Diritti Umani, Giustizia Sociale, Sostenibilità, Tecnologia e Robotica

PIACENZA – LAVORO “AMAZON STYLE”

Nov 15 2019

di Ilaria de Bonis pubbliacto su Jesus, periodici San Paolo

Turni massacranti e flessibilità selvaggia: visto con gli occhi dei lavoratori il Polo logistico più grande del Nord Italia è un girone infernale. Qui, aziende come Ikea, Moncler, Adidas e – naturalmente – Amazon, stoccano le merci per l’e-commerce. Le stesse che con un semplice clic arrivano ai clienti.

Al Guinness planet di Castel San Giovanni si mangiano ottimi rigatoni al ragù conditi con birra irlandese alla spina. Ma anche mexican squid e buffalo burger. La costruzione è graziosa: una casetta gialla dagli arredi in legno. Una rarità da queste parti. Ci si fermano i camionisti a pranzo o a cena per trovare un po’ di calore nel bel mezzo dell’autostrada Torino-Piacenza, tra la A21 e la A1. Siamo a ridosso del polo logistico più grande del Nord Italia: 400mila metri quadri di capannoni prefabbricati e magazzini dai quali entrano ed escono ogni ora merci perfettamente imballate destinate alle nostre case. Lo chiamano anche parco, ma di verde c’è ben poco. Se non l’estesa Pianura padana che circonda la via Emilia. Dall’Ikea alla Amazon, dalla Moncler alla Adidas alla Leroy Marlin, le aziende, con i loro magazzini di stoccaggio   sono arrivate tra Piacenza e Castel San Giovanni una dietro l’altra negli ultimi 20 anni, grazie al boom del commercio on-line. L’apripista naturalmente è Amazon. Il paesaggio è un non luogo ordinato, dove tutto avviene all’interno di gigantesche ‘scatole’ in acciaio che impiegano tra le 4 e le 6mila persone. I lavoratori entrano in questi “bunker” ad inizio turno e ne escono solo dopo otto ore. Come in fabbrica. I più fortunati all’interno trovano aria condizionata, mensa e qualche optional. Gli altri stringono i denti e si abituano al caldo, al freddo e al mal di schiena. «Spesso lavoriamo anche dieci o dodici ore al giorno, dipende dal picco», spiega Kone Inza, magazziniere che da 15 anni serve indirettamente la Adidas, prima tramite cooperativa e adesso attraverso l’azienda De Falco.

«Abbiamo orari molto pesanti – dice Kone che è un ingegnere informatico originario della Costa d’Avorio e rappresentante sindacale Cisl – Adidas non può permettersi di perdere l’affidabilità e gli ordini devono essere lavorati nei tempi richiesti. C’è da dire che rispetto al passato la situazione è molto migliorata qui. Per dieci anni, prima che entrasse il sindacato, non ci hanno pagato né ferie né malattia». La flessibilità richiesta ai lavoratori è estrema: quando c’è urgenza si lavora il doppio, quando il flusso cala, calano pure le ore.

«Se entro alle 7 del mattino ed esco alle 19, cos’altro posso fare della mia giornata? – si domanda ancora Inza – Chi lavora nella logistica non fa una vita sana. Per arrivare fin qui da Piacenza non ci sono bus o navette: si va per 20 o 30 km a piedi o in bici». Capita che intere famiglie lavorino all’interno del polo logistico senza incontrarsi mai, se non tra un turno e l’altro. Kone ha ben presente le distorsioni del sistema. Ha combattuto per ottenere condizioni di vita migliori e in parte c’è anche riuscito. Ma il sistema resta spietato.  

«All’inizio la cooperativa appaltatrice ti assumeva con un contratto a chiamata. Quando non c’era lavoro rimanevi a casa e non ti pagavano», ricorda. Una sorta di cottimo, come quello dei braccianti agricoli.

«Adesso per fortuna il lavoro a chiamata non esiste quasi più nell’area di Piacenza, però le aziende riescono a bypassare le 168 ore obbligatorie, stipulando contratti part time di 4 ore al giorno per far fronte al momento del picco», dice. La flessibilità è talmente spinta da essere disumana. Sotto Natale gli utenti triplicano i loro clic, acquistano tutto on-line, facendo schizzare gli ordini verso l’alto. Il sistema logistico va quasi in tilt e le aziende chiedono ai dipendenti di fare gli straordinari. Ad inizio anno scolastico la Amazon serra le fila: c’è il picco libri. I magazzini entrano in fibrillazione: la catena di montaggio sembra un grande flipper impazzito con i runner che corrono da una postazione all’altra.

«In Amazon non c’è tempo per riposarsi – racconta Qays, ragazzo somalo di 31 anni, in azienda da giugno scorso – Ci sono sempre articoli pronti che ti aspettano e loro sanno chi li scansiona. In realtà vogliono che ne impacchetti in media 120 all’ora. Ogni giorno ti dicono se sei sopra o sotto la media. Ma la cosa peggiore è che non sai mai se sei stato bravo e se ti rinnoveranno il contratto. Quello che mi pesa di più è la corsa contro il tempo».  

In effetti l’e-commerce è una specie di febbre, come ci spiega Barbara Murelli, 48 anni, rappresentante sindacale e carrellista all’Ikea da 15 anni. «C’è gente che ordina in internet perfino il dentifricio!», dice. Ma ogni clic virtuale scatena un processo tumultuoso a monte e obbliga ‘gli operai’ ad accelerare.

«Il nostro clic dovrebbe essere più consapevole- avverte ancora Barbara -: basterebbe pensare che qualsiasi cosa compriamo viene movimentata, stoccata e spedita per arrivare a domicilio in tempi brevissimi». Acquistare on-line costa meno perché «l’e-commerce consente di abbattere i costi. Così le aziende possono tenere i prezzi molto più bassi rispetto alla vendita diretta, ma a rimetterci è sempre il lavoratore», spiega ancora Barbara. In una logica di capitalismo spinto, affinchè noi possiamo ricevere il nostro paio di jeans direttamente a casa, e ad un prezzo più basso che in negozio, il costo del lavoro viene compresso. La logistica apre scenari futuri non ancora del tutto esplorati. 

Un fenomeno in espansione è il ‘dumping contrattuale’: sono sempre di più le Cooperative che assumono lavoratori a condizioni svantaggiate. Accade anche nell’Ikea. «Noi assunti direttamente dall’Ikea abbiamo una serie di diritti che i ragazzi della cooperativa non hanno. Ad esempio la malattia pagata. Io oggi guadagno 1300 euro, loro di meno. Facciamo lo stesso identico lavoro, siamo entrambi carrellisti: io movimento pallet e loro pure. Io impacchetto prodotti dell’Ikea e anche loro. Perché dobbiamo avere un trattamento contrattuale diverso?», si chiede ancora Barbara Murelli.

Sorto tra la ferrovia, l’autostrada e il fiume Po, il polo logistico è uno snodo fondamentale per le merci che raggiungono il resto d’Europa.

Non a caso l’americano Jeff Bezos ha scelto proprio l’aperta campagna a un’ora da Milano per impiantare il business di Amazon in Italia, circa 20 anni fa.

«Io ero lì e l’ho visto nascere – racconta don Paolo Cignatta, ex parroco di Castel San Giovanni -: c’era solo campagna nello spazio occupato adesso dai capannoni industriali che crescono velocissimamente. Ero prete della chiesetta dove si è installato il primo magazzino». Don Paolo, originario di Bobbio, tra i borghi più belli d’Italia, ricorda che Castel san Giovanni ospitava (e in parte ancora ospita) diverse industrie e raccorderie pesanti dove si costruivano pezzi per oleodotti e tubi industriali.

«Poi c’era il lavoro dei campi, in pianura padana, appena fuori Castello. Questo non era un luogo dove la disoccupazione era sentita come un problema emergente. Ma si è pensato che con Amazon, e poi con tutta la logistica, potessero aumentare le opportunità di sviluppo». E in effetti così è stato. Ma a che prezzo? «La cosa più negativa non è tanto la condizione del lavoro quanto la sua precarietà: alla risorsa umana in sé non fa bene essere tanto flessibile – dice don Paolo – Tutto si complica quando le persone non sono più al centro degli interessi della comunità ma finiscono ai margini. C’è un ribaltamento di priorità. La seconda sollecitazione della Gaudium et Spes dice: “L’ordine delle cose deve esser subordinato all’ordine delle persone e non viceversa”. Ma vedo che nel corso del tempo quest’ordine si è completamente invertito».

Il boom della logistica ha trasformato la diocesi di Piacenza-Bobbio. Questo necessariamente ha coinvolto anche i parroci della zona, interrogandoli sul futuro. Non tutti hanno compreso i segni dei tempi però, e non tutti hanno colto l’opportunità di indagare un nuovo clima sociale. Don Paolo questa attenzione ce l’ha e la dimostra. «Da noi la parrocchia è cambiata molto – ricorda -: c’è stata un’esplosione di richieste per il doposcuola, ad esempio. I genitori che lavoravano nell’ambito logistico non potevano tenere i loro bimbi e la parrocchia e l’oratorio sono stati una risposta a questi bisogni, soprattutto dei cittadini stranieri. La comunità cristiana con molta serenità si è dovuta confrontare con altre culture e religioni». Nel frattempo anche l’utenza del Centro di ascolto della Caritas cambiava: Dina Rigolli che lavora alla Caritas di Piacenza, racconta con entusiasmo dell’incontro con alcuni lavoratori del polo logistico e della nascita di un progetto per l’assistenza alloggiativa.

Massimo Magnaschi, responsabile della Pastorale del lavoro di Caritas e sociologo, spiega che «nel corso degli anni Caritas ha aperto nuovi servizi, stando vicino alle persone sul tema del lavoro e dell’abitazione: ‘Case tra le case’ conta 25 appartamenti in rotazione per ripotare le famiglie ad un’autonomia abitativa. Sono dei progetti pilota. Se una famiglia non è lasciata da sola ma accompagnata e aiutata nel risolvere il problema della casa e per la ricerca del lavoro, può risollevarsi».

Qays, somalo, è uno dei ragazzi che hanno usufruito di queste abitazioni e infatti lo incontriamo proprio dentro il centro d’ascolto, prima che prenda la sua bici per raggiungere Castel San Giovanni e iniziare il suo turno di lavoro.

«Con l’aiuto della Caritas ho trovato una casa e pago un affitto. Prima ho abitato in un appartamento che fa parte degli alloggi messi a disposizione per un certo periodo – racconta – Io in Amazon faccio il turno dalle 15 alle 23.30, la mia vita si è molto ‘accorciata’, ho poco tempo per me. Alla Amazon ci danno 30 minuti di pausa ogni 8 ore. Non c’è nessuno che ti dica “fai così e così”. Ma quello che fai conta, perché loro guardano il risultato finale». Per lui e per altri ragazzi disoccupati Amazon in realtà è stata un’ancora di salvezza. «Ma avere un lavoro – spiega Dina – non significa potere affrontare tutte le spese, soprattutto quando questo lavoro è tanto precario».

«Mi pagano bene e per il momento mi serve, ma non è l’ideale per me- dice ancora Qays, abbassando lo sguardo timido, quasi temesse di dire una cosa inopportuna – e non voglio farlo troppo a lungo. Se potessi scegliere mi piacerebbe fare il meccanico! Io ho finito le superiori in Somalia, sono partito dal mio Paese nel 2011 ed è stata dura: ho attraversato l’Uganda, il Sud Sudan, il Sudan, la Libia e infine sono arrivato in Italia. I miei colleghi in Amazon sono sia italiani che stranieri. Quando usciamo o siamo in pausa mi sembra di stare in aeroporto…».

Ci avviciniamo ai tornelli della Amazon un lunedì mattina di settembre: l’area è videosorvegliata ed è vietato oltrepassare i cancelli ma si può entrare come ‘visitatori’ esterni. L’azienda quasi ogni giorno organizza dei mini tour guidati per i curiosi che vogliono sbirciare dentro la ‘grande scatola’.

«In occasione delle visite in alcune aree rallentano la velocità e in altre ci si può addirittura sedere. Ma noi normalmente lavoriamo tutti in piedi. Chi entra pensa: ‘che bello! C’è un’aria allegra qui’. Di solito l’attenzione viene spostata sulla macchina semiautomatizzata di Amazon».

A raccontarci il mondo dell’azienda dall’interno è Gianpaolo Meloni, 37 anni, magazziniere Amazon e rappresentante sindacale della Cisl. La sua storia personale è interessante perché lui era un impiegato molto promettente e piaceva ai team leader. Ma ad un certo punto ha rifiutato il gioco al massacro.

«Nel capannone ci sono due grosse zone: una di inbound, dove la merce viene stoccata, e l’altra di outbound, da dove esce. Questa è l’area più ‘stressata’: da qui tutto parte in modo sempre più veloce, perché l’azienda si sta allineando alle tempistiche internazionali».   Lo slogan aziendale “work hard, have fun e make history” dice tutto. Lavora sodo, divertiti e fai la Storia. «In teoria non c’è nessuno dietro che ti rompe le scatole – dice Gianpaolo – Ma a fine giornata calcolano la tua media: esiste una postazione dove si ‘movimentano’ 58 pacchi al minuto. Ossia circa 24mila pacchi al giorno, che anche se sono leggeri fanno male alle braccia. Ci sono ragazzi di 20 anni con la schiena a pezzi e il morbo di de Quervain ai tendini». Ma non viene riconosciuta, questa, come malattia del lavoro qui dentro.

«All’inizio ci stavo davvero bene qui – ricorda Gianpaolo –  finchè non mi sono reso conto che c’era qualcosa di strano. Avevo fatto l’animatore turistico da ragazzino: ero il lavoratore ideale per loro. Presto sono diventato temporary leader ed ero responsabile di alcuni dipendenti ma il mio stipendio non era aumentato. In sostanza li dovevo spronare e motivare. Ad un certo punto l’azienda cambia marcia e mi dice: “devi spingere di più, alziamo la produttività”. E io ho detto di no. Quando decidi di non fare più quello che ti chiede il sistema piramidale, ti rimettono ad impacchettare».  

Sono molte le cose che Amazon non ama: l’aggregazione fra persone ad esempio. Eccetto quella che propone l’azienda per fare squadra.

«I team leader – spiega ancora Gianpaolo – non vogliono che parliamo tra di noi: quando siamo fermi a parlare con un collega ci viene chiesto: ‘tutto a posto ragazzi?’ Questa è una frase che viene pronunciata costantemente. Al punto tale che se la senti veramente tanto alla fine ti viene un senso di colpa e pensi ‘non devo farlo più’. Tanti hanno avuto problemi psicologici lì dentro e se ne sono andati».

I manager usano dei «trucchetti per evitare che ci si aggreghi. Amazon è una libreria immensa, ma non possono esserci due persone nello stesso corridoio per evitare che parlino e che perdano tempo».

I benefit sono un’altra trappola: «è qualcosa in più che l’azienda ti concede al di fuori della busta paga. Loro continuano a puntare su questo – spiega ancora – Prima c’era l’accesso ad una piscina, l’abbonamento ad una palestra a Castel San Giovanni. Ma era solo un bluff. Ti comprano per pochi euro al mese».

Finchè qualcuno non si ribella. «Mi facevano mobbing ed ero allo smistamento dei pacchi- ricorda ancora Meloni – : per 8 ore e mezza facevo lo stesso movimento. Stavo per abbandonare la nave. Quando un collega mi dice: “io arrivo dall’Egitto dove i diritti dei lavoratori sono calpestati. Voi qui in Italia avete dei diritti e io non me li faccio calpestare”. Questo mi ha fatto davvero riflettere».

L’asso nella macchina di Jeff Bezos è l’involucro: un effetto ottico, l’apparenza di grande benessere. L’incantesimo di un mago che dura un giorno.  

«Nelle altre logistiche non c’è neanche l’aria condizionata d’estate – dice ancora Gianpaolo – Amazon al confronto cura i suoi dipendenti: ti dà le luci, ti organizza le feste, quella prima del picco, la festa della famiglia, chiama i cantanti per promuovere i propri cd, ti motiva molto e ti carica di adrenalina all’inizio».  Ma ben presto ti rendi conto che il re è nudo. Il tempo medio di permanenza in azienda è di tre anni. C’è chi non resiste oltre e l’azienda prepara il day offer due volte l’anno per la buonuscita.

«A seconda di quanti picchi hai fatto, di quanti Natali sei rimasto lì dentro, ti fanno un’offerta che arriva fino a 8mila euro in 5 anni. Ma te ne vai che non hai più lavoro e sei distrutto fisicamente». Per Meloni tutto è cambiato dal punto di vista dell’impegno sociale, quando si è rivolto al sindacato e ha messo su una squadra di lavoratori che lottano per i loro diritti. Lui la ricorda come un’avventura bella che va avanti tuttora e che ha costretto l’azienda a prendere misure per rispettare il contratto nazionale.

I poli di protezione sociale per chi lavora qui in provincia di Piacenza rimangono senz’altro i sindacati, l’associazionismo e la Chiesa cattolica.

«Nel corso di questi ultimi dieci anni – spiega ancora Massimo Magnaschi di Caritas – abbiamo assistito ad un notevole cambiamento dei bisogni delle persone sul territorio. Nel 2009 il nostro vescovo ha voluto un fondo di solidarietà per le famiglie colpite dalla crisi economica e questo ha fatto sì che ci avvicinassimo ad un target di persone che non si erano mai rivolte a noi prima».  

La fragilità dei rapporti famigliari, la solitudine, la paura della povertà sono una costante. E aumenteranno col tempo.

«C’è una rete sociale che si assottiglia – avverte Massimo – ed è qui che la Chiesa è chiamata ad intercettare i nuovi bisogni e ad intervenire».

Il lavoro che resta da fare è molto e spesso non è ripagato. Necessita di un continuo aggiornamento per capire dove sta il bisogno. I contesti cambiano velocemente e quella che prima era identificabile come povertà oggi ha un altro volto. Molti di questi nuovi ‘lavoratori’ poveri presi dalla frenetica vita quotidiana non sanno di potersi rivolgere alle strutture della Chiesa ma sta alla Chiesa stessa raggiungerli nei loro ‘non luoghi’. Intercettandoli alle frontiere del vecchio mondo. https://www.jesusonline.it

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