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THE GAME

Gen 18 2020

di VALERIO NICOLOSIQCODEMAG

Vite sospese al confine tra Bosnia-Erzegovina e Serbia

Foto di Valerio Nicolosi

Jungle, Jungle, Jungle”, è l’unica parola che riesce a dire un signore evidentemente sotto choc che si trova sdraiato sul ciglio si un sentiero, tra le montagne che separano la Bosnia dalla Croazia.

Siamo a Vucjak, cittadina di confine in quella che 15 anni fa venne chiamata “la sacca di Bihac”, un luogo che fece a lungo resistenza all’avanzata dell’esercito serbo, e che oggi ha come ricordo di quella guerra molti cimiteri e una vasta zona di campi minati.

I documenti del signore dicono che si chiama Yassin, ha 65 anni e viene dall’Iraq. Lui continua a tremare e a ripetere solamente “Jungle, Jungle, Jungle”, il campo profughi da dove probabilmente è partito la sera precedente o qualche giorno prima e dove vuole tornare per chiedere aiuto.

Yassin è un “gamers”, una delle oltre 20mila persone che dall’inizio dell’anno hanno attraversato la Bosnia. Provengono principalmente dall’Afghanistan, dal Pakistan e dal Kurdistan, sia iracheno che siriano. Hanno in comune il lungo percorso, viaggi di almeno due anni e tante frontiere passate. Da queste parti il “game”, il gioco, è attraversare il confine con la Croazia, da lì dirigersi verso la Slovenia per poi proseguire verso l’Italia e oltre.

Chi viene dal Pakistan vuole fermarsi a Milano a Roma o andare in Spagna, mentre chi viene dalla Siria o dall’Iraq ha quasi sempre come meta definitiva la Germania.

Arrivati alla Jungle con Yassin la Croce Rossa se ne fa carico, verrà portato in ospedale e curato. Ha  il morbo di Parkinson e soprattutto aveva un attacco di cuore in corso: “Ancora poche ore nel bosco e probabilmente sarebbe morto” dicono i dottori.

Foto di Valerio Nicolosi

“Qua sono tutti gamers, provano a passare il confine ma vengono picchiati e spediti indietro dalla polizia croata,  è come una lotteria, per questo viene chiamato the game”. Ci racconta Aaron, responsabile del campo per conto di Croce Rossa. Le persone che vivono nella Jungle sono circa 600 ma è un numero variabile di giorno in giorno perché sono continui gli arrivi quanto le partenze.

La Croazia si prepara a far parte dell’area Schengen e utilizza uno “zelo” al di fuori di ogni comprensione per far vedere di essere un Paese affidabile nella lotta contro l’immigrazione. Quello che mette in atto sono dei veri e propri respingimenti, illegali per le convenzioni internazionali.

Foto di Valerio Nicolosi

“Ho provato ad attraversare il confine 7 volte, ogni volta sono riuscito a camminare per qualche giorno, una volta addirittura fino in Slovenia, ma poi la polizia mi ha sempre preso, picchiato e riportato in Bosnia”.

Alì ha 36 anni, nel suo Paese era un maestro di scuola elementare ma lo stipendio non bastava per mantenere la moglie e i figli e così è partito. “Ho visto mio figlio nascere e sono partito poche settimane dopo. Mi manca, vorrei vederlo e toccarlo e non soltanto vederlo dallo schermo del mio smartphone. Lungo la strada mi sono arrangiato a fare qualsiasi lavoro per mandare i soldi a casa ma quando non hai i documenti sei ricattabile e quindi ti pagano pochissimo”.

Alì proverà per l’ottava volta non appena le ferite alle gambe saranno guarite e come lui i tanti che si trovano nel campo profughi che fino a pochi mesi fa era una discarica. “Hanno allestito in fretta e furia perché la pressione sulla città di Bihac era diventata eccessiva, così hanno messo su un campo a Vucjak, praticamente in mezzo al bosco, in un luogo totalmente isolato e in mezzo alle mine” ci racconta un operatore della Croce Rossa.

Foto di Valerio Nicolosi

Le mine sono indicate in un cartello grande al centro del campo dove  una mappa con le scritte in arabo indica in rosso le zone dove è vietato passare.

Proprio davanti al cartello con le indicazioni per le zone minate si svolge la vita del campo: un piccolo market improvvisato, un baracchino dove poter caricare i telefoni, le cisterne dell’acqua quasi sempre vuote e accanto un grande fuoco continuo dove bruciare i rifiuti.

Nel caos le persone hanno provato ad organizzarsi nonostante questa sia una comunità perennemente in viaggio, in movimento.

Foto di Valerio Nicolosi

Ci sono ragazzi che friggono il pane, quelli che preparano il pollo in pentola e quelli che con una sedia e uno specchio hanno improvvisato un barbiere. “Sono i mestieri che facevamo prima di partire e ne approfittiamo per tirare su qualche soldo lungo il cammino”. Mohammed Jim è pakistano ma ha vissuto 13 anni in Germania dove ha fatto sia il barbiere che il cuoco. “Ho anche un canale youtube dove ci sono i miei piatti di quando ero in Germania. Quando mia mamma si è ammalata sono tornato in Pakistan, volevo stare con lei fino alla fine. Dopo la sua morte ho richiesto i documenti per la Germania: me li hanno negati e così sto provando il “game”, di nuovo”.

Foto di Valerio Nicolosi

Jim è una sorta di star del campo, tutti sono in fila per farsi fare i capelli tanto che per riuscire a parlarci con calma bisogna aspettare un’intera mattinata. “Io parlo tedesco perfettamente, molto meglio dell’inglese, ho un lavoro come cuoco che mi aspetta e tanti amici. Farò ancora un po’ di soldi qui al campo e poi proverò ad arrivare in Italia con un taxi e da li andrò in Germania”.

I taxi sono un’alternativa per chi può permettersi di pagare circa 3mila euro. “Ti aspettano subito dopo il confine, già in territorio croato, e poi ti portano in macchina fino al confine con Trieste. A quel punto ti restano solo pochi chilometri da fare a piedi”.

Foto di Valerio Nicolosi

La fila per farsi tagliare i capelli si svuota improvvisamente, tutti corrono verso “la piazza” del campo perché è arrivata l’autocisterna per riempire le cisterne d’acqua.

Il piazzale diventa una grande doccia collettiva, tutti approfittano del rifornimento, qualcuno lo fa direttamente dai rubinetti  posteriori del tir. “Tra pochi minuti sarà finita perché non basta per tutti, quindi tutti veniamo a lavarci appena arriva. Hai capito perché si chiama Jungle questo posto?”.

Foto di Valerio Nicolosi

L’alternativa da queste parti si chiama Bira, ovvero un’ex fabbrica nella periferia di Bihac dove c’è un centro d’accoglienza della Comunità Europea dove vengono accolte solamente famiglie, minori non accompagnati e donne sole.

“Ho il permesso per stare nel centro d’accoglienza ma è pieno, quindi mi hanno detto di dormire fuori, non si sa dove”. Khalid ha 17 anni viene dall’Afghanistan, ha attraversato Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia ed infine è arrivato in Bosnia.

“Nessuno mai mi ha trattato come la Bosnia e la Croazia. Qua non ti danno nessun tipo di supporto mentre in Croazia mi hanno picchiato, spogliato, rotto il telefono e mi hanno lasciato tra i boschi facendomi tornare a piedi fino a qua”. L’inverno nei Balcani è dietro le porte e la foresta rischia di fare più vittime della polizia croata.

Foto di Valerio Nicolosi

A causa del sovraffollamento non tutte le famiglie vengono accolte, come per esempio quella di Mustafà, curdo iracheno che viaggia insieme ad altri 18 componenti della sua famiglia, tra cui 7 bambini.

“Noi in Iraq stavamo bene, io facevo il tassista e ho lavorato tanto con gli internazionali. Tutta la mia famiglia era benestante ma siamo dovuti andare via quando hanno provato ad uccidere mio padre, era un tutti contro tutti, non c’erano più regole e abbiamo deciso di andare via tutti insieme”.

Viaggiare in 19 è difficile per tutto: cibo, acqua, spostamenti con i tanti bagagli, attraversamento illegale delle frontiere però ti fa sentire meno solo, hai accanto a te il motivo per cui lo stai facendo: gli 8 bambini della famiglia che viaggiano insieme ai rispettivi genitori, zii e nonni

Foto di Valerio Nicolosi

“Per arrivare nell’isola di Lesbo siamo stati 4 ore e mezza dentro un barca, ho pensato di morire ad ogni istante, ero convinto che non saremmo mai arrivati vivi. Imbarcavamo acqua”. Il loro viaggio dura da 4 anni con tanti stop forzati. Per andare via dall’isola di Lesbo ci hanno messo quasi due anni, ad un certo punto sono riusciti ad arrivare ad Atene chiusi dentro un tir.

Una volta arrivati la polizia li voleva rimandare indietro ed arrestarli ma sono riusciti ad arrivare in Albania e da li passare il confine. “Abbiamo fatto tutto a piedi, i bambini sono piccoli e spesso li portiamo sulle nostre spalle. Ogni chilometro percorso da noi equivale a 5 chilometri percorsi da una persona che viaggia sola”.

L’Albania, il Kosovo e la Serbia per i migranti sono paesi che danno pochi problemi, vengono attraversati in poco tempo e nessuno prova a bloccarti. Anche in Bosnia non è difficile entrare ma il problema è uscire: “La polizia croata ci ha fermato e ci ha picchiato, eravamo quasi a Zagabria quando hanno rotto tutti i nostri telefoni, hanno preso a manganellate gli adulti e a calci i bambini. Non ho mai visto nulla del genere”.

Foto di Valerio Nicolosi

A Mustafà e alla sua famiglia sono stati risparmiati i vestiti ma non i telefoni, solo uno si è salvato perché era nascosto. Una volta arrivati a Bira, gli è stato detto che loro hanno diritto al posto nel centro d’accoglienza ma che non c’è spazio, hanno quindi deciso di ripartire subito, con tutti i bagagli. “Entro stasera arriveremo in cima alle montagne e domani mattina presto attraverseremo il confine, da la ricomincia il “game”.

Mustafà segue delle mappe di Google dove sono indicati dei punti, uno di questo è il rifugio montano costruito prima della guerra o ormai abbandonato a se stesso e alla mine che lo circondano. Oltre a loro ci sono altre famiglie, una di queste è siriana ed ha un bambino di pochi mesi.

Foto di Valerio Nicolosi

Appena cala il buio i bambini mangiano e subito crollano dal sonno, mentre gli adulti si regalano un momento di realx attorno al fuoco. “Preferisco stare qui per 15 anni, dormire per strada o dove capita invece che rischiare che qualcuno possa uccidere mio padre o mia madre. Sono stanco, è vero, ma non fisicamente, voglio solo serenità per me e tutta la mia famiglia. Appena arriveremo in Germania sono sicuro che la troveremo”. Chiosa Mustafà.

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