, ad oggi, possiede una delle legislazioni sull’aborto più restrittive di tutta Europa. Il Parlamento polacco, infatti, giovedì 22 ottobre ha approvato un disegno di legge che vieta il diritto di aborto in caso di malattie e malformazioni del feto: l’inasprimento di una già severissima legislazione. Quest’ultima, infatti, approvata nel 1993, consentiva l’aborto solo in caso di pericolo di vita della madre, stupro, e, appunto, grave malformazione del feto; ma la volontà di eliminare quest’ultimo punto non era, in realtà, una novità per la comunità polacca che più volte si era schierata con proteste e manifestazioni a favore di una liberalizzazione di tale diritto.

Già nel 2016, infatti, era stato respinto il disegno di legge che intendeva vietare ogni forma di interruzione volontaria della gravidanza. Tale proposta era nata da un’ iniziativa popolare appoggiata da diversi gruppi religiosi cattolici e, soprattutto, dalla Conferenza episcopale polacca, tra le più conservatrici d’Europa. Le donne polacche, così come i gruppi femministi, si erano subito mobilitate indicendo uno sciopero generale scendendo in piazza vestite di nero: manifestazioni che si sono poi diffuse anche nelle principali città d’Europa, fin sotto il Parlamento Europeo di Bruxelles.

Sicuramente più recente è stato invece il caso del 2018 in cui erano stati presentati ben due progetti di legge: il primo,“Stop all’aborto”, sostenuto dal partito di maggioranza Pis avrebbe dovuto eliminare il diritto all’aborto per grave malformazione e malattie del feto; l’altro, “Salviamo le donne”, voleva invece la liberalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana, offrendo accesso alla contraccezione d’emergenza, alle cure mediche e all’educazione sessuale. A Gennaio 2018 il Parlamento aveva votato per far proseguire l’iter della proposta restrittiva inviandola ad una commissione speciale parlamentare e ha respinto, invece, il disegno di legge sulla minima liberalizzazione del diritto. Presentando il disegno di legge sulle restrizioni, Kaja Godek, leader del movimento pro-life polacco, aveva detto ai parlamentari di non volere che: «gli ospedali si trasformino in macelli».

La storia si ripete…

Dal 22 ottobre ad oggi le proteste non si sono arrestate. L’aborto per malformazione del feto o malattie genetiche è, ad oggi, una violazione della Costituzione: secondo i fati ufficiali, in Polonia nel 2019 si sono registrati circa 1110 aborti, 1074 dei quali praticati proprio per quest’ultimo motivo (quindi circa il 98% dei casi). I giudici hanno motivato la sentenza affermando che non può esserci tutela della dignità di un individuo senza la protezione della vita. Krystyna Kacpura, della Federazione per le donne ha invece ribadito: “È un’infamia dello Stato polacco: i giudici si sono dichiarati contro l’eugenetica e a favore del diritto alla vita dei neonati, anche se malati, dimenticando che si tratta molto spesso di feti incapaci di vivere in modo autonomo”.

Ancora una volta donne, attivisti e movimenti femministi sono scesi in piazza a Varsavia per far sentire la propria voce. “Jedraszewski fermati, sei uno zero” hanno gridato lunedì scorso una decina di migliaia di persone, giovani e anziani contro l’arcivescovo di Cracovia davanti alla Curia, luogo emblematico in cui abitava prima di divenire Papa Karol Wojtyla. Tali manifestazioni sono poi continuate nelle grandi città del Paese come Poznan e Danzica, ma anche nelle località più piccole, con slogan come “La donna non è un’incubatrice”, “Siamo in guerra”, e poi anche avanti alle Chiese, alle sedi del Partito di Jedraszewski, leader del Pis nonché vicepremier dell’esecutivo con delega al comitato interministeriale per la sicurezza. “Dobbiamo difendere la Chiesa – ha ricordato proprio Jedraszewski – Invito tutti gli iscritti del Pis e tutti i nostri simpatizzanti a contribuire alla difesa delle chiese, che oggi, per la prima volta nella storia della Polonia, sono attaccate“. Dopo giorni di proteste, sempre in settimana il premier Mateusz Morawieki è intervenuto condannando i cortei e chiedendo l’intervento dell’esercito.

Insomma, da quando è stato implementato, il divieto del 1993 è stato ingannevolmente definito come un “compromesso sugli aborti”, descritto come il risultato di una sorta di “accordo sociale” a cui però le masse sono sempre state contrarie. Già in quegli anni, la propaganda dominante era che l’aborto fosse peccaminoso, malvagio ed estremamente immorale; le donne che intendevano interrompere la gravidanza erano pubblicamente svergognate in quanto avventate, sconsiderate, egoiste, immature e provocatorie. Gli aborti venivano presentati come se solo donne malvagie e altamente demoralizzate potessero effettivamente averli, figuriamoci sostenerli.

…nonostante le restrizioni

Ancora oggi vanno avanti le proteste, nonostante le restrizioni. Si ricordi infatti che la Polonia è a tutti gli effetti “zona rossa” con picchi di contagi (+340 834 nelle ultime 24h) e morti in aumento (+202 nelle ultime 24h); Varsavia una delle città più colpite ed a rischio per la diffusione del virus. Una sorta di semi-lockdown era stato annunciato il 21 ottobre dal premier che, a causa del rapidissimo incremento dei dati (la Polonia ha visto triplicare i contagi in un mese), si era ritrovato costretto a chiudere per circa due settimane bar e ristoranti, limitati anche gli incontri pubblici e le riunioni ad un massimo di cinque persone, didattica a distanze per gli studenti. Una sentenza arrivata proprio mentre la Polonia lotta con una seconda ondata di casi di Coronavirus (che si avvicinano a 15.000 persone al giorno) ed in cui le restrizioni legali stanno tentando di ridurre drasticamente le libertà civiche. Una situazione sicuramente da non sottovalutare, ma che non sta assolutamente fermando le manifestazioni.

Che la paura dei diritti negati sia più forte di quella di ammalarsi?