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Fame di informazione

Apr 12 2020

di Marlene SimoniniOTHERNEWS

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Come cibo che sfama. Come pane che sostenta.

Così chiunque è affamato di molte cose, il sapere è una di queste.

Quale esigenza primaria, istintiva, è quella di avere un’opinione. Che sia giusta o sbagliata, affidabile o no, piccola o grande.

Non esiste uomo capace di dire “io non ho alcuna opinione”. Meglio, allora, averle illuminate, queste opinioni, ecco allora perché è essenziale poter garantire un’informazione libera.

Vi è una Dichiarazione che la protegge, l’informazione – tra le varie altre cose.

È stata creata nel secolo in cui i mass media hanno preso il sopravvento sul veicolare le parole.

1948: viene proclamata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, pubblicata nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione Internazionale e poi tradotta in quanti più idiomi possibili.

L’articolo 19 si preoccupa della fame d’informazione di cui parlavamo un secondo fa:

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

È pura luce, questo articolo.

Certo, alle volte verrebbe da pensare che sarebbe bello se questa dichiarazione, e questo articolo di conseguenza, non esistesse per niente.

Perché potremmo ammettere di non averne bisogno, di essere coscienziosi abbastanza da capire che sì, ogni individuo può e deve informarsi e non deve essere perseguito ingiustamente per questo (altra faccenda, è bene ricordarlo, sono le fake news, non giustificabili o onorevoli).

Fortunatamente, questo articolo esiste e deve esistere per il bene di coloro che nella vita scelgono questa vocazione: veicolare informazioni.

Tra le tante personalità che si potrebbero citare, ci soffermiamo sull’australiano Julian Assange, giornalista, programmatore, attivista e soprattutto fondatore di Wikileaks.

Il termine Wikileaks è il risultato di “wiki”, nome con cui si indicano solitamente siti di carattere enciclopedico, che possono essere arricchiti ed integrati dagli utenti, e “leak”, ovvero “fuoriuscita”.

L’organizzazione venne fondata nel 2006 e nel 2010 il suo nome acquista una fama ed un clamore consolidato nel tempo.

Dieci anni fa Wikileaks passa alla storia: diffonde il video di un attacco di un elicottero statunitense a Baghdad, che provoca la morte di 12 civili. Nome della missione “Collateral Murder”, a seguire furono pubblicati 400 mila documenti riservati sulla guerra in Iraq.

La fonte, la militare Manning, tradita da un hacker amico, viene arrestata, Assange invece è inseguito da un mandato di cattura internazionale.

Questo accadde 10 anni fa.

Ed intanto?

Intanto Wikileaks ha continuato a scuotere l’informazione nell’era digitale, pubblicando più di 10 milioni di documenti top secret, aprendo varchi in scandali politici ed offrendoli come pane al pubblico del mondo, imbarazzando superpotenze, magnati, consigli di amministrazione e grandi colossi finanziari.

Julian Assange invece, ha vissuto l’ultimo decennio perlopiù in isolamento, dimenandosi tra il ruolo di benefattore dell’informazione e quello di traditore delle istituzioni.

Varie vicissitudini sono succedute nella sua esistenza: accuse di stupro, poi cadute, dalla Svezia, l’arresto a Londra e la fuga nell’ambasciata ecuadoriana (durante la libertà su cauzione), che prima gli concede asilo e poi lo ritira. Da lì la mano britannica che lo afferra, posandolo nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

Contemporaneamente, la minaccia americana allunga la sua ombra, puntando sulla sua estradizione e covando vendetta per i documenti a stelle e strisce resi pubblici in più occasioni.

Innumerevoli le richieste di rilascio, l’ultima per evitare il contagio da Corona Virus nel carcere inglese, viste le precarie condizioni fisiche di Assange. Richiesta negata, ovviamente.

Le opinioni su Wikileaks sono molte.

Se inizialmente la diffusione di dati ed informazioni aveva entusiasmato buona parte dell’opinione pubblica e della stampa, dopo il Collateral Murder molti sono stati gli attacchi critici a Wikileaks e ad Assange: diverse ONG, tra cui Amnesty International e Reporter Senza Frontiere si sono dimostrati d’accordo nel recriminare l’assenza di censura dei nomi di civili presenti nei documenti, potenzialmente in pericolo.

Allo stesso tempo, anche le opinioni su Assange sono molte e contrastanti tra loro: eroe e difensore della libertà di stampa per alcuni, irresponsabile o stratega politico per altri.

Eppure una cosa deve essere chiara: se ognuno di noi è libero di pensare quello che vuole, lo si deve proprio a questo: all’informazione libera, a chi si preoccupa di devolverla al pubblico e a chi ne fa da garante.

Ce lo garantisce la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, paradossalmente, ce lo garantisce Julian Assange stesso.

Siamo vivi, siamo affamati, afferriamo la parola, mettiamola sulla nostra tavola, diventiamo satolli di notizie e grassi di opinioni.

È un nostro diritto, ma anche un nostro dovere.

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