Giustizia Sociale, Politica Internazionale, Società Civile

«Fuori dai partiti la Bolivia si mobilita e sperimenta la politica dei collettivi»

Nov 8 2019

di Laura Abbruzzese, Carmine Conelli

Silvia Rivera Cusicanqui

Bolivia. Intervista alla sociologa Silvia Rivera Cusicanqui sulle proteste in corso nel paese: «La Paz è il caso più radicale di redistribuzione, Morales ha gestito bene le risorse naturali. Ma restano sviluppismo, estrattivismo sfrenato e cattiva gestione delle fabbriche»


Laura Abbruzzese, Carmine Conelli
– Il Manifesto

LA PAZ – A dodici anni dalla prima elezione di Evo Morales Ayma, la Bolivia si trova oggi in un clima di stabilità economica, ma anche di rinato fermento politico. Una lunga serie di mobilitazioni ha scandito l’estate boliviana, producendo una riorganizzazione di molti di quei settori, indigeni, contadini e sindacali, in parte catturati dal susseguirsi dei governi del Mas.

La ricandidatura di Evo alle elezioni del 2019, le critiche al suo governo, le modifiche del Codice Penale approvate il 15 dicembre scorso, sono i principali fattori delle dimostrazioni contro il Presidente. I primi a scendere in piazza sono stati i medici ed i lavoratori del settore trasporti, colpiti dalle modifiche dell’art. 205 del Codice Penale, riguardante le sanzioni in caso di danno alla salute o all’integrità fisica, e dell’art. 137, sull’omicidio colposo nel caso di incidenti automobilistici.

Inoltre, nel nuovo codice figuravano anche alcune restrizioni alle proteste sociali e una riduzione delle sanzioni per i micro trafficanti di droga. Dopo quarantasette giorni di conflitto, il presidente, soprattutto per il timore di strumentalizzazioni da parte della destra, ha abrogato il Codice Penale, ma i comitati cittadini non mollano.

Promettono di continuare a lottare per ottenere il rispetto del risultato del referendum del 21 febbraio, riferendosi al voto che nel 2016 ha sancito la volontà popolare boliviana alla non ricandidatura di Evo per il quarto mandato consecutivo, il cui esito è stato però sfidato da una decisione del tribunale costituzionale.

Per uno sguardo sui cambiamenti del paese e sui fatti che lo stanno attraversando, abbiamo intervistato Silvia Rivera Cusicanqui, sociologa e attivista di origine aymara.

Silvia, lo scorso 22 gennaio sono celebrati gli otto anni dello Stato plurinazionale. Cosa vuol dire oggi per la Bolivia questa modifica dell’assetto statale? Ha costituito una reale rottura con un modello di Stato-nazione tradizionale o si è rivelato essere un inganno?

Lo Stato plurinazionale è una finzione, è un’appropriazione meramente discorsiva delle mobilitazioni dei primi anni 2000. Si pensi solo al fatto che lo Stato riconosce trentasei nazioni, di cui solo sette sono rappresentate in Parlamento. In questo processo di centralismo statale, il Mas assume un ruolo fondamentale. In alcuni casi, come quello di Totora, sabota il processo di costruzione dell’autonomia. In altri, cattura le lotte di base con metodi clientelari e autoritari che da una parte contribuiscono alla costruzione del culto di Evo, dall’altro frammentano le organizzazioni. In definitiva il plurinazionale non è niente più che un travestimento della forma partito monolitica che caratterizza il parlamento. Il potere reale è detenuto da mestizoscholos e cochabambinos in alleanza con l’esercito che continua ad essere un apparato civilizzatore e misogino, che disprezza gli indios.

Credi che le mobilitazioni dell’ultimo mese rispondano a una vertenza specifica, quella dell’abrogazione del Codice Penale, o si tratta di una critica più ampia nei confronti del governo?

Credo che la fase attuale sia il frutto di un processo progressivo di deterioramento cominciato già durante il primo mandato, quando il governo Morales beneficiava della massima legittimità popolare. In quel periodo già si intravedevano i primi sintomi che oggi possiamo leggere con più chiarezza: dall’obbligo di militanza nel partito per l’elezione dei costituenti, al gasolinazo (il raddoppio del prezzo del gas) del dicembre 2010. Non dimenticherei poi il Vertice della Terra a Cochabamba, dove, mentre il governo appoggiava gli attivisti per il cambio climatico, nel frattempo firmava, senza le consultazioni stabilite con le popolazioni locali, gli accordi per la costruzione dell’autostrada del Tipnis. La reazione a questi fatti si è definitivamente canalizzata nel 2016 con il significativo rifiuto alla ricandidatura di Evo.

Come si stanno articolando le mobilitazioni attuali? Si tratta di proteste strumentalizzate dalla destra come sostiene Evo?

La mobilitazione di piazza ha adottato una forma non-partitica di organizzazione. È stato riattivato il Conade (Comité Nacional de Defensa de la Democracia) e si è costituito il Conamaq Organico (Concejo Nacional de Ayllus y Markas del Qullakullasuyu), si è mobilitata l’università, vari settori dissidenti e i collettivi cittadini. La destra utilizza altri spazi per esprimersi, soprattutto il parlamento e la stampa, ma sicuramente non esprime la volontà della moltitudine autoconvocata dalle manifestazioni di questi mesi.

Nonostante gli elementi fortemente critici del governo Morales, non credi ci sia stata qualche rottura con l’ordine del discorso precedente?

Senza alcun dubbio. In primo luogo preciserei che Evo, più che la causa della rottura, è stato il risultato di un lungo ciclo di mobilitazioni che lui ha astutamente capitalizzato. Dal 2005 abbiamo assistito ad una rottura sul piano culturale che è passata per la trasformazione dell’essere indigeno, che da soggetto disprezzato o temuto si è trasformato in una potenzialità politica. Tale potenzialità però ha cominciato a erodersi nel momento in cui il governo ha favorito alcuni indios a scapito di altri: è il caso delle popolazioni delle terre orientali, considerate incivili e da addomesticare.

E invece quali sono gli elementi di rottura sul piano economico? Venivate da anni duri, e le attuali politiche redistributive sembrano un’eccezione nel contesto latinoamericano.

Dal punto di vista economico la Bolivia è il caso sicuramente più radicale di redistribuzione della ricchezza nell’attuale contesto regionale. C’è da dire che Evo ha saputo gestire bene l’abbondanza di risorse naturali che gli permette sì di curare i suoi interessi ma anche di godere di un eccedente sufficiente per migliorare i servizi e attuare alcune politiche di redistribuzione che migliorano le condizioni di vita della gente. Miglioramenti tangibili sono avvenuti nel campo della sicurezza sociale e dei servizi, e ciò ha conferito legittimità al governo. Nonostante ciò, molte sono le risorse statali mal investite, penso alla salute e all’istruzione. Proprio contro le inefficienze del governo, contro le misure sviluppiste e l’estrattivismo sfrenato, contro la cattiva gestione delle fabbriche, la corruzione dilagante e il narcotraffico, oggi sta crescendo la ricerca di un’alternativa a Evo. Proliferano collettivi cittadini con altre forme decisionali, che non confidano nella forma partitica. Si tratta di comunità autonome indigene, rurali e urbane, sindacati, che sperimentano altre forme di fare politica. https://ilmanifesto.it/fuori-dai-partiti-la-bolivia-si-mobilita-e-sperimenta-la-politica-dei-collettivi/?fbclid=IwAR07DhU04GkCpHFYobjSI1zUQV4tCPagCDJHaZaCIfl8qn98InfEs1v-gRw

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