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Cos’è rimasto delle proteste in Iran

Dic 12 2019

di IL POST

Centinaia di persone uccise dalla repressione più violenta dal 1979 e un governo più debole senza più l’appoggio del partito riformista, tra le altre cose

 Ali Khamenei (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)

A novembre in Iran ci sono state grandi manifestazioni popolari, iniziate contro l’aumento del costo del carburante e poi proseguite sotto forma di feroci proteste contro il governo. Non si sa con precisione quante persone siano state arrestate e uccise durante le proteste, perché per dieci giorni il regime iraniano ha chiuso Internet, impedendo qualsiasi forma di comunicazione verso l’esterno. Inoltre il governo non ha fornito dati ufficiali sui morti, ma secondo alcuni analisti e organizzazioni internazionali le persone uccise potrebbero essere diverse centinaia (tra 180 e 450, scrive il New York Times), e la repressione del regime la più violenta dalla Rivoluzione khomeinista del 1979, quella guidata dal religioso Ruhollah Khomeini che portò all’instaurazione in Iran della Repubblica Islamica.

A causa della chiusura dell’Iran, è sempre difficile capire che conseguenze abbiano eventi di questo tipo sul regime iraniano e sugli equilibri tra le due principali fonti di potere del paese: il governo guidato di Hassan Rouhani, considerato un moderato e alleato alle ultime elezioni con i cosiddetti “riformisti” (la sinistra, più o meno), e la Guida suprema Ali Khamenei, cioè la carica politica e religiosa più importante e influente, a capo della corrente ultraconservatrice. Guardando però alcune delle reazioni emerse negli ultimi giorni, qualcosa si può già dire.

Anzitutto sia Khamenei che Rouhani hanno improvvisamente adottato un atteggiamento più morbido verso i manifestanti, probabilmente per la difficoltà a gestire la rabbia popolare provocata dalla repressione.

Mercoledì Khamenei, che in precedenza aveva definito i manifestanti dei «rivoltosi», «monarchici» e «agenti nemici», ha pubblicamente chiesto al potere giudiziario (controllato dalla stessa Guida suprema) di mostrare «pietà islamica», cioè di distinguere tra le persone che avevano solo protestato contro l’aumento del prezzo del carburante e quelle che avevano danneggiato e dato fuoco a proprietà pubbliche. Khamenei ha fatto un’altra importante concessione: ha detto di approvare l’uso del termine «martire» per quei cittadini uccisi «da fuoco incrociato e rivolte, che sono morti senza avere alcun ruolo nell’alimentare la violenza». «Martire» è tra i più alti onori che possano essere conferiti dopo la morte di una persona considerata un “fedele servitore” della Repubblica Islamica. Khamenei ha inoltre annunciato la formazione di un comitato formato tra gli altri dai ministri dell’Interno e della Giustizia incaricato di investigare sulle rivolte e proporre eventuali risarcimenti alle famiglie dei morti.

Secondo al Monitor, sito specializzato di cose mediorientali, la scala e l’intensità delle proteste hanno sorpreso molti funzionari iraniani. Sarebbe per questo motivo che Khamenei, solitamente discreto nell’esporsi direttamente in situazioni controverse e conflittuali, avrebbe assunto fin dall’inizio delle manifestazioni un ruolo attivo, appoggiando in pubblico la decisione di tagliare i sussidi del carburante.

Il costo maggiore in termini politici delle proteste potrebbe averlo pagato il governo di Rouhani, che negli ultimi anni ha sempre rappresentato l’ala più moderata del regime e quella più disposta a scendere a patti con l’Occidente.

Rouhani è stato criticato sia dai suoi oppositori che da molti suoi sostenitori per avere gestito male la questione dell’aumento del prezzo del carburante e la successiva repressione delle forze di sicurezza. La conseguenza politica più rilevante finora è stata la frattura con la corrente riformista, che alle ultime elezioni lo aveva appoggiato nonostante le differenze. Mohamad Ali Abtahi, politico riformista, ha scritto su Telegram: «Questo governo che ha fatto scorrere il sangue dei nostri giovani e ha reso tutti senza speranza, non è lo stesso che abbiamo eletto». Gholamhossein Karbaschi, ex sindaco di Teheran e capo del partito riformista, ha scritto su Twitter di «vergognarsi» di avere appoggiato Rouhani alle ultime elezioni.

Le proteste di novembre erano iniziate nel mezzo di una grave crisi economica dovuta in parte dalla reintroduzione delle sanzioni statunitensi all’Iran, decisa da Trump dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015. Nel corso dell’ultimo anno i rapporti tra i due paesi sono notevolmente peggiorati, anche a causa dei numerosi attacchi iraniani contro le petroliere straniere nel Golfo di Hormuz, delle politiche aggressive di Trump e del rifiuto di entrambe le parti di negoziare un nuovo accordo sul nucleare se non a certe precise condizioni, considerate reciprocamente irricevibili.

Nonostante negli ultimi mesi Khamenei abbia esplicitamente vietato al governo iraniano di negoziare con gli Stati Uniti, mercoledì Rouhani ha detto di non escludere nuovi colloqui con Trump, sempre che il governo americano accetti come precondizione la sospensione delle sanzioni ora in vigore. Non è chiaro comunque se questo nuovo atteggiamento di Rouhani dipenda dalla crisi economica e dalle proteste dell’ultimo mese.

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