Guerre e Armamenti

USA-Iran: la situazione è seria, ma sotto controllo

di Guglielmo RezzaOTHERNEWS

Proteste anti-USA in Iran

Qassim Soleimani è stato ucciso da un attacco areo statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Generale del Corpo delle guardie della Rivoluzione Islamica e capo delle Forze Quds -unità speciale incaricata di condurre operazioni al di fuori del territorio iraniano- dal 1998, Soleimani era un instancabile veterano di enorme esperienza, che aveva svolto un ruolo molto importante assieme alle milizie sciite nelle recenti campagne in Siria e Iraq contro l’Isis e che vantava saldi legami con Hezbollah. Non è la prima volta che l’Iran perde alti graduati all’estero: già nel 2015 Mohammad-Ali Allahdadi, generale della Guardia Rivoluzionaria Islamica e anche lui membro delle Forze Quds, era rimasto ucciso in un bombardamento israeliano mentre viaggiava con un convoglio di Hezbollah in Siria. Allora la vicenda si era conclusa in uno scambio di accuse e di qualche razzo lanciato da Hezbollah verso il Golan. Tuttavia, Soleimani era più di un semplice generale e rappresentava un vero e proprio eroe per l’Iran: la sua perdita è un duro colpo per Teheran, che in un momento di debolezza come quello corrente si è vista privata di uno dei suoi generali e uomini nell’ombra migliori. L’avvenimento ha generato un certo parossismo tra la stampa internazionale e la parola “guerra” è comparsa più del dovuto, presentata come un rischio reale da attribuirsi a una possibile reazione iraniana. Ma è veramente così?

Spesso si tende ad attribuire a quegli attori politici che vogliamo demonizzare una certa mancanza di razionalità: nel corso delle fasi più calde del confronto tra Corea del Nord e Stati Uniti, ad esempio, Kim Jong-un era stato dipinto più volte come pronto a scatenare un olocausto nucleare sull’Occidente. Così, anche nel caso iraniano, si presuppone che l’Iran possa effettivamente desiderare un confronto più o meno aperto con gli Stati Uniti e con i suoi alleati. In realtà il Paese ha più volte dimostrato una certa consapevolezza rispetto alle proprie possibilità, anche nelle sue azioni più audaci, evitando di porsi in contrapposizione diretta con gli Stati Uniti. Anche nel confronto con le potenze regionali storicamente legate agli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, l’Iran si è sempre avvalso di milizie e gruppi alleati, quali ad esempio Hezbollah e Houti, utilizzandoli per alzare il livello dello scontro e provocare gli avversari pur mantenendo una certa deniability. L’Iran è assolutamente consapevole dei propri limiti e gli Stati Uniti lo sanno bene: di fronte a un divario di forza simile le probabilità di escalation sono estremamente limitate e i venti di guerra sono ben più lontani di quanto non si voglia ammettere. Le risposte che l’Iran potrebbe dare sono fondamentalmente di due tipi: in primo luogo quella diplomatica, impiegando quanto accaduto per ricontrattare le condizioni del JPCOA o al limite cercando di porsi come parte aggredita per sottrarsi all’isolamento internazionale di cui il Paese soffre. Il secondo tipo di risposta potrebbe declinarsi in un incremento della tensione tramite l’impiego della tattiche di guerra ibrida cui si è prima accennato, anche se tali provocazioni potrebbero più probabilmente colpire gli alleati regionali degli Stati Uniti che gli Stati Uniti stessi, le cui possibili reazioni sono ben più temute dalle gerarchie iraniane.

Se le reazioni dell’attore Iran possono essere considerate tutto sommato prevedibili e circoscritte, lo stesso non può dirsi delle ragioni dell’attacco, su cui si stanno avanzando molte più teorie e ipotesi . Di certo l’assalto all’ambasciata statunitense in Iraq ha portato alla memoria di Washington ricordi ben poco piacevoli , da cui la decisione di non lasciare il gesto impunito. Oltre a Soleimani viaggiava infatti sull’auto colpita dal drone anche Abu Mahdi al-Muhandis, leader iracheno di Hashd al-Shaabi e considerato tra i diretti responsabili dell’attacco all’ambasciata: la sua eliminazione rappresenta un messaggio intimidatorio sin troppo chiaro. È tuttavia facile intravedere, sia dietro l’assalto stesso all’ambasciata che alla mobilitazione delle milizie sciite nella repressione della recente ondata di proteste, la mano lunga del generale delle Forze Quds ed è pertanto possibile che Washington abbia voluto cogliere l’occasione per eliminare un nemico di lunga data. Soleimani, quale responsabile della black ops iraniane negli stati vicini, era infatti la personificazione di quella Mezzaluna sciita tanto invisa agli Stati Uniti, che partendo dall’Iran e passando attraverso Iraq e in Siria -governi che hanno contato sull’appoggio iraniano e delle milizie sciite per la liberazione dei Paesi dall’Isis- giunge fino al Mar Mediterraneo attraverso lo sbocco del Libano -dove Hezbollah è più vitale che mai-. L’eliminazione di Soleimani è un brutto, ma non fatale, colpo per la proiezione iraniana all’estero e per il regime di Teheran in un momento di debolezza interna. Al di là di tutte le considerazioni strategiche non è però da escludere che la manovra possa semplicemente rispondere alla più classica delle esigenze di politica interna, ossia la catalizzazione dell’attenzione dell’elettorato americano verso gli avvenimenti in Iran, nella speranza di Trump di capitalizzare l’eliminazione fisica di un nemico e la conseguente escalation di tensione per attirare su di sé il voto patriota dei molti che continuano a identificare l’Iran con quell’Asse del Male descritto da Bush. Tale teoria potrebbe esser anche confermata dalle dichiarazioni del Pentagono, che ha esplicitamente attribuito l’ordine di effettuare l’attacco al Presidente, chiarendo dunque la responsabilità o il merito -a seconda del punto di vista- dell’attacco. In via definitiva, la situazione è sicuramente seria e avrà degli strascichi e conseguenze: non è escluso un aumento della tensione, ma questa rimarrà probabilmente sotto controllo. Il confronto in corso è portato avanti da attori razionali, e nessuno vuole una escalation eccessiva.

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