Roberto Savio

Riflessioni per il nuovo anno

Gen 9 2020

di Roberto SavioOTHERNEWS

Roberto Savio, fondatore e Presidente di Othernews

In un mon­do scos­so da così tan­ti pro­ble­mi, è dif­fi­ci­le guar­da­re al 2020 sen­za fare una sor­ta di ana­li­si oli­sti­ca. Men­tre sono sta­ti com­piu­ti enor­mi pro­gres­si su mol­ti fron­ti, è chia­ro che la si­tua­zio­ne è cam­bia­ta e che stia­mo toc­can­do – o ab­bia­mo già toc­ca­to – il fon­do del­la sto­ria del­l’u­ma­ni­tà.
Oggi a cau­sa del­la cri­si cli­ma­ti­ca ci at­ten­de una mi­nac­cia esi­sten­zia­le sen­za pre­ce­den­ti.
Se­con­do gli scien­zia­ti per fer­ma­re il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co avre­mo tem­po fino al 2030, dopo di che le con­di­zio­ni uma­ne sa­ran­no sot­to­po­ste a nu­me­ro­se mi­nac­ce. Ep­pu­re, ab­bia­mo ap­pe­na te­nu­to una con­fe­ren­za mon­dia­le a Ma­drid sui cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci che si è con­clu­sa con nul­la di fat­to. Non solo, ma dal­l’i­ni­zio del­l’ul­ti­mo de­cen­nio, c’è sta­to un sin­go­la­re cam­bia­men­to nel­la po­si­zio­ne as­sun­ta dai po­li­ti­ci nei con­fron­ti del pro­ble­ma cli­ma­ti­co. Il cli­ma non è più un pro­ble­ma scien­ti­fi­co, ma squi­si­ta­men­te po­li­ti­co, dove un cer­to nu­me­ro di po­li­ti­ci di di­ver­sa le­va­tu­ra, qua­li Do­nald Trump, Jair Bol­so­na­ro, Vik­tor Or­ban, Mat­teo Sal­vi­ni e Vla­di­mir Pu­tin, che so­sten­go­no che non c’è cri­si cli­ma­ti­ca. Al­cu­ni di loro, come il pri­mo mi­ni­stro au­stra­lia­no Scott Mor­ri­son, se ne van­no in va­can­za alle Ha­waii mal­gra­do gli in­cen­di ch han­no di­strut­to un’a­rea del loro pae­se gran­de come il Bel­gio.
Dal­la fine del­l’ul­ti­mo de­cen­nio, ab­bia­mo vi­sto an­che un al­tro cam­bia­men­to di im­por­tan­za vi­ta­le: la de­mo­cra­zia. Con la ca­du­ta del muro di Ber­li­no nel 1989, a tut­ti fu det­to che la mi­nac­cia del co­mu­ni­smo era spa­ri­ta. Come scris­se Fran­cis Fu­kuya­ma, fu la fine del­la sto­ria. Il ca­pi­ta­li­smo e il mer­ca­to avreb­be­ro uni­fi­ca­to il mon­do e, pa­ra­fra­san­do il pro­ver­bio in­gle­se se­con­do cui “l’al­ta ma­rea sol­le­va tut­te le bar­che”, avreb­be­ro in as­so­lu­to mi­glio­ra­to il con­te­sto eco­no­mi­co.
Poi ven­ne la gran­de cri­si fi­nan­zia­ria del 2008-2009 che co­stò ai go­ver­ni (e quin­di alle per­so­ne) 12 tri­lio­ni di dol­la­ri e fu chia­ro che solo al­cu­ne le bar­che che era­no sta­te sol­le­va­te. Le ri­du­zio­ni dei bud­get ave­va­no col­pi­to le con­di­zio­ni di vita, l’i­stru­zio­ne e la sa­lu­te so­prat­tut­to del­la gen­te co­mu­ne, men­tre al con­tem­po al­cu­ne per­so­ne era­no di­ve­nu­te spa­ven­to­sa­men­te ric­che. Il de­bi­to mon­dia­le è rad­dop­pia­to (ora am­mon­ta a 325 tri­lio­ni di dol­la­ri) e im­prov­vi­sa­men­te sono nati par­ti­ti na­zio­na­li­sti­ci, xe­no­fo­bi e di de­stra. Pri­ma del­la cri­si del 2009, ce n’e­ra solo uno, in Fran­cia. Per­fi­no i pae­si nor­di­ci, sim­bo­lo da lun­ga data di ci­vil­tà e tol­le­ran­za, han­no vi­sto ar­ri­va­re al po­te­re go­ver­ni di estre­ma de­stra.
I tren­t’an­ni tra la ca­du­ta del muro di Ber­li­no e la cri­si fi­nan­zia­ria, han­no pro­dot­to una cul­tu­ra del­la com­pe­ti­zio­ne, del­l’in­di­vi­dua­li­smo e del­la per­di­ta di va­lo­ri: una cul­tu­ra del­l’a­vi­di­tà. E i die­ci anni tra quel­la cri­si e il no­stro de­cen­nio in ar­ri­vo han­no vi­sto la na­sci­ta di una cul­tu­ra del­la pau­ra.
L’im­mi­gra­zio­ne è di­ven­ta­ta il fat­to­re ca­ta­liz­zan­te. Sia­mo sta­ti in­va­si, l’I­slam non era com­pa­ti­bi­le con la no­stra so­cie­tà, i no­stri la­vo­ri ve­ni­va­no ru­ba­ti, il cri­mi­ne e le dro­ghe sta­va­no di­la­gan­do e gli stes­si lea­der che non cre­do­no nei cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci sono di­ven­ta­ti i guar­dia­ni del cri­stia­ne­si­mo, pro­mul­gan­do leg­gi re­strit­ti­ve per com­pia­ce­re i cit­ta­di­ni, in­di­pen­den­te­men­te dai di­rit­ti uma­ni. Ne­gli ul­ti­mi due de­cen­ni, i sin­da­ca­ti sono di­ven­ta­ti ir­ri­le­van­ti e sono sta­te in­tro­dot­te leg­gi che in­cre­men­ta­to la pre­ca­rie­tà del la­vo­ro e ri­dot­to la pre­vi­den­za so­cia­le. Le per­so­ne han­no ini­zia­to ad ave­re pau­ra, guar­dan­do al fu­tu­ro in­cer­to dei loro fi­gli. Gli sto­ri­ci af­fer­ma­no che i due prin­ci­pa­li mo­to­ri del cam­bia­men­to nel­la sto­ria sono l’a­vi­di­tà e la pau­ra. En­tria­mo nel de­cen­nio de­gli anni ’20 con en­tram­bi.
Peg­gio an­co­ra, mol­ti ana­li­sti cre­do­no che lo fac­cia­mo con odio. Il fat­to è che due ban­die­re che pen­sa­va­mo fos­se­ro sta­te scar­ta­te dal­la sto­ria stan­no tor­nan­do. La pri­ma è la ban­die­ra “in nome di Dio”. Pen­sia­mo al­l’I­SIS e ad Al Qae­da, ma que­sta è la base del­l’im­ma­gi­ne di Pu­tin, Or­ban, Trump, Bol­so­na­ro e Sal­vi­ni. L’u­so del­la re­li­gio­ne da par­te del­l’a­la de­stra è sta­ta in gra­do di ra­du­na­re le clas­si più de­bo­li. Il teo­lo­go Juan Josè Ta­mayo ha chia­ma­to co­lo­ro che fan­no po­li­ti­ca con la Bib­bia in mano “al­lean­za Chri­sto-neo-fa­sci­sta”. Nel­le ul­ti­me ele­zio­ni in Co­sta Rica, il pa­sto­re evan­ge­li­co Fa­bri­cio Al­va­ra­do ha vin­to con una cam­pa­gna ba­sa­ta sul­la di­fe­sa dei va­lo­ri cri­stia­ni e del neo­li­be­ri­smo, con­tro l’a­bor­to e il pa­ga­ne­si­mo pro­ve­nien­te dal­l’Eu­ro­pa. Che è pre­ci­sa­men­te il tema elet­to­ra­le di Or­ban in Un­ghe­ria, Ka­cyn­sky in Po­lo­nia e Pu­tin in Rus­sia. In Bra­si­le, la chie­sa evan­ge­li­ca è sta­ta de­ter­mi­nan­te per far eleg­ge­re Bol­so­na­ro. In El Sal­va­dor, il nuo­vo pre­si­den­te Nay­ib Bu­ke­le ha chie­sto a un pa­sto­re evan­ge­li­co di estre­ma de­stra di fare una pre­ghie­ra du­ran­te la sua ce­ri­mo­nia di in­se­dia­men­to, e c’è un di­se­gno di leg­ge che vor­reb­be ren­de­re ob­bli­ga­to­ria la let­tu­ra del­la Bib­bia in tut­te le scuo­le. Ri­cor­de­re­te tut­ti come, dopo il ro­ve­scia­men­to di Eva Mo­ra­les da par­te del­l’e­ser­ci­to, la nuo­va pre­si­den­te del­la Bo­li­via Jea­ni­ne Áñez e i suoi so­ste­ni­to­ri si sono pre­sen­ta­ti in tut­te le ce­ri­mo­nie con una bib­bia in mano. E non di­men­ti­chia­mo che Trump è sta­to elet­to gra­zie al so­ste­gno del­la chie­sa evan­ge­li­ca, che ha 40 mi­lio­ni di fe­de­li. Ha tra­sfe­ri­to l’am­ba­scia­ta de­gli Sta­ti Uni­ti a Ge­ru­sa­lem­me per ot­te­ner­ne il so­ste­gno. Gli evan­ge­li­ci cre­do­no che quan­do Israe­le re­cu­pe­re­rà tut­to il ter­ri­to­rio del t empo bi­bli­co, Cri­sto ver­rà sul­la ter­ra per la se­con­da vol­ta e sa­ran­no gli uni­ci a es­se­re ri­com­pen­sa­ti. Un al­tro pae­se che gra­zie al­l’e­le­zio­ne di un pre­si­den­te evan­ge­li­co ha tra­sfe­ri­to la sua am­ba­scia­ta a Ge­ru­sa­lem­me è sta­to il Gua­te­ma­la. Il teo­lo­go Ta­mayo par­la di una in­ter­na­zio­na­le del­l’o­dio: l’o­dio con­tro l’u­gua­glian­za di ge­ne­re, con­tro le LGTB, con­tro l’a­bor­to, con­tro gli im­mi­gra­ti. Co­lo­ro che pro­pa­ga­no l’o­dio di­fen­do­no il raf­for­za­men­to del­la fa­mi­glia pa­triar­ca­le, la sot­to­mis­sio­ne del­le don­ne, di­sprez­za­no ciò che non è tra­di­zio­na­le, dif­fi­da­no del­la scien­za e del­le sta­ti­sti­che, ne­ga­no il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e odia­no mu­sul­ma­ni, gli ebrei e i neri. Ciò che vie­ne to­tal­men­te igno­ra­to in tut­to ciò è il pro­ble­ma del­le di­su­gua­glian­ze so­cia­li, il cre­scen­te di­va­rio eco­no­mi­co per mo­ti­vi di et­nia, cul­tu­ra, ge­ne­re, clas­se so­cia­le, iden­ti­tà ses­sua­le e così via. Ta­mayo os­ser­va che que­sto sta di­ven­tan­do un nuo­vo mo­vi­men­to in­ter­na­zio­na­le, che ora sta ar­ri­van­do in Eu­ro­pa, come mo­stra­no le re­cen­ti ele­zio­ni spa­gno­le. Vox, il par­ti­to di estre­ma de­stra, crea­to ap­pe­na quat­tro anni fa, ora ha 52 seg­gi al Par­la­men­to ed è il ter­zo par­ti­to, come l’A­FD in Ger­ma­nia. Il par­ti­to di Sal­vi­ni in Ita­lia, con i suoi gra­ni di ro­sa­rio, è di­ven­ta­to il par­ti­to nu­me­ro uno, e lui po­treb­be di­ven­ta­re pri­mo mi­ni­stro da un mo­men­to al­l’al­tro. E co­no­scia­mo bene l’am­pio fron­te con­ser­va­to­re con­tro il Papa nel­la Chie­sa cat­to­li­ca che vor­reb­be “sal­va­re le tra­di­zio­ni”, è con­tro gli LGBT, è per una fa­mi­glia pa­triar­ca­le, ecc. ecc.
Tut­to que­sto ri­guar­da l’u­so del­la re­li­gio­ne, del­la pau­ra e del­l’o­dio per fini po­li­ti­ci. E che dire del­la ban­die­ra “nel nome del­la na­zio­ne”? Bene, il mi­glior esem­pio è Be­n­ja­min Ne­ta­nya­hu che ha ap­pro­va­to una leg­ge che ren­de l’es­se­re ebreo il re­qui­si­to per la cit­ta­di­nan­za israe­lia­na. È così che Na­ren­dra Modi in In­dia sta cer­can­do di pri­va­re i mu­sul­ma­ni (170 mi­lio­ni) del­la cit­ta­di­nan­za in­dia­na; è così che il go­ver­no del Myan­mar sta trat­tan­do ol­tre un mi­lio­ne di ro­hin­gya. Tut­ti casi che in nome del­la na­zio­ne mi­schia­no la re­li­gio­ne con la lot­ta con­tro le mi­no­ran­ze e le al­tre re­li­gio­ni. La Cina ha ora lan­cia­to una cam­pa­gna per un so­gno ci­ne­se (per­se­gui­tan­do an­che le mi­no­ran­ze mu­sul­ma­ne ui­gu­ri). Que­sta è esat­ta­men­te la stes­sa stra­te­gia di Trump, che per­se­gue il so­gno ame­ri­ca­no. Gli Sta­ti Uni­ti non han­no al­lea­ti, e chiun­que gua­da­gni sol­di nel com­mer­cio con gli Sta­ti Uni­ti è un av­ver­sa­rio, sia esso il Ca­na­da o la Ger­ma­nia. “Ame­ri­ca Fir­st”, che in real­tà si­gni­fi­ca “Ame­ri­ca Alo­ne”. Ne con­se­gue che le ban­die­re “nel nome di Dio” e “nel nome del­la Na­zio­ne” spes­so fi­ni­sco­no con il so­vrap­por­si. Lo scien­zia­to po­li­ti­co ed eco­no­mi­sta ita­lia­no Ric­car­do Pe­trel­la os­ser­va che ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni è ap­par­sa una ter­za ban­die­ra con un va­sto pub­bli­co: “in nome del de­na­ro”, e an­che che ne­gli ul­ti­mi due de­cen­ni la cor­ru­zio­ne è di­ven­ta­ta un al­tro con­trap­pun­to uni­ver­sa­le.
Nel suo ul­ti­mo rap­por­to, Trans­pa­ren­cy In­ter­na­tio­nal, l’or­ga­niz­za­zio­ne che com­bat­te e de­nun­cia la cor­ru­zio­ne, ana­liz­za come la cor­ru­zio­ne in­de­bo­li­sca la de­mo­cra­zia. Free­dom Hou­se, una fon­da­zio­ne ame­ri­ca­na con­ser­va­tri­ce, ha sco­per­to che dal 2006, 113 pae­si han­no vi­sto un net­to de­cli­no nel loro li­vel­lo di li­ber­tà, e solo 62 han­no vi­sto un cer­to mi­glio­ra­men­to. L’E­co­no­mi­st af­fer­ma che la de­mo­cra­zia sta­va ri­sta­gnan­do nel 2018, dopo tre anni con­se­cu­ti­vi di de­te­rio­ra­men­to. Dei 62 pae­si che sono pas­sa­ti dal do­mi­nio au­to­ri­ta­rio a una qual­che for­ma di de­mo­cra­zia, nel­l’ul­ti­mo quar­to del 20° se­co­lo, la metà di loro ha vi­sto il loro li­vel­lo di de­mo­cra­zia sta­gna­re o ad­di­rit­tu­ra va­cil­la­re. La tra­spa­ren­za in­ter­na­zio­na­le evi­den­zia che men­tre la lot­ta alla cor­ru­zio­ne è in cima alla piat­ta­for­ma dei po­pu­li­sti, quan­do que­sti sono al po­te­re ten­do­no a in­de­bo­li­re le isti­tu­zio­ni de­mo­cra­ti­che e si de­di­ca­no alla cor­ru­zio­ne come i loro pre­de­ces­so­ri. Cita i casi di vari pae­si, dal Gua­te­ma­la alla Tur­chia, da­gli Sta­ti Uni­ti alla Po­lo­nia e al­l’Un­ghe­ria. Quan­do la cor­ru­zio­ne pe­ne­tra nel si­ste­ma de­mo­cra­ti­co, cor­rom­pe i lea­der. La cor­ru­zio­ne eco­no­mi­ca è au­men­ta­ta ne­gli ul­ti­mi qua­ran­t’an­ni, dopo la cam­pa­gna “l’a­vi­di­tà è buo­na”, poi­ché il mer­ca­to ha so­sti­tui­to l’uo­mo come cen­tro del­la so­cie­tà. Rag­giun­ge l’in­te­ro set­to­re pub­bli­co, ol­tre ov­via­men­te al set­to­re pri­va­to. I due ter­zi del ge­ne­re uma­no ora non han­no fi­du­cia nel­la po­li­zia e ne­gli al­tri ser­vi­zi pub­bli­ci, per­ché sono con­si­de­ra­ti cor­rot­ti e cre­do­no che la cor­ru­zio­ne sia così dif­fu­sa da non po­ter es­se­re eli­mi­na­ta. Ci sia­mo abi­tua­ti a co­no­sce­re la cor­ru­zio­ne ne­gli ul­ti­mi due de­cen­ni, per­ché è nel­le no­ti­zie ogni gior­no. Ci sia­mo len­ta­men­te ad­de­stra­ti a guar­da­re come na­tu­ra­li cose che non lo sono af­fat­to: il se­gno che ab­bia­mo per­so la bus­so­la mo­ra­le.
Se oggi chie­di ai bam­bi­ni se le guer­re e la po­ver­tà sono na­tu­ra­li, pro­ba­bil­men­te ri­spon­do­no di sì. E, da ado­le­scen­ti, pro­ba­bil­men­te con­si­de­re­ran­no an­che la cor­ru­zio­ne come na­tu­ra­le. È quin­di evi­den­te che due ele­men­ti fon­da­men­ta­li per l’u­ma­ni­tà sono in pe­ri­co­lo. Quel­lo più a bre­ve ter­mi­ne è l’am­bien­te. Le con­di­zio­ni di vita sul pia­ne­ta pos­so­no peg­gio­ra­re no­te­vol­men­te come ci di­co­no tut­te le pre­vi­sio­ni. Ab­bia­mo solo il pros­si­mo de­cen­nio per cer­ca­re di in­ver­ti­re la ten­den­za al cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, che sia na­tu­ra­le (come di­co­no al­cu­ni) o ar­ti­fi­cia­le (come so­sten­go­no tut­ti gli scien­zia­ti). Ma al­lo­ra la do­man­da è: per quan­to tem­po dob­bia­mo sop­por­ta­re il no­stro am­bien­te po­li­ti­co, che ge­sti­sce la no­stra vita eco­no­mi­ca, so­cia­le e cul­tu­ra­le, pri­ma che an­che que­sto su­bi­sca un de­cli­no ir­re­ver­si­bi­le?
Na­tu­ral­men­te, una san­gui­no­sa dit­ta­tu­ra è meno dram­ma­ti­ca dei mari che si in­nal­za­no di set­te me­tri, del­le tem­pe­ra­tu­re che au­men­ta­no di 3 gra­di o di tut­ti i no­stri ghiac­ciai e di mol­ti fiu­mi e fon­ti d’ac­qua che spa­ri­sco­no. Ora che ab­bia­mo tut­ti i dati, per­ché i cit­ta­di­ni non at­ti­va­no in di­fe­sa del­la so­prav­vi­ven­za del­l’am­bien­te?
D’al­tra par­te, il 2019 ri­mar­rà nel­la sto­ria l’an­no del­le ma­ni­fe­sta­zio­ni di mas­sa. In 21 pae­si, in Ame­ri­ca La­ti­na, Afri­ca, Asia, Eu­ro­pa, mi­lio­ni di per­so­ne sono usci­te per stra­da per pro­te­sta­re con­tro la cor­ru­zio­ne, l’in­giu­sti­zia so­cia­le, il di­va­rio tra isti­tu­zio­ni po­li­ti­che e cit­ta­di­ni, la pau­ra e il de­cli­no del­l’as­si­sten­za so­cia­le come prio­ri­tà po­li­ti­ca. I gio­va­ni, che han­no ab­ban­do­na­to par­ti­ti po­li­ti­ci ed ele­zio­ni, sono sta­ti spes­so in pri­ma li­nea. Sono a capo del­la cam­pa­gna per un mon­do so­ste­ni­bi­le, in cui un’a­do­le­scen­te, Gre­ta Thun­berg, ha riu­ni­to gio­va­ni di tut­to il mon­do. Ma il si­ste­ma non sem­bra ascol­tar­li dav­ve­ro, a meno che non di­ven­ti­no vio­len­ti come in Cile, Pa­ri­gi, Ba­gh­dad o Hong Kong.
Que­ste ri­fles­sio­ni ci por­ta­no a tre con­clu­sio­ni.
La pri­ma è che, non per caso, i ne­mi­ci del­la lot­ta per di­fen­de­re l’am­bien­te sono an­che ne­mi­ci del­la po­li­ti­ca. A loro non im­por­ta se il pri­mo vie­ne di­strut­to, per­ché sono le­ga­ti a cor­po­ra­zio­ni, com­pa­gnie del gas e del pe­tro­lio, agri­col­to­ri che vo­glio­no pren­de­re il con­trol­lo del­la ter­ra (come nel caso del Bra­si­le e del­l’A­maz­zo­nia) o com­pa­gnie del car­bo­ne, come in Po­lo­nia e in Au­stra­lia. Ma vo­glio­no stra­vol­ge­re l’am­bien­te po­li­ti­co a loro fa­vo­re, per il loro po­te­re. Or­ban un­ghe­re­se ha fat­to una cam­pa­gna in fa­vo­re del­la de­mo­cra­zia il­li­be­ra­le. Bol­so­na­ro è an­da­to ol­tre, par­lan­do dei bei vec­chi tem­pi del­la dit­ta­tu­ra mi­li­ta­re. E tut­ti, da Trump a Sal­vi­ni, con­si­de­ra­no ne­mi­ci la coo­pe­ra­zio­ne in­ter­na­zio­na­le, gli ac­cor­di mul­ti­la­te­ra­li e qual­sia­si ini­zia­ti­va che ri­du­ca la li­ber­tà di un pae­se per la pace e la giu­sti­zia (come le Na­zio­ni Uni­te o l’U­nio­ne Eu­ro­pea). Sono tut­ti a fa­vo­re del­la co­stru­zio­ne di muri, di­men­ti­can­do che la se­con­da guer­ra mon­dia­le ci ave­va in­se­gna­to ad abo­lir­li.
La se­con­da (con­clu­sio­ne) è che la de­mo­cra­zia è in pe­ri­co­lo, per le stes­se ra­gio­ni per cui an­che l’am­bien­te è in pe­ri­co­lo. Non esi­ste al­cu­na ca­pa­ci­tà e vo­lon­tà tra i po­pu­li­sti di rag­giun­ge­re un ac­cor­do in­ter­no. Mi chie­do se ai gior­ni d’og­gi sa­reb­be an­co­ra pos­si­bi­le crea­re or­ga­niz­za­zio­ni come le Na­zio­ni Uni­te o fir­ma­re ac­co­di come la Di­chia­ra­zio­ne dei di­rit­ti del­l’uo­mo?
Se non fos­se pos­si­bi­le, non lo sa­reb­be cer­ta­men­te solo per­ché non c’è un’in­te­sa cul­la lot­ta al cam­bia­men­to cli­ma­ti­co.
La ter­za, in­fi­ne, ri­guar­da quan­to ac­ca­drà nel de­cen­nio in cui stia­mo en­tran­do. Sem­bra sarà un de­cen­nio de­ci­si­vo. Tra po­chi anni, do­vre­mo ac­cor­dar­ci su due que­stio­ni esi­sten­zia­li: come ri­ma­ne­re nel no­stro am­bien­te at­tua­le e come vi­ve­re in­sie­me.
Tut­to que­sto sarà de­ci­so da­gli elet­to­ri. E que­sto sol­le­va un pro­ble­ma: è le­git­ti­mo cre­de­re che il fa­sci­smo, la xe­no­fo­bia e il na­zio­na­li­smo sia­no la ri­spo­sta ai no­stri pro­ble­mi? Gli uo­mi­ni do­vreb­be­ro im­pa­ra­re dai loro er­ro­ri (come fan­no tut­ti gli al­tri ani­ma­li). E noi avrem­mo do­vu­to im­pa­ra­re dal­le due guer­re mon­dia­li che quel­le tesi non sono la ri­spo­sta ma rap­pre­sen­ta­no le ra­di­ci del­la guer­ra e del­lo scon­tro.
Ecco quin­di una ri­fles­sio­ne fi­na­le. Ste­ven Pin­ker, lo scien­zia­to co­gni­ti­vo ca­na­de­se, ha scrit­to su The Eco­no­mi­st che ne­gli ul­ti­mi set­te anni gli es­se­ri uma­ni sono di­ven­ta­ti più sani, vi­vo­no più a lun­go, sono più si­cu­ri, più ric­chi, più li­be­ri, più in­tel­li­gen­ti ed edu­ca­ti. Una ten­den­za che do­vreb­be con­ti­nua­re. Sen­non­ché gli uo­mi­ni si sono evo­lu­ti, per­ché si sono de­di­ca­ti prin­ci­pal­men­te ai van­tag­gi del­la ri­pro­du­zio­ne, del­la so­prav­vi­ven­za e del­la cre­sci­ta ma­te­ria­le, e non gra­zie alla sag­gez­za o alla fe­li­ci­tà.
Il pri­mo pas­so ur­gen­te è con­ci­lia­re il pro­gres­so con la na­tu­ra uma­na. Ab­bia­mo ca­pa­ci­tà co­gni­ti­ve e an­che ca­pa­ci­tà di coo­pe­ra­re e di es­se­re en­fa­ti­ci, a dif­fe­ren­za di al­tri ani­ma­li.
Tra l’E­tà del­l’Il­lu­mi­ni­smo e la Se­con­da Guer­ra Mon­dia­le, ab­bia­mo com­piu­to im­por­tan­ti pro­gres­si in ma­te­ria di scien­za, de­mo­cra­zia, di­rit­ti uma­ni, in­for­ma­zio­ne li­be­ra, re­go­le di mer­ca­to e crea­zio­ne di isti­tu­zio­ni per la coo­pe­ra­zio­ne in­ter­na­zio­na­le. Que­sta ten­den­za non può es­se­re fer­ma­ta, so­stie­ne Pin­ker; per­ché ora è nei no­stri geni.
Bene, tra die­ci anni sa­pre­mo se tut­to que­sto è nei geni del­l’uo­mo o è solo uno dei tan­ti pas­sag­gi del­la sto­ria. Inol­tre, per­ché nel 2022, Bol­so­na­ro e Or­ban do­vreb­be­ro la­scia­re l’in­ca­ri­co: Er­do­gan nel 2023; Ne­ta­nya­hu, Modi, Pu­tin e Trump nel 2024. Quin­di, in soli quat­tro anni (un mi­cro­se­con­do nel­la sto­ria uma­na) sa­pre­mo come è il mon­do e se i dan­ni sono di­ve­nu­ti ir­re­ver­si­bi­li o meno; e se avre­mo fat­to pro­gres­si nel­l’ar­re­sta­re il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co.

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