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In Cile il flash mob femminista contro lo stupro di Stato

Dic 7 2019

di Claudia FantiIl Manifesto

Da Santiago all’Europa la canzone e la danza delle donne. A Roma il 7 dicembre. Ma per Piñera è tutto a posto, mentre salgono a 88 le denunce ufficiali per violenza sessuale durante le proteste popolari, per lo più contro i carabineros

La protesta delle donne cilene a Santiago il 29 novembre scorso
 © Afp

Quando il gruppo femminista cileno Las Tesis ha composto la canzone-performance «Un violador en tu camino», non poteva immaginare il successo planetario che avrebbe ottenuto.

Da quando il testo è stato cantato in un flash mob a Plaza de Armas a Valparaíso, durante la giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso, quello stesso atto d’accusa rivolto contro lo Stato, contro il sistema, contro gli agenti di (in)sicurezza è stato ripetuto sempre con la stessa potente coreografia in diverse città cilene, a cominciare dall’impressionante flash mob realizzato a Santiago in Plaza Dignidad (come è stata ribattezzata Plaza Italia) il 29 novembre.

E subito dopo a Barcellona, Madrid, Oviedo, Parigi, Londra, Bristol, Berlino, Bogotà, Città del Messico. E il 7 dicembre lo stesso flash mob si terrà anche a Roma dove ieri, al centro sociale Brancaleone, si è svolto il primo appuntamento per la preparazione della coreografia.

«Il patriarcato è un giudice che ci giudica per essere nate. E il nostro castigo è questa violenza», gridano le donne, puntando il dito, di seguito, contro i poliziotti (los pacos, come vengono popolarmente chiamati in Cile), i giudici, lo Stato, il presidente («Y la culpa no era mía, ni dónde estaba ni cómo vestía. El violador eres tú»).

Di grande impatto in ogni luogo, il canto, ispirato ai testi dell’argentina Rita Segato (colei che ha dato vita in Bolivia all’aspro dibattito femminista intorno al governo di Evo Morales), acquista naturalmente un significato particolare in Cile, dove è diventato una delle canzoni-simbolo della già ricca colonna sonora della rivolta popolare (di cui fa parte anche un altro inno di resistenza diventato internazionale, il nostro «Bella ciao»).

Sono non a caso arrivate a 88 le denunce di violenze sessuali presentate principalmente contro i carabineros, i quali peraltro vengono esplicitamente chiamati in causa nel testo laddove si riprende, per contrasto, un frammento del loro inno che li descrive nell’atto di vigilare sul «sonno dolce» delle «fanciulle innocenti».

Che i carabineros non abbiano affatto gradito lo hanno dimostrato nella loro maniera abituale lunedì notte, quando hanno brutalmente represso, ricorrendo a gas lacrimogeni e proiettili di gomma, un gruppo di donne colpevoli solo di realizzare il flash mob nel Parque Brasil, a Santiago, davanti al commissariato di Sebastopol. Almeno tre donne sono state arrestate tra le proteste dei testimoni, che hanno ripreso la scena postandola sulle reti sociali.

Per il presidente Piñera – il cui livello di consenso non smette di precipitare, toccando il 10% (con un tasso di disapprovazione dell’82%), è però tutto a posto. Nel suo messaggio trasmesso in video per l’inaugurazione della Cop25 di Madrid (spostata dal Cile alla Spagna proprio a causa delle proteste sociali scoppiate negli ultimi due mesi), il presidente ha parlato di «un’ondata di violenza criminale» affrontata «con gli strumenti della democrazia e dello stato di diritto, proteggendo i diritti umani di tutti»: «Qualunque deviazione da tale principio verrà giudicata in tribunale, come compete a ogni democrazia».

I dati parlano tuttavia di ben altro che di una «deviazione»: 23 morti, 11.564 feriti, di cui 1.100 con lesioni più o meno gravi, più di 450 denunce per tortura, 241 persone con traumi agli occhi o perdita completa della vista, come nel caso di Gustavo Gatica e Fabiola Campillay.

E a smentire Piñera è stato anche il direttore della Scuola per sottufficiali dei carabineros, il generale Mario Rozas, il quale ha assicurato che non sospenderà nessun agente sotto inchiesta, «neppure se mi obbligassero».

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