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Clima: il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 è l’anno decisivo per intervenire

Gen 2 2020

di Angelo Romano Valigia Blu

Gli incendi violenti che hanno devastato la Siberia, l’Amazzonia, l’Australia e la California, l’aumento delle temperature che hanno portato a un rapido scioglimento della calotta polare nell’Artico, il requiem per i ghiacciai che si stanno sciogliendo sulle Alpi, l’innalzamento del livello dei mari che sta portando all’erosione delle coste, l’attivismo di Greta Thunberg, la disobbedienza civile di Extinction Rebellion e gli scioperi per il clima di tantissimi studenti che hanno colorato e animato le strade delle capitali di tutto il mondo, le dichiarazioni di emergenza climatica da parte di città e governi nazionali e i Green Deal proposti negli Stati Uniti e dall’Europa. Infine, la vittoria dei cittadini olandesi che, per la prima volta, hanno portato lo Stato in tribunale e ottenuto una sentenza storica che costringe il governo a rivedere le politiche sulle emissioni di gas serra e collega gli impatti dei cambiamenti climatici alla violazione dei diritti umani, avendo più coraggio di tanti negoziati internazionali sul clima.

Possiamo dire che il 2019 è stato l’anno in cui il cambiamento climatico è uscito dai suoi circuiti specialistici e di nicchia ed è diventato tema di dibattito pubblico, fino a farsi leva di attivismo civico e impegno sociale e questione rilevante dell’agenda politica mondiale.

«Sono 30 anni che mi occupo di cambiamento climatico e per 29 di questi, come scienziati, abbiamo lavorato quasi inosservati», ha detto ad AFP Corinne Le Quere, presidente dell’Alta Commissione francese per i cambiamenti climatici e membro del comitato britannico sui cambiamenti climatici. «Il 2019 è stato qualcosa di nuovo».

«Quest’anno, il movimento per l’emergenza climatica ha raggiunto un punto di non ritorno e migliaia di persone hanno iniziato a essere coinvolte nelle politiche climatiche e si sono attivate per cambiare le cose», ha affermato a The Verge Laura Berry, direttrice della ricerca di The Climate Mobilization, organizzazione che si è occupata di diverse campagne per fare pressione sui governi affinché dichiarassero lo stato di emergenza climatica.

Nel 2019 ben 1288 amministrazioni (tra Comuni e Stati) hanno dichiarato lo stato di “emergenza climatica”. In larga parte si è trattato di decisioni simboliche, in alcuni casi di punti di partenza per un’azione reale. In ogni caso, prosegue Berry, è stato il culmine di sforzi coordinati da parte di migliaia di attivisti in tutto il mondo che spingono i governi ad agire in modo deciso contro le minacce poste dall’emergenza climatica. Nel maggio 2019, il Regno Unito è diventato il primo governo nazionale a dichiarare un’emergenza climatica, seguito immediatamente dalla Scozia e dal Galles. New York è stata la città più grande al mondo ad averlo fatto insieme all’approvazione di una serie di interventi per ridurre le emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050 . Barcellona ha avviato proprio ieri la più grande area a basse emissioni del Sud Europa: sarà vietato l’ingresso alle auto a benzina acquistate prima del 2000 e a quelle a diesel più vecchie del 2006 nell’intera area metropolitana (95km quadrati). Per le auto di questo tipo che entreranno nell’area è prevista una multa tra i 100 e i 500 euro. L’obiettivo è quello di incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici di trasporto.

Il 2019 è stato, in altre parole, l’anno della “consapevolezza climatica”. 

Secondo un recente sondaggio di Pew Research negli USA, circa due terzi dei cittadini intervistati (67%) è convinto che il governo sta facendo troppo poco per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici e mantenere alta la qualità dell’aria e dell’acqua e ben il 77% concorda, al di là di ogni posizione politica, che la strada da seguire è lo sviluppo di fonti energetiche alternative come l’energia eolica e solare e la tecnologia dell’idrogeno invece di aumentare la produzione di combustibili fossili. Oltre il 60% ha affermato che i cambiamenti climatici stanno condizionando la loro vita e più della metà ha dichiarato di essersi impegnato nella riduzione degli sprechi alimentari per motivi ambientali (80% degli intervistati), di usare meno materie plastiche (72%) e di guidare meno e ricorrere ad auto a noleggio o a macchine condivise (52%). 

Sono tutti dati interessanti che testimoniano come l’attenzione al riscaldamento globale e al cambiamento climatico stia entrando nelle vite quotidiane. E, riguardo agli Stati Uniti, sono un indice significativo di come il clima possa diventare uno dei temi della prossima campagna elettorale per le presidenziali, alla luce anche della decisione dell’attuale Presidente, Donald Trump, di sfilare gli USA dagli accordi di Parigi del 2015. L’elezione del nuovo presidente potrebbe segnare un indirizzo importante nelle politiche mondiali sul clima.

Seppur con approcci molto diversi, il cambiamento climatico è entrato nei programmi di diverse forze politiche, commenta sul Guardian Carlo Invernizzi-Accetti, professore associato di Scienza Politica alla City University of New York. È diventato piattaforma programmatica di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti e programma istituzionale dell’Europa con la recente proposta di un Green New Deal presentata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. È entrato nell’enciclica “Laudato Si” del 2015 di Papa Francesco, inserita in una più ampia critica del “mito moderno del progresso materiale illimitato”, e nel Sinodo dello scorso ottobre. “Perfino alcuni filoni dell’estrema destra – conclude Invernizzi-Accetti – hanno iniziato a sviluppare la propria declinazione di ambientalismo”, collegando gli effetti del cambiamento climatico nelle loro retoriche contro la globalizzazione e l’immigrazione che si traduce in una forma “di ‘nazionalismo verde’ incentrato sulla protezione delle culture, dei prodotti e delle tradizioni locali”.

Se il 2019 è stato l’anno della consapevolezza, il 2020 sarà quello delle decisioni da prendere. 

Lo scorso anno l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU aveva pubblicato un rapporto che mostrava gli effetti del riscaldamento globale a seconda che le temperature si innalzino nei prossimi 30 anni di 1,5 o 2 gradi. Mezzo grado di differenza, spiegava il rapporto, possono esporre decine di milioni di persone in tutto il mondo a pericolose ondate di calore, alla siccità o alle inondazioni costiere, potrebbero portare, in un caso, al danneggiamento delle barriere coralline, nell’altro a una loro distruzione. Mezzo grado in più significherebbe una probabilità 10 volte maggiore dello scioglimento dei ghiacciai d’estate e la perdita dell’habitat che consente la vita di orsi polari, balene, foche e uccelli marini.

Inoltre, secondo l’Emission Gap Report pubblicato dall’ONU un mese fa, gli accordi sulla riduzione delle emissioni raggiunti a Parigi nel 2015 sono già insufficienti per mantenere l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi in modo tale da limitare gli impatti dei cambiamenti climatici. «Più rinviamo gli interventi, più sarà fuori portata l’obiettivo di tenere l’incremento delle temperature entro gli 1,5 gradi prima del 2030», ha dichiarato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Per limitare il riscaldamento globale entro i 2 gradi, bisognerebbe tagliare le emissioni di anidride carbonica del 25% fino al 2030, spiega il rapporto.

A fine 2020 ci sarà la Conferenza internazionale sul clima di Glasgow in cui dovranno essere resi definitivamente attuativi gli accordi presi a Parigi cinque anni fa.  

Su Valigia Blu abbiamo parlato di cambiamento climatico e riscaldamento globale da più punti di vista: l’impatto e le cause di fenomeni estremi come incendi, innalzamento del livello dei mari, uragani e scioglimento dei ghiacciai; le evidenze scientifiche che definiscono cosa è il cambiamento climatico ricostruendo il dibattito all’interno della comunità accademica e analizzando, smontandole, le tesi dei negazionisti climatici; l’attivismo di tanti giovani e cittadini che si sono organizzati e hanno cercato di fare pressione sui governi mondiali con scioperi per il clima, azioni di disobbedienza civile e cause in tribunale contro gli Stati; la copertura mediatica, la decostruzione della disinformazione che circola sui media e delle teorie del complotto nate intorno alla figura di Greta Thunberg, l’adolescente svedese che da un anno e mezzo manifesta per un intervento rapido e deciso che contrasti il riscaldamento globale; l’analisi delle proposte politiche in campo e cosa fare concretamente per limitare le emissioni e continuare a dare energia e ad alimentare il pianeta in modo sostenibile. 

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