{"id":4625,"date":"2021-02-09T12:50:51","date_gmt":"2021-02-09T11:50:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.other-news.info\/notizie\/?p=4625"},"modified":"2021-02-09T12:50:51","modified_gmt":"2021-02-09T11:50:51","slug":"ai-confini-immaginario-arte-contemporanea-migrazioni-oggi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/2021\/02\/09\/ai-confini-immaginario-arte-contemporanea-migrazioni-oggi\/","title":{"rendered":"Ai confini dell&#8217;Immaginario, arte contemporanea e migrazioni oggi"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"734\" src=\"https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-1024x734.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4627\" srcset=\"https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-1024x734.jpg 1024w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-300x215.jpg 300w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-770x552.jpg 770w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-1536x1102.jpg 1536w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-500x359.jpg 500w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni-1568x1125.jpg 1568w, https:\/\/www.other-news.info\/notizie\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/migrazioni.jpg 1772w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di<strong> Rosa Jij\u00f2n<\/strong> e <strong>Francesco Martone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>\u201cLa terra davvero nostra \u00e8 questa magra riva dove ci ritroviamo buttati\u201d<\/em>&#8211; Jean-Paul de Dadelsen<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa pubblicazione, inizialmente concepita come risposta alle sollecitazioni fornite dal primo saggio pubblicato nella collana Mediterraneo, a firma di <strong>Sandro Mezzadra<\/strong>, ha via via acquisito nuova forma, e allo stesso tempo, rispetto all\u2019intenzione iniziale, sviluppato una pluralit\u00e0 di proposte che intendono offrire al pubblico ipotesi di <strong>riflessione e rappresentazione del tema migratorio<\/strong>. L\u2019intuizione iniziale si \u00e8 alimentata cos\u00ec di altre tracce, altri spunti, proposti dalla quotidianit\u00e0 ed anche dalla capacit\u00e0 di mobilitazione delle organizzazioni e dei movimenti sociali. Primo fra tutti il percorso di lavoro ed iniziativa di movimenti sociali e di migranti che ha portato poi alla convocazione di una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sul tema dei migranti e rifugiati. <a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> \u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci siamo chiesti quindi come creare connessioni, come provare ad offrire uno strumento &#8211; non specificamente politico o solo artistico &#8211; di rappresentazione visuale e teorica, propria del mondo dell\u2019arte, che si snoda in uno spazio, quello di una pubblicazione inserita in una collana promossa da una casa editrice portatrice di una storia oltre che culturale, fondamentalmente politica. Un testo che intende quindi fornire attraverso un approccio curatoriale, elementi e stimoli di riflessione sul tema migratorio <strong>come contributo anche ad un nuovo dibattito politico<\/strong> che possa informare le scelte, le analisi e le pratiche di chi oggi si cimenta a vario titolo sul tema delle migrazioni. \u00a0Nel pensare ci\u00f2 abbiamo quindi adottato un <strong>approccio prettamente \u201cartistico\u201d<\/strong>, quasi che nel comporre il sommario di questa pubblicazione immaginassimo di curare una mostra di arte contemporanea, in uno spazio immateriale, ma densamente popolato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo spazio vorrebbe essere anche la prima risposta a ci\u00f2 che Mezzadra intende come confine che produce significato, pratiche, processi, non solo di esclusione, di sfruttamento ma anche di possibilit\u00e0, critica e produzione artistica e culturale. \u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il tema dello spazio ricorre spesso come filo conduttore di questo nostro primo lavoro editoriale,<\/strong> giacch\u00e9 troppo spesso il tema migratorio viene affrontato dal punto di vista di chi migra, per suo conto. Migranti come oggetto di studio ed analisi, come soggetti da ritrarre, o utilizzare, vittime possibili, piuttosto che soggetti agenti. Lo afferma bene <strong>Arun Appadurai<\/strong>, autore di <em>Aspirational Maps<\/em>, quando ci dice che ogni qual volta di tenta di produrre un \u201carchivio delle migrazioni\u201d ci si deve relazionare come la presenza di una o pi\u00f9 narrative presenti nella memoria pubblica nella nuova \u201ccasa\u201d del migrante, dove il migrante viene visto spesso come una persona che ha una sola storia da raccontare, quella di una perdita abietta o del bisogno. <a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ecco come allora il tentativo di recuperare la dimensione \u201cspaziale\u201d delle migrazioni pu\u00f2 fornire strumenti utili per proporre altre narrazioni, uscire dalla gabbia concettuale che immagina il migrante come vittima, predestinata a morire nel fondo del mare, o ad essere rinchiusa in un centro di detenzione, o ad essere espulsa o sfruttata. Cercare quindi di comprendere come <strong>gli spazi attraversati dai migranti si trasformano grazie al loro attraversamento<\/strong>, come diventano luogo di scambio di culture, di economie, di pratiche, di storie e di aspirazioni pu\u00f2 servire a restituire ai migranti ed alla loro scelta consapevole di imbarcarsi in un percorso difficile di attraversamento delle frontiere, dignit\u00e0 e riconoscimento della propria \u201c<em>agency<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Sono spesso spazi al di fuori della legge<\/strong> nei quali \u201c<em>i migranti illegali hanno molto da dirci su ci\u00f2 che significa oggi essere cittadini, e su come avanzare rivendicazioni politiche da una posizione di estrema precariet\u00e0 dalla posizione di chi \u00e8 fuori dalla legge\u201d.\u00a0\u00a0 <\/em>Ed \u00e8 proprio per la loro<em> \u201cestrema vulnerabilit\u00e0 che i migranti illegali possono rivitalizzare la politica e espandere e ridefinire lo spazio della democrazia in maniere imprevedibili\u201d<\/em>. <a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Esplorare la dimensione \u201cspaziale\u201d della migrazione \u00e8 quindi un atto politico<\/strong> oltre che visuale ed artistico che presuppone il riconoscimento di un diritto fondamentale, quello che il collettivo siriano <strong>Abounaddara<\/strong> definisce come \u201c<em>diritto umano all\u2019immagine dignificata<\/em>\u201d, the \u201c<em>human right to dignified image<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>. I videomaker siriani si riferiscono essenzialmente alla rappresentazione mainstream del popolo siriano, raffigurato come vittima di processi ineluttabili, di guerra ed oppressione, come se fosse un popolo predeterminato a vivere sotto le macerie o sotto la dittatura. Ed invece anche in questo caso se si fosse andato a fondo dello \u201cspazio\u201d di come in quello \u201cspazio\u201d alterato rispetto alla sua origine e vocazione iniziale si trasforma anche grazie a quelle persone, si sarebbe notato che esisteva un\u2019altra storia. Quella di pratiche di produzione artistica e culturale, quella del mutualismo, della solidariet\u00e0 e del dialogo interreligioso e culturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi la vera sfida per l\u2019artista e chi documenta il fenomeno migratorio \u00e8 pertanto, per dirla con <strong>TJ Demos<\/strong>, <a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a>quella di \u00a0<em>\u201cabbandonare lo spettacolo familiare della miseria, l\u2019immaginario sensazionalista della sofferenza in questi tempi di proliferazione delle emergenze umanitarie, e assumersi la sfida di interrogare le complesse cause politiche ed economiche dietro gli effetti dell\u2019isteria sulle migrazioni, e le guerre alle frontiere, e mostrare come la migrazione delinei un atto creativo di trasformazione politica ed un luogo di resistenza ed \u201cagency\u201d<\/em>&#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Resistenza ed \u201cagency\u201d che trasformano in una certa maniera gli spazi attraversati dai migranti<\/strong>, le frontiere, i luoghi liminali, in \u201c<em>mobile commons<\/em>\u201d, commons in movimento <a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>, che siano spazi urbani temporaneamente occupati (l\u2019esempio del nostro lavoro \u201c<em>Camera con vista<\/em>\u201d) da comunit\u00e0 migranti o rom, nei quali si sono create vere e proprie comunit\u00e0 autogestite, con proprie regole e pratiche, finch\u00e9 gli stessi spazi non sono stati liberati con la forza per essere immessi nel mercato della finanza e della speculazione immobiliare. Oppure gli spazi delle rotte sahariane, i posti di frontiera, gli avamposti e i luoghi di ristoro, descritti in <em>Sahara Chronicle<\/em> di <strong>Ursula Biemann<\/strong> che ci ha fatto anche dono di un suo scritto nel quale appunto elabora sul tema dello spazio. O spazi fisici di resistenza e rivolta, quelli di un Centro di Detenzione Temporanea alla periferia di Parigi, una storia di insubordinazione e rivolta narrata ne \u201c<em>et ils vont dans l\u2019espace qu\u2019embrasse ton regard<\/em>\u201d da <strong>Estefania Penafiel Loaiza<\/strong>, artista ecuadoriana ormai naturalizzata francese che ha partecipato con quell\u2019opera alla grande mostra dedicata ai segni dell\u2019insurrezione e curata da <strong>Georges Didi-Huberman<\/strong> nel 2016 al Jeu de Paume di Parigi. <a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>E ci sono anche spazi di esclusione<\/strong>, di frontiera come lo spazio sospeso nel tempo negli istanti precedenti l\u2019intervista per la richiesta del riconoscimento di status di rifugiato, la stanza, il tavolo, il dialogo tra il migrante e la funzionaria dell\u2019ufficio preposto alle interviste relative alla richiesta di asilo politico, in attesa dell\u2019arrivo del mediatore culturale e rappresentato nella \u201cperformance\u201d di <strong>Elena Mazzi<\/strong> e <strong>Enrica Camporesi <\/strong>\u201c<em>Performing the self-the interview<\/em>\u201d che abbiamo voluto inserire nella pubblicazione, per dar conto della variet\u00e0 di possibili rappresentazioni del tema. O quello manipolato ed alterato dalla mano dell\u2019uomo per costruire fortezze e valli a protezione dell\u2019Europa da minacce esterne, come raffigurato in una sorta di cortocircuito spazio-temporale in \u201c<em>1xUnknown<\/em>\u201d di <strong>Margherita Moscardini<\/strong>, che cataloga le macerie delle fortificazioni e bunker in cemento armato del Vallo Atlantico, costruito dai nazisti per proteggere la Fortezza Europa. Un richiamo neanche tanto velato alla sindrome securitaria della Fortezza Europa di questo tempo, che nasconde in s\u00e9 il fallimento del suo progetto originario di spazio comune di diritti e cittadinanza, miraggio che attrae le migliaia di esseri umani in cerca di \u201cconforto\u201d e accoglienza. Questo il leitmotiv delle opere esposte nella mostra \u201c<em>Gemuetlichkeit<\/em>\u201d dell\u2019artista peruviano <strong>Jota Castro<\/strong> alcune delle quali sono qui rappresentate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Negli spazi \u00e8 possibile praticare forme di \u201c<em>sguardo disobbediente<\/em>\u201d<\/strong> come fa il collettivo Forensic Oceanography di <strong>Lorenzo Pezzani<\/strong> e <strong>Charles Heller<\/strong> dei quali questa pubblicazione ospita uno scritto pubblicato su Il Lavoro Culturale e su Euronomade, ed il lavoro \u201c<em>Left-to-die Boat<\/em>\u201d gi\u00e0 presente alla Biennale di Architettura di Venezia 2016 e ne \u201cLa Terra Inquieta\u201d a cura di <strong>Massimiliano Gioni<\/strong>, tenutasi a Milano nel 2017<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>, la prima vera grande mostra antologica sulle rappresentazioni del tema delle migrazioni, caratterizzata tra l\u2019altro dall\u2019inedita presenza di artisti dei paesi di origine dei migranti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Secondo <strong>Heller e Pezzani<\/strong>. <em>\u201cIl tentativo di documentare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti in mare, che cerca di usare, sovvertendone la funzione, gli stessi mezzi di controllo dell\u2019immigrazione contro loro stessi per individuare i responsabili delle violazioni dei diritti dei migranti, ne \u00e8 un esempio lampante. Come pu\u00f2 quest\u2019atto di svelamento avere efficacia politica senza rischiare di diventare complice con lo stesso regime che cerca di abbattere? Una possibile risposta, che ha guidato negli ultimi tempi il nostro lavoro e che vorremmo suggerire qui in via provvisoria, \u00e8 quello che abbiamo definito uno \u201csguardo disobbediente\u201d, uno sguardo cio\u00e8 che cerca di svelare ci\u00f2 che il regime di frontiera tenta di tenere nascosto (le violenze, le morti, le violazioni dei diritti, ecc.) ma che al contempo non vuole rivelare ci\u00f2 che quello stesso regime cerca a tutti i costi di mostrare<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si tratta in ultima istanza di contribuire a <strong>recuperare un\u2019immagine \u201cdegna\u201d del popolo migrante<\/strong>, spesso anche dal mondo dell\u2019arte contemporanea rappresentato con modalit\u00e0 quasi necrofile, come se alla \u201c<em>necropolitica<\/em>\u201d (responsabile di veri e propri crimini di sistema come ebbe a dire nella sentenza finale della sessione sui migranti di Palermo il Tribunale Permanente dei Popoli &#8211; giacch\u00e9 di popolo si tratta, al di l\u00e0 di distinzioni arbitrarie tra rifugiato, migrante economico,\u00a0 richiedente asilo, clandestino o illegale che sia) possa solo contrapporsi il necrologio. Come spiega bene Massimiliano Gioni: <em>\u201cAd un certo punto\u00a0\u00a0 il ruolo dell\u2019artista \u00e8 cambiato da quello di essere un profeta che immagina una societ\u00e0 multiculturale aperta, a quello di essere un investigatore obbligato a contare i cadaveri nelle spiagge del Mediterraneo\u201d<a href=\"#_ftn10\"><strong>[10]<\/strong><\/a><\/em>. A mappare cio\u00e8 la conta dei morti di popolo che \u00e8 quasi una nazione, come ci dice il <strong>collettivo artistico italiano Nation 25<\/strong>, nato proprio dall\u2019idea di provare a rappresentare il popolo migrante come una nazione, un paese, con il \u201c<em>Nationless Pavillion<\/em>\u201d ai magazzini SaLe Docks atto proposto in occasione della 56esima Biennale di Venezia, un padiglione dei senza nazione per travalicare le frontiere materiali dei padiglioni dei paesi partecipanti, raffigurazione obsoleta della geografia umana. \u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>C\u2019\u00e8 pertanto bisogno di un netto cambio di passo.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema delle migrazioni \u00e8 oggi talmente usato ed abusato dai media, dalla politica, dalla narrazione ufficiale al punto di aver perso ogni profonda connessione con chi migra, con le loro vite, i loro destini, a loro decisione consapevole di intraprendere un percorso. La parola usata ed abusata compulsivamente perde cos\u00ec di forma, diventa immagine senza sostanza, facilmente plasmabile a seconda del bisogno, della necessit\u00e0 o dell\u2019opportunit\u00e0 da chi ne vuol fare strumento di facile consenso politico o da chi \u00e8 ossessionato dalla sindrome della minaccia e della sicurezza. Per questo oggi il ruolo dell\u2019artista che si cimenta con il tema migratorio \u00e8 anche <strong>ruolo politico<\/strong>, di ricostruzione della verit\u00e0, di recupero del significato delle parole attraverso un atto, un processo creativo. <strong>Amitav Gosh<\/strong> in una sua splendida intervista all\u2019ultimo Festival di Internazionale di Ferrara richiama chiaramente all\u2019urgenza di riconoscere che i migranti non sono vittime, <strong>sono persone coraggiose che con coraggio prendono la strada verso altri paesi<\/strong>. Ciononostante, oggi il migrante (e le altre categorie connesse \u2013 e arbitrarie &#8211; di rifugiato, migrante economico, ambientale richiedente asilo) vengono confuse ad arte l\u2019una con l\u2019altra, diventano una <em>\u201cissue\u201d,<\/em> un tema di conversazione, o ricerca, mobilitazione, dibattito, scontro o rappresentazione. Come se il significato stesso della parola e dell\u2019atto di migrare avesse perso senso. \u00c8 come se le immagini della crisi innescassero una crisi propria dell\u2019immagine e della rappresentazione estrapolate dai soggetti incarnati che intraprendono un percorso migratorio. E che altro non fanno se non esercitare il loro \u201cJus Migrandi\u201d per dirla con <strong>Donatella Di Cesare<\/strong> autrice di uno splendido saggio sugli \u201cstranieri residenti\u201d. <a href=\"#_ftn11\">[11]<\/a> \u00a0Un diritto\/rito di passaggio, insomma come narrato nel video \u201c<em>The Right of Passage<\/em>\u201d di <strong>Oliver Ressler<\/strong>, al viaggio ed al transito che trasforma non solo le vite di chi viaggia ma anche i luoghi che attraversano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 proprio qui che assume senso oggi l\u2019arte come strumento di rappresentazione \u201cpolitica\u201d del reale e dell\u2019immaginario. Nel saggio di apertura di \u201c<em>Entry Points, the Vera List Center Field Guide on art and social justice<\/em>\u201d <a href=\"#_ftn12\">[12]<\/a> la professoressa canadese <strong>Sharon Slivinsky<\/strong> usa un termine che d\u00e0 il senso del ruolo che l\u2019artista dovrebbe svolgere, del suo contributo alla giustizia ed alla <strong>presa di coscienza politica<\/strong>. Usa il termine di \u201cIncorreggibile disturbatore della pace\u201d riprendendo le parole del grande artista ed attivista afroamericano <strong>James Baldwin<\/strong>. Secondo Baldwin, l\u2019artista dovrebbe <em>\u201cilluminare l\u2019oscurit\u00e0, aprire strade nella vasta foresta, cosicch\u00e9 noi, in ci\u00f2 che facciamo, non perderemmo di vista l\u2019obiettivo del nostro fare, che \u00e8 dopo tutto quello di dare del mondo un posto dove abitare in maniera pi\u00f9 umana\u201d. <\/em>Ecco quindi che l\u2019artista deve \u201c<em>coltivare la convinzione che la realt\u00e0 visibile ne nasconde una pi\u00f9 profonda, e che tutto ci\u00f2 che facciamo le nostre azioni ed i nostri atti, si basano su cose non viste\u201d<a href=\"#_ftn13\"><strong>[13]<\/strong><\/a>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un certo senso, la presenza fisica dell\u2019artista in contesti sociali, politici, culturali e umani lo\/la trasforma in un attore politico e lo\/la porta ad esplorare le intersezioni tra narrazione artistica e pratica politica e viceversa. Ci\u00f2 significa muoversi da un polo all\u2019altro, su livelli sovrapposti, trasformando la pratica politica in narrazione artistica e la pratica artistica in narrazione politica. Ci\u00f2 che l\u2019artista fa non \u00e8 allora semplicemente adattare il linguaggio artistico e l\u2019arte all\u2019impegno politico, farne una sorta di propaganda visuale per una data idea o ideologia, n\u00e9 di offrire una soluzione definitiva. Il ruolo \u00e8 esattamente quello di <strong>portare alla luce una realt\u00e0 pi\u00f9 profonda rispetto a ci\u00f2 che vediamo<\/strong>, <strong>proporre interrogativi e dubbi al suo riguardo<\/strong>. Mettere in discussione la realt\u00e0 esplorandone le implicazioni pi\u00f9 profonde ed i livelli reconditi, \u00e8 un passaggio essenziale per quello che potrebbe definirsi, parafrasando <strong>Jacques Ranciere<\/strong>, il \u201ccittadino emancipato\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giustamente come sottolinea Massimiliano Gioni nella sua introduzione al catalogo de \u201cLa terra Inquieta\u201d, alla fiducia dell\u2019arte come possibilit\u00e0 di raccontare il mondo e di rivendicare una responsabilit\u00e0 civile e sociale, deve corrispondere \u201c<em>una nuova responsabilit\u00e0 per gli spettatori<\/em>\u201d ossia \u201c<em>una presa di posizione che non pu\u00f2 essere solo estetica<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E\u2019 questo il senso di ci\u00f2 che propone <strong>Celeste Ianniciello<\/strong> nel suo recentissimo \u201c<em>Migration, Arts and Postcoloniality in the Mediterranean<\/em>\u201d \u00a0sottolineando come l\u2019arte sia capace di \u201c<em>creare zone di intreccio spazio-temporale, zone di contatto tra memoria collettiva e personale, intersezioni critiche tra il globale ed il locale, tra il s\u00e9 e l\u2019altro. L\u2019arte nell\u2019interrogare la nostra posizione le nostre abituali procedure di riconoscimento e definizione, ci porta in uno spazio critico, oltre il visibile, sotto la buccia\u201d del tempo domesticato, in una regione non delimitate da frontiere, chiusure, divisione, ma marcata da tracce, pieghe, movimenti dei corpi e dei sensi\u201d. <a href=\"#_ftn14\"><strong>[14]<\/strong><\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E cos\u00ec nello spazio terzo ed interstiziale tra societ\u00e0, potere e rappresentazione, arte e politica oggi si possono muovere in una ricerca simile allo stato nomadico e liquido della cittadinanza e dell\u2019umanit\u00e0, della liquidit\u00e0 delle frontiere o la liquidit\u00e0 del Mar Mediterraneo (<em>\u201cLa Mer Morte\u201d <\/em>il mare morto di stracci di <strong>Kader Attia<\/strong>), trasformato in fossa comune per migranti e richiedenti asilo. Oggi l\u2019artista (ed anche l\u2019attivista) proprio come chi migra questo dovrebbero fare a nostro avviso, diventare essi stessi migranti, nomadi, esplorare e <strong>mettere in discussione frontiere e confini<\/strong>, attraversarli e farsi attraversare, abitare lo spazio liminale tra cittadinanza e frontiere, potere e comunit\u00e0, sistemi d\u2019arte tradizionali, disegnare nuove geografie visive, tracciare nuove mappe. E cos\u00ec facendo creare nuovi \u201c<em>commons<\/em>\u201d luoghi mobili di pratica e teoria, di proposta e di iniziativa. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giacch\u00e9 come ci dice <strong>Chantal Mouffe<\/strong>: <em>\u201cOggi gli artisti non possono pi\u00f9 aspirare a formare un\u2019avanguardia di critica radicale. Ma questa non \u00e8 una ragione sufficiente per proclamare che non hanno pi\u00f9 un ruolo politico: hanno invece un compito importante da svolgere nella lotta per l\u2019egemonia. Con la costruzione di nuove pratiche e soggettivit\u00e0, possono aiutare a sovvertire la configurazione attuale del potere. D\u2019altro canto \u00e8 sempre stato questo il ruolo degli artisti e solo l\u2019illusione modernista, di una posizione privilegiata dell\u2019artista, ci ha fatto credere diversamente. Una volta sfumata questa illusione \u2013 assieme alla concezione rivoluzionaria della politica che la accompagnava \u2013 possiamo tornare a interrogarci sulla funzione critica che le pratiche artistiche e culturali possono adempiere ogni giorno.\u201d <a href=\"#_ftn15\"><strong>[15]<\/strong><\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Rosa Jij\u00f2n, Francesco Martone\/A4c-Artsforthecommon, giugno 2018 &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Jean-Paul de Dadelsen, \u201cJonas\u201d http:\/\/www.gallimard.fr\/Catalogue\/GALLIMARD\/Poesie-Gallimard\/Jonas-suivi-de-Les-Ponts-de-Budapest-et-autres-poemes<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> http:\/\/permanentpeoplestribunal.org\/45-sessione-sulla-violazione-dei-diritti-delle-persone-migranti-e-rifugiate-2017-2018\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> A.Appadurai: \u201cAspirational maps &#8211; On migrant narratives and imagined future citizenship\u201d, 19 Febbraio 2016&nbsp; &#8211; https:\/\/www.eurozine.com\/aspirational-maps\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> F.Scott and K. Woznicki \u201cOutlaw spaces: strategic reversals of power at the margins\u201d&nbsp;, 27 October 2017 https:\/\/www.opendemocracy.net\/digitaliberties\/krystian-woznicki-felicity-scott\/outlaw-spaces-strategic-reversals-of-power-at-margi<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> http:\/\/www.documenta14.de\/en\/notes-and-works\/15348\/dignity-has-never-been-photographed<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> autore di <em>The Migrant Image \u2013 the Art and Politics of Documentary during Global Crisis<\/em> che ci ha gentilmente concesso il diritto di riprodurne il capitolo introduttivo, pubblicato in itailano sul catalogo de \u201cla Terra Inquieta\u201d, a cura di Massimiliano Gioni, ELECTA, 2017. \u201c\u201c<em>to move away from the familiar spectacle of misery, from the sensationalized imagery of suffering in these times of proliferating humanitarian emergencies, and to take up the challenge of interrogating the complex political and economic causes behind the effects of migration hysteria and the politics of border wars, as well as showing how migration delineates a creative act of political transformation and a site of resistance and agency\u201d <\/em>&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> Jayne O. Ifekwunigwe\u201cWhen commoning strategies travel.&nbsp; (In)visible cities, clandestine migrations and mobile commons\u201d, 26 April 2016https:\/\/www.eurozine.com\/when-commoning-strategies-travel\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> <a href=\"http:\/\/soulevements.jeudepaume.org\">http:\/\/soulevements.jeudepaume.org<\/a> Ed \u00e8 proprio sulla dignit\u00e0 del soggetto migrante che Georges Didi-Huberman articola la sua analisi critica del film di Ai Wei Wei \u201cHuman Flow\u201d, interrogandosi: \u201c<em>Quale dignit\u00e0 l\u2019immagine cerca di restituire alle persone filmate (\u2026) nelle condizioni di massimo disagio<\/em>?\u201d. Guardarle prima dall\u2019alto di un drone, come masse informi e anonime, e poi scendendo all\u2019altezza degli occhi dell\u2019artista intorno al quale si snoda tutta la traccia narrativa. L\u2019artista al centro, presente nei luoghi delle migrazioni, inizio e fine della trama caratterizzata da un approccio essenzialmente caritatevole. . Piuttosto che essere rappresentati, i migrati e rifugiati \u201c<em>chiedono di essere considerati eguali, o in alter parole di avere uno status civile e legale che prima era iscritto nella pietra dei principi guida delle democrazie. Ma solo incisi nella pietra. Un\u2019opera d\u2019arte che si vuole cimentare con questo tema non pu\u00f2 essere un\u2019opera ispirata al filantropismo. Deve invece scavare a fondo, evidenziare le colpe, puntare il dito verso questa ferita della storia. Deve, detto francamente, comportarsi in forma critica<\/em>\u201d.&nbsp; Georges Didi-Huberman, \u201c<em>From a high vantage point<\/em>\u201d, Eurozine, 12 ottobre 2018 https:\/\/www.eurozine.com\/high-vantage-point\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> http:\/\/www.triennale.org\/mostra\/la-terra-inquieta\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> Massimiliano Gioni, \u201cLa terra inquieta\u201d catalogo della mostra, 2017 Electa, Milano<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref11\">[11]<\/a> https:\/\/ilmanifesto.it\/donatella-di-cesare-la-sovversione-di-coabitare-il-mondo\/<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref12\">[12]<\/a> <a href=\"http:\/\/www.veralistcenter.org\/engage\/publications\/1993\/entry-pointsthe-vera-list-center-field-guide-on-art-and-social-justice-no-1\/\">http:\/\/www.veralistcenter.org\/engage\/publications\/1993\/entry-pointsthe-vera-list-center-field-guide-on-art-and-social-justice-no-1\/<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref13\">[13]<\/a> \u201c<em>Perhaps the primary distinction of the artist is that he must actively cultivate that state which most men, necessarily, must avoid; the state of being alone. That all men are, when the chips are down, alone, is a banality \u2014 a banality because it is very frequently stated, but very rarely, on the evidence, believed. Most of us are not compelled to linger with the knowledge of our aloneness, for it is a knowledge that can paralyze all action in this world. There are, forever, swamps to be drained, cities to be created, mines to be exploited, children to be fed. None of these things can be done alone. But the conquest of the physical world is not man\u2019s only duty. He is also enjoined to conquer the great wilderness of himself. The precise role of the artist, then, is to illuminate that darkness, blaze roads through that vast forest, so that we will not, in all our doing, lose sight of its purpose, which is, after all, <\/em>to make the world a more human dwelling place\u201d. James Baldwin, The Creative Process, 1962 <a href=\"https:\/\/www.brainpickings.org\/2014\/08\/20\/james-baldwin-the-creative-process\/\">https:\/\/www.brainpickings.org\/2014\/08\/20\/james-baldwin-the-creative-process\/<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref14\">[14]<\/a> C.Ianniciello, \u201cMigrations, Arts and postcoloniality in the Mediterranean\u201d, Routledge, 2018 \u201c<em>art is&nbsp;able to create zones of ontological slippage, spatio-temporal interlacing, contact zones between collective and personal memory, critical intersections between global and local, proximate and distant, proper and improper, self and other. Interrogating our position, our habitual procedures of recognition and definition, art transposes us into a critical space, beyond the visible, under the \u201cpeel\u201d of domesticated time, in a region not delimited by frontiers, closeness, division, but signed by traces, folds, movements, unpredictable currents, migrations of bodies and senses.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"#_ftnref15\">[15]<\/a> <em>Chantal Mouffe, \u201cPolitica Agonistica e Pratiche Artistiche\u201d su C.Mouffe, \u201cIl Conflitto democratico\u201d a cura di Davide Tarizzo , MIMEIS\/Volti,<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Rosa Jij\u00f2n e Francesco Martone \u201cLa terra davvero nostra \u00e8 questa magra riva dove ci ritroviamo buttati\u201d- Jean-Paul de Dadelsen[1] Questa pubblicazione, inizialmente concepita come risposta alle sollecitazioni fornite dal primo saggio pubblicato nella collana Mediterraneo, 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