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The Sunday Breakfast – 40 – panoramica sui fatti globali della settimana

Lug 19 2020

a cura di Cecilia Capanna

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13-19 luglio 2020 – di Gianfranco Maselli

Questa settimana la rivoluzione francese compie 231 anni. Si è trattato di un fenomeno complesso di cui gli storici hanno dato interpretazioni diverse e contrastanti fra loro. Lo stesso è accaduto per alcuni eventi che, dal passato, sono riaffiorati nella rassegna stampa di questa settimana.

Alcune volte non ci rimane che attendere che il tempo porti a galla la storia nel più puro e migliore dei modi possibili.

SREBRENICA

Per qualcuno vederla riaffiorare, in superficie, potrebbe rivelarsi un colpo duro difficile da accettare. Altre volte, invece, potremmo non essere capaci di notare che, oltre la superfice, qualche dettaglio è rimasto adagiato sul fondo.

Il genocidio di Srebrenica e la denuncia del suo mancato riconoscimento da parte di forze politiche e personaggi pubblici di spicco della Bosnia Erzegovina ci ricorda che riportare a galla la verità e proteggerla dai negazionisti è una lotta che non conosce pace.

Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, lancia su Twitter un appello tutt’altro che banale. Quando parliamo di genocidi, uno degli atti più efferati di cui l’essere umano può macchiarsi, l’imperativo dev’essere proteggere la verità dai negazionisti e servire la giustizia delle vittime.

BASOVIZZZA

Non è possibile cancellare la storia né impedire per troppo tempo che risalga in superficie. La sofferenza che viene a farci visita quando la vediamo venire a galla non potrà mai essere una dolce compagna ma può diventare un patrimonio comune che, nel dolore, può aiutarci a non ripetere le atrocità dei genocidi commessi in Bosnia come in Etiopia, in Somalia, in Libia e a Basovizza.

È qui che Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor si sono incontrati pochi giorni fa, tenendosi per mano a Trieste davanti alla foiba dove i partigiani jugoslavi scaraventarono nel 1945 duemila nostri connazionali.

Quello che ne risulta è un’immagine potente, un gesto storico che lenisce le ferite di una terra di confine martoriata da divisioni mai sopite e violenze continue le cui declinazioni, tuttavia, sembrano rimaste parzialmente adagiate sul fondo della storia.

MEMORIA MONCA

La drammatica morte dei nostri connazionali non può assolverci dalle nostre colpe. La visita del nostro presidente deve essere un’occasione per ricordare pienamente. Accanto al dramma delle foibe perpetuato da Tito fra 1943 e il 1947, ci sembra doveroso ricordare anche le responsabilità italiane in quella ingiustificabile carneficina che, sotto la guida di Mussolini, ha lacerato la stessa terra qualche anno prima.

È giusto che il tempo riporti a galla anche i campi di internamento tricolore di Rab, di Gonars, di Monigo e Renicci, le devastazioni, i saccheggi e gli incendi di matrice italiana. Di fronte alle centinaia di vittime sia Jugoslave che Italiane non c’è memoria monca che sia ammissibile.

NAGORNO-KARABAKH

Un’altra terra di confine, un altro scontro drammatico. Quando il tempo non lenisce le vecchie ferite queste tornano a bruciare in modo ciclico, senza che nulla possa sanarle.

È il caso della cicatrice che accomuna Armenia e Azerbaijan in una lotta che, dal 1991, continua a consumarsi atrocemente attorno alla questione dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh, generando una spirale di violenza, tumulti, rifugiati e sfollati. Ce ne parla il nostro Guglielmo Rezza.

SOPHIA

In Turchia pare che il tempo faccia l’effetto opposto. Quelle tracce antiche, impresse nella memoria di un popolo e rappresentanti valori e simboli storici ed universali sembrano volare via, come la sabbia nel deserto percorsa da una folata di vento caldo.

Sembra essere questo il destino della Basilica di Santa Sophia di Istambul, recentemente convertita in moschea da un decreto del Presidente Turco Erdogan.

Dietro lo snaturamento del maestoso edificio fondato 1500 anni fa, considerato il principale esempio di architettura cristiana bizantina nel mondo e un potente simbolo di congiunzione e dialogo fra Europa e Asia, non vi sarebbe soltanto una scelta religiosa ma anche politica. La concessione di Erdogan potrebbe essere una nuova breccia nell’essenza dello Stato Turco, l’ennesima mattonella di un sentiero che condurrebbe sulla via del ritorno al Sultanato Religioso. Ai posteri l’ardua sentenza.

AVVENTURISMO ESTERO

Sempre in Turchia, intanto, le strategie nel territorio libico continuano a grondare del discutibile avventurismo estero del presidente Erdogan e di Mevlut Cavusoglu, il Ministro degli Esteri Turco che ha affermato come la città costiera di Sirte e la base aerea di Al-Jufra devono essere consegnate al Governo di accordo nazionale (GNA) prima di accettare il cessate il fuoco.

Respinta ogni prospettiva di una pausa, il GNA sembra essere destinato ad avanzare e assumere definitivamente il controllo della “mezzaluna” libica, un passo alla volta.

CADUTA LIBERA MESSICANA

Sembra ancora che le cose scorrano al contrario. Ai nostri lettori più attenti potrebbe sembrare una frase già scritta nella nostra rassegna settimanale ed effettivamente lo è. È impossibile, tuttavia, commentare diversamente l’uscita del Messico dalla classifica dei primi 25 paesi per investimenti stranieri, per la seconda volta in oltre 20 anni.

Per la seconda economia più grande dell’America Latina è certamente una botta durissima, riconducibile all’atteggiamento del presidente messicano e alle sue ultime discutibili decisioni politiche.

Dopo aver “marinato” incontri strategicamente importanti come il vertice del G20, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il vertice delle Nazioni Unite per il clima, Andres Manuel Lopez Obrador ha intrapreso una serie di scelte poco ponderate, fra queste l’annullamento del progetto per l’aeroporto di Città del Messico da 15 miliardi di dollari e l’arresto della costruzione di un birrificio a 1,4 miliardi di dollari nella Bassa California. Un’intricata e complessa matassa di problemi avvolge anche la Pemex, la compagnia petrolifera statale impantanata nel declassamento delle sue obbligazioni, e la politica delle energie rinnovabili che ha subito un stop doloroso, dopo il blocco di un finanziamento dedicato che ammontava a ben 7 miliardi di dollari.

SORPRESA IRANIANA

È di appena ventiquattr’ore fa la spiazzante dichiarazione del presidente Iraniano Hassan Rohani circa il numero dei casi di Covid-19 nel paese: questo potrebbe essere di molto superiore a quei 269.000 indicati statistiche ufficiali. La stima del ministero della Salute Iraniano parla addirittura di ben 25 milioni di possibili contagi. Analizziamo la situazione assieme al nostro Guglielmo Rezza.

I FRUTTI DEL NEGAZIONISMO

Concludiamo la nostra rassegna settimanale con un panel sul Brasile, il primo frutto di una collaborazione fra Othernews e The Analysis.com, una realtà che condivide con noi una missione importante: cercare di portare avanti un giornalismo indipendente, approfondito e senza compromessi. Questa settimana, attraverso un podcast condotto Paul Jay e Lorena Barberia, cerchiamo di fare un punto sull’attuale situazione in cui versa il Brasile, un paese dove il cieco negazionismo del Covid-19 di Jair Bolsonaro sembra aver condannato il paese ad un aumento esponenziale dei focolai e ad una crisi che permea la politica, i cittadini, l’Amazzonia e le comunità indigene. per ascoltare il podcast clicca qui

Ci fermiamo qui, grazie per l’attenzione, buona domenica, alla prossima settimana!

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