{"id":347,"date":"2019-11-07T12:03:56","date_gmt":"2019-11-07T11:03:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.other-news.info\/notizie\/?p=347"},"modified":"2019-11-07T12:03:56","modified_gmt":"2019-11-07T11:03:56","slug":"libia-dentro-il-lager-della-vergogna-di-cui-litalia-e-complice","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/2019\/11\/07\/libia-dentro-il-lager-della-vergogna-di-cui-litalia-e-complice\/","title":{"rendered":"Libia, dentro il lager della vergogna. Di cui l&#8217;Italia \u00e8 complice"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di <strong>Francesca Mannocchi<\/strong> &#8211; L&#8217;ESPRESSO<\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/UNADJUSTEDNONRAW_mini_36c0.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-348\" width=\"586\" height=\"237\" srcset=\"https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/UNADJUSTEDNONRAW_mini_36c0.jpg 352w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2019\/11\/UNADJUSTEDNONRAW_mini_36c0-300x122.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 586px) 100vw, 586px\" \/><\/figure>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un pomeriggio di met\u00e0 ottobre a Zawhia, citt\u00e0 sessanta chilometri a ovest di Tripoli. Le foto ritraggono un gruppo di uomini mentre tagliano un nastro. \u00c8 un\u2019inaugurazione.&nbsp;Uno di loro \u00e8 il sindaco di Zawhia, l\u2019altro il proprietario della nuova clinica privata di zona. Un edificio moderno, che porta sulla facciata d\u2019entrata la scritta: Al Nasr Medical Center, il centro medico al Nasr.&nbsp;Le fotografie caricate fieramente sul sito del municipio vengono rimosse poche ore dopo. Troppo imbarazzo, troppa &#8211; forse &#8211; la paura delle critiche internazionali. Insieme al sindaco anche il consigliere del Consiglio presidenziale Fathi Al-Hanqari e un membro della Camera dei rappresentanti del consiglio di Tripoli, Ali Abu Zrib.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il proprietario della clinica che in pompa magna taglia il nastro di fronte alle istituzioni \u00e8 Mohammad Koshlaf, comandante della brigata al Nasr (che, appunto, d\u00e0 il nome alla struttura medica), capo delle Petroleum Facility Guards, cio\u00e8 le guardie armate della raffineria di zona, nonch\u00e9 di fatto a capo del centro di detenzione dell\u2019area che &#8211; nomen omen- si chiama anch\u2019esso Al Nasr. La vittoria.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riavvolgiamo il nastro. \u00c8 il gennaio del 2017, Mustafa Sanalla, presidente della National oil corporation (Noc), fa un passo senza precedenti e per la prima volta in un evento pubblico nomina il capo delle Pfg, le Guardie delle strutture petrolifere occidentali, Mohamed Koshalf, come parte attiva del traffico di carburante. Lo accusa di contrabbandare greggio all\u2019estero e accusa pubblicamente i suoi uomini di pratiche criminali, descrivendo la brigata Nasr come un gruppo composto di gangster impegnati in crimini internazionali e crimini economici che danneggiano le casse libiche, privandole di milioni di dinari di introiti. Soldi dei ricavi della vendita del petrolio che avrebbero dovuto essere impiegati per la ricostruzione delle infrastrutture, pozzi d\u2019acqua, miglioramento della rete elettrica e invece sono finiti nelle tasche dei banditi. Passano pochi mesi e il nome di Koshlaf compare nel report del panel di esperti delle Nazioni Unite, che lo descrivono come uno dei pi\u00f9 potenti trafficanti di uomini e carburante dell\u2019area.<br \/><\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/10\/25\/news\/bija-intervista-viminale-1.340268\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/polopoly_fs\/1.340306.1571997543!\/httpImage\/image.jpg_gen\/derivatives\/articolo_222\/image.jpg\" alt=\"bija-jpg\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/10\/25\/news\/bija-intervista-viminale-1.340268\">Bija racconta la sua visita in Italia: \u00abS\u00ec, sono stato anche al Ministero dell&#8217;Interno\u00bb<\/a><\/h1>\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u00abA Roma ho visto diverse persone. Il ministro Minniti? Non ricordo\u00bb. Parla Abdul Rhaman Milan detto &#8220;Bija&#8221;, l\u2019uomo accusato di essere un trafficante e invitato in italia nel 2017. \u00abSiamo andati anche alla Guardia Costiera italiana, alla Croce Rossa Italiana, al Ministero della Giustizia italiano e poi siamo andati al Viminale stesso\u00bb<\/h2>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abIl capo della guardia delle strutture petrolifere di Zawia, Mohamed Koshlaf (Kishlaf), noto anche come Kasib o Gsab, \u00e8 coinvolto nell\u2019approvvigionamento di carburante per i trafficanti. Comanda anche la cosiddetta milizia Nasr. Suo fratello, Walid Koshlaf, noto anche come Walid al-Hadi al-Arbi Koshlaf, gestisce la parte finanziaria dell\u2019azienda. Il capo della Guardia costiera in Zawia, Abdul Rahman Milad (alias Bija), \u00e8 un importante collaboratore di Koshlaf nel settore dei carburanti\u00bb. (Rapporto del panel di esperti Unn Libia 2017).<br \/>Passa un altro anno e il nome di Koshlaf compare in un\u2019altra lista, quella dei sei uomini sanzionati dalle Nazioni Unite, per le stesse ragioni. Dunque blocco dei beni e divieto di viaggio.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 la prima volta che l\u2019Onu impone sanzioni internazionali a trafficanti di esseri umani. Insieme a lui a essere sanzionati sono altri tre cittadini libici e due eritrei. Uno di loro \u00e8 Abdul Rahman Milad, detto Bija. Che di Koshlaf \u00e8 cugino e &#8211; di fatto &#8211; dipendente.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abSulla costa, i principali facilitatori hanno sede a Zawia, Zuwara e Sabrata. Includono i comandanti del gruppo armato Mohamed Koshlaf e Ahmed Dabbashi (alias Amu). Il comandante della Guardia costiera Abd al-Rahman Milad (alias Bija) collabora con Koshlaf. Il principale sito di partenza sembra essere Talil Beach, nel complesso turistico di Sabrata\u00bb. (Rapporto del panel di esperti Unn Libia 2017).<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Secondo le accusa delle Nazioni Unite, infatti, l\u2019unit\u00e0 della Guardia costiera di Bija intercetta le barche che trasportano migranti quando si tratta di clan rivali, lasciando partire solo quelle gestite dalla brigata al Nasr. Per i migranti catturati un\u2019unica sorte: tornare in detenzione, naturalmente nel centro al Nasr.<br \/>Il clan al Nasr descrive perfettamente l\u2019ecosistema Libia. Le Pfg, le guardie della raffineria di zona, sono organismi ufficiali di sicurezza dello Stato libico, hanno cio\u00e8 l\u2019incarico ufficiale di proteggere le installazioni petrolifere, ma &#8211; nella debolezza del Consiglio di presidenza di Sarraj &#8211; le Pfg di fatto tengono in ostaggio la raffineria. E di conseguenza la ricchezza che ne deriva. \u00c8 il cuore della questione libica: chi comanda cosa? Qual \u00e8 il confine tra l\u2019ufficialit\u00e0 e la criminalit\u00e0? \u00c8 anche il cuore delle relazioni tra la Libia e il nostro Paese: chi sono davvero i nostri interlocutori?<br \/><\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/05\/09\/news\/tripoli-libia-guerra-reportage-1.334547\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/polopoly_fs\/1.334588.1557480981!\/httpImage\/image.jpg_gen\/derivatives\/articolo_222\/image.jpg\" alt=\"apertura-jpg\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/05\/09\/news\/tripoli-libia-guerra-reportage-1.334547\">Libia, l&#8217;inferno sotto le bombe di Tripoli<\/a><\/h1>\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Le battaglie, gli agguati feroci casa per casa, il fronte che non si vede e, per ultimo, la strage del centro detenzione migranti. Un incubo, a meno di 300 chilometri dall\u2019Italia. Rapporto dalla citt\u00e0 assediata dal generale Haftar<\/h2>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo giorno in cui Abdul Rhaman Milad ci riceve \u00e8 proprio a Zawhia. Ci d\u00e0 appuntamento in un ufficio, lungo la strada dove si trova il centro di detenzione.<br \/>\u00c8 la sede della clinica al Nasr, l\u2019ufficio si trova sul retro. Bija parcheggia il suo Suv e ci chiede di entrare. Ci ritroviamo &#8211; inaspettatamente &#8211; nella stanza di Mohammed Koshlaf.<br \/>Bija ci guarda, ironico. Dice: \u00abCi siamo gi\u00e0 visti?\u00bb. No. \u00abForse in Italia\u00bb, dice, ridendo, consapevole che la sua visita del maggio 2017 sar\u00e0 il fuoco della nostra conversazione. Koshlaf \u00e8 scuro in volto, vuole sapere chi siamo, cosa vogliamo, che domande faremo. Sul tavolo tre telefoni e altrettanti pacchetti di Marlboro rosse. La televisione al plasma in diretta dalle proteste di piazza a Beirut. Koshlaf ritiene che Bija non debba parlare, non l\u00ec. Non a Zawhia. Non in abiti civili. Serve che parli in divisa, nella sede ufficiale della Guardia costiera, di fronte ai vertici dell\u2019istituzione che lo rappresenta, la Marina libica.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di nuovo, la Libia camaleontica. Il negoziato si fa a Zawhia, dove gli affari sono tutti in mano al clan, l\u2019ufficialit\u00e0 si consuma nella base della Marina di Tripoli, di fronte al controllo vigile di Ayub Qassim, portavoce della Guardia costiera che orgogliosamente presenta Bija come uno dei suoi uomini migliori, quello che ha raggiunto pi\u00f9 risultati, che con pi\u00f9 dedizione si \u00e8 battuto contro trafficanti e Ong.<br \/><\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/internazionale\/2017\/09\/08\/news\/migranti-la-costa-dei-lager-1.309011\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/polopoly_fs\/1.309012.1554714932!\/httpImage\/image.jpg_gen\/derivatives\/articolo_222\/image.jpg\" alt=\"libia-jpg\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/internazionale\/2017\/09\/08\/news\/migranti-la-costa-dei-lager-1.309011\">La costa dei lager: i centri di detenzione dei migranti in Libia, dove neanche l&#8217;Onu entra<\/a><\/h1>\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">In Libia ce ne sono ormai dozzine. Ufficiali, gestiti da milizie vicine al governo. \u2028E segreti, in mano alle bande di trafficanti di armi e droga. Le trib\u00f9 hanno capito che tenere i migranti sotto chiave \u00e8 un guadagno \u2028proprio come farli partire. Il reportage dell&#8217;Espresso da Zawhia (Libia)<\/h2>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abChe altro volete fare qui a Zawhia?\u00bb, ci chiede Koshlaf. Entrare nel centro di detenzione, diciamo noi.<br \/>Scuote la testa, in segno di diniego. Decide lui, perch\u00e9 a Zawhia tutto \u00e8 in mano al clan. Anche le trattative ufficiose, quelle che nell\u2019estate del 2017 avrebbero portato al rapido e drastico crollo delle partenze. Il Memorandum d\u2019Intesa tra l\u2019Italia e la Libia datava febbraio 2017, nell\u2019estate al centro della discussione fin\u00ec il Codice di condotta voluto dall\u2019allora ministro dell\u2019Interno Marco Minniti per le Ong che operavano nel Mediterraneo.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio L\u2019Espresso quell\u2019estate, attraverso una fonte a Zawhia, che lavorava nella sicurezza delle aziende internazionali nell\u2019ambito del settore petrolifero,&nbsp;&nbsp;<a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/internazionale\/2017\/09\/19\/news\/guerra-di-milizie-a-sabratha-ecco-perche-dalla-citta-libica-riparte-il-traffico-dei-migranti-1.310301\">scrisse di una trattativa segreta tra funzionari italiani e il clan Dabbashi&nbsp;<\/a>&nbsp;che controllava la costa di Sabratha. A quelle rivelazioni, smentite dal governo di allora, oggi si aggiungono altri tasselli.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una fonte a Zawhia rivela a L\u2019Espresso che a mediare la trattativa con i clan locali (dunque al Nasr) sarebbe stato un altro membro della famiglia, Walid Koshlaf, avvocato, imprenditore, che secondo le Nazioni Unite gestirebbe la parte finanziaria del gruppo. E curiosamente non \u00e8 nella lista delle sanzioni.<br \/>Ma cura gli interessi del clan. Perch\u00e9 a Zawhia tutto \u00e8 di famiglia.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma torniamo al centro di detenzione al Nasr. Lo scorso settembre un\u2019inchiesta coordinata dalla Procura di Agrigento contesta per la prima volta in Italia il reato di tortura a tre arrestati. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio dice: \u00abQuesto lavoro investigativo ha dato conferma delle inumane condizioni di vita all\u2019interno dei cosiddetti capannoni di detenzione libici e la necessit\u00e0 di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei pi\u00f9 elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di pi\u00f9, si configurano come crimini contro l\u2019umanit\u00e0\u00bb.<br \/>I tre arrestati sequestravano i migranti in Libia e li lasciavano partire solo dopo mesi di abusi torture ed estorsioni. Nel centro di detenzione al Nasr di Zawhia, lo stesso dove opererebbe Bija, che compare nelle dichiarazioni delle vittime dei torturatori arrestati come uno dei capi del centro.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Bija viene descritto dal Global initiative against transnational organized crime come un \u00abmembro dell\u2019ecosistema, anche se il suo profilo non \u00e8 in alcun modo vicino alla scala degli altri, tra cui i cugini e i compagni di milizia\u00bb. Bija \u00e8 un pezzo della catena, un pezzo del sistema Libia che genera &#8211; giustamente &#8211; l\u2019indignazione collettiva. Ma il sistema \u00e8 ben pi\u00f9 opaco, ramificato, pi\u00f9 alto di livello. Siede a tavoli diversi, non ha bisogno di uniformi. Sceglie altre sedi per le proprie trattative, per quelle ufficiali e per quelle ufficiose.<br \/>Riavvolgiamo di nuovo il nastro. Febbraio 2017. Il testo del Memorandum di intesa, all\u2019articolo 2 recita: \u00abLe Parti si impegnano altres\u00ec a intraprendere azioni nei seguenti settori: adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza summenzionati gi\u00e0 attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell\u2019Unione europea. La parte italiana contribuisce, attraverso la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi\u00bb.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Significa che i centri di detenzione (non di accoglienza) usufruiscono di soldi italiani. I centri come quello di Trik al Sikka, che abbiamo visitato lo scorso 21 ottobre. Si trova a Tripoli, proprio di fronte alla sede del punto di transito dell\u2019Unhcr, che dovrebbe servire come luogo di passaggio per ricollocare i migranti con i corridoi umanitari, ma che \u00e8 diventato di fatto un altro centro.<\/p>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019erano pi\u00f9 di trecento persone. Cinque bagni, otturati. E non c\u2019era acqua, n\u00e9 cibo per tutti. Gli uomini erano scalzi e indossavano ancora gli abiti che avevano quando sono stati catturati in mare. I centri come quello di Zawhia, come quello al Nasr, in onore del clan. Centri che dipendono dal ministero dell\u2019Interno libico, pi\u00f9 precisamente dal Dcim, il dipartimento contro l\u2019Immigrazione clandestina.<br \/>Centri dove arrivano i nostri soldi. E dove arriveranno ancora se il 2 novembre prossimo, come prevede l\u2019articolo 7 del testo, il Memorandum si rinnover\u00e0 automaticamente. Il tacito accordo Italia-Libia ora sta animando la discussione interna al governo, come affermato dal presidente del Consiglio Conte: \u00abFaremo delle riunioni governative per valutare nel merito del prosieguo dell\u2019accordo con la Libia. Poi valuteremo in trasparenza come comunicarlo e confrontarci con il Parlamento\u00bb.<br \/>Siamo andati a bussare alla porta del direttore del Dcim, nominato sei mesi fa per riformare l\u2019ente. \u00c8 un uomo sincero El Mabruk Abulhafid.<br \/><\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/polopoly_fs\/1.340375.1572369286!\/httpImage\/image.jpg_gen\/derivatives\/articolo_648\/image.jpg\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abSappiamo che ci sono dei centri che non sono sotto il controllo del governo ma sono in mano ai gruppi armati. Abbiamo cominciato a chiudere dei centri di detenzione che non rispettavano gli standard e le regole. Vogliamo chiudere anche il centro di Zawhia\u00bb.&nbsp;Lo dice con coraggio, Abulhafid, sapendo che il suo lavoro sar\u00e0 sottoposto alle minacce pi\u00f9 o meno velate di chi vede minati i propri interessi, sapendo di sedere su una poltrona scomoda a met\u00e0 tra il coinvolgimento delle istituzioni e quello delle mafie, ma sapendo anche che ci sono tanti libici come lui, con un alto senso del dovere e rispetto dei diritti umani. Che avrebbero meritato pi\u00f9 fiducia, e meno realpolitik. <a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/10\/31\/news\/libia-nel-lager-della-vergogna-1.340269\">http:\/\/espresso.repubblica.it\/plus\/articoli\/2019\/10\/31\/news\/libia-nel-lager-della-vergogna-1.340269<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Francesca Mannocchi &#8211; L&#8217;ESPRESSO Un pomeriggio di met\u00e0 ottobre a Zawhia, citt\u00e0 sessanta chilometri a ovest di Tripoli. 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