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Benvenuti nella ribellione globale al neoliberalismo

Nov 27 2019

di Ben EhrenreichThe Nation

Per quanto le proteste sembrino diverse, le rivolte che scuotono la Bolivia, il Libano e tanti altri paesi condividono tutte uno stesso tema

Qualcosa – qualcuno- continua a bussare alla porta. Fuori fa freddo e sta diventando sempre più freddo, ma chi sta dentro è seduto sul divano con la TV e una coperta sul grembo. Ma bussano di nuovo: ora alla porta principale, poi a quella sul retro. Forse è il vento. Ora c’è chi bussa alle finestre e sul tetto e alle pareti della casa – chi sapeva che erano così sottili? E’ difficile da capire: come fa tanta gente a bussare tutta insieme?

Ma lo fanno, e sta diventando più forte. La scorsa settimana avete potuto sentire i colpi in Colombia – a Bogotà, Cali, Cartagena, Barranquilla, Medellin, un coprifuoco dichiarato, l’esercito nelle strade – e la settimana prima in Iran, un colpo forte che si è diffuso rapidamente in più di 100 città Almeno 100 dimostranti sono stati uccisi. E’ difficile sapere se siano di più, o cosa esattamente stia succedendo: il governo ha chiuso Internet il secondo giorno delle proteste.

Ma anche quando c’è una connessione stabile, è difficile mettere tutto insieme: le proteste hanno attraversato Algeria, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Guinea, Haiti, Honduras, Hong Kong, India, Indonesia, Iran, Iraq, Libano, Olanda, Spain, Sudan, Regno Unito, e Zimbabwe— sono sicuro che sto dimenticando qualcuno- e tutto ciò solo da settembre. Alcune sono state di tipo effimero e di routine, quelle che ingolfano il traffico per un giorno. Altre sembrano più rivoluzioni, grandi abbastanza per far cadere governi, e bloccare intere nazioni.

Qualcosa sta accadendo qui. Ma cosa? E perché ora? Nelle ultime 12 settimane, le proteste si sono diffuse in cinque continenti -la maggior parte dei pianeta- dalle ricche Londra e Hong Kong alle affamate Tegucigalpa e Khartoum. Sono così geograficamente disparate ed apparentemente eterogenee per motivazioni e composizione che ancora non ho visto un serio tentativo di leggerle come un fenomeno unificato (non considerando la determinazione del New York Times sul fatto che lo scontento possa essere ricondotto a “questioni di portafoglio” – così vicino alla analisi di classe tipica del giornale).

In superficie, sembra esserci poco che le unisce. In Iran, sono state scatenate dall’annuncio di un 50 per cento di aumento dei prezzi della benzina. In Germania, Olanda e Francia i contadini hanno bloccato le autostrade per protestare contro le normative ambientali. L’indignazione che scuote Hong Kong sin da giugno è esplosa a causa della proposta di legge che vorrebbe permettere l’estradizione nella madrepatria Cina. In Cile la scintilla è stato l’aumento dei costi dei trasporti pubblici, in Indonesia una oppressiva legge penale, in Libano l’annuncio di nuove tasse su qualsiasi cosa, dalla benzina alle telefonate Whatsapp.

Alcuni di questi movimenti sono stati organizzati da sindacati o da partiti di opposizione formali, ma molti sono di natura orizzontale e senza leader (“Essere come l’acqua” come hanno dichiarato i manifestanti di Hong Kong, citando Bruce Lee). Nessuna ideologia globale rivoluzionaria li unisce. Nessun partito avanguardia li precede. Il solo asse destra-sinistra sul quale si è diviso il mondo per la maggior parte dell’ultimo secolo non è più di aiuto. I conservatori, e il governo degli Stati Uniti, hanno salutato le aspirazioni democratiche dei dimostranti a Hong Kong, Iran e Bolivia – prima del colpo di stato che ha rovesciato Evo Morales- mentre hanno disprezzato o ignorato gli altri più o meno ovunque. Gli ambienti più dottrinari della sinistra hanno annusato interventismo imperialista dietro le proteste di Hong Kong e in Iran, affermando invece la legittimità della maggior parte degli altri movimenti popolari nel pianeta.

Se si riesce a sbirciare oltre il fumo delle barricate, le somiglianze cominciano ad emergere. In Cile, la rabbia per il 3 per cento di aumento nei biglietti della metro ha rivelato una popolazione non semplicemente irritata da una “questione di portafoglio” – l’aumento delle tariffe ha portato i costi di trasporto al 21% del salario mensile di un lavoratore con il salario minimo – ma così esausta dall’austerità, così schiacciata da bassi salari, lunghi orari di lavoro e debiti, così stanca dell’avidità e della cecità dei pochi ricchi che gestiscono il paese, da essere pronti a bruciare quasi tutto. Poche ore dopo aver dichiarato lo stato di emergenza e aver dislocato i militari nelle strade, il miliardario presidente Sebastian Pinera è andato in televisione a ricordare alla cittadinanza che “la democrazia stabile” e l’economia in crescita del Cile ne fanno una “vera oasi” in un altrimenti caotico continente. “Le pratiche che sono alla base della prosperità non sono popolari”, ha osservato freddamente The Economist.

In un altro angolo stessa stessa cassa armonica, in Egitto, poco dopo i rastrellamenti polizieschi di migliaia di persone che avevano osato dimostrare a settembre, il ministro delle finanze del paese si è lamentato che “i frutti della riforma economica in Egitto non sono stati compresi dalle persone comuni”. Le misure imposte dal Fondo Monetario Internazionale hanno infatti causato l’aumento della inflazione del 60 per cento in tre anni, buttando milioni di persone in povertà. E questa è ciò che un analista di Morgan Stanley ha chiamato “la migliore storia di riforma del Medio Oriente”.

La disconnessione tra la percezione dell’élite e l’esperienza di massa è diffusa e essenziale: tutti i paesi che hanno avuto di recente rivolte popolari – e la maggior parte del resto del pianeta – sono stati per decenni governati da un solo modello economico, nel quale la “crescita” celebrata dai pochi titolati significa immiserimento per altri, e i capitali fluiscono in conti statunitensi o europei con la stessa facilità delle acque reflue in discesa.

Il Cile è stato un notorio laboratorio precoce: gli squadroni della morte di Pinochet lavoravano in tandem con economisti formati a Chicago per creare un “miracolo economico” che solo i fortunati, i senza scrupoli e i ciechi furono in grado di apprezzare. Se la mobilitazione popolare in Bolivia fallisse nel rovesciare il colpo di stato del 10 novembre, possono aspettarsi anche lì simili atti di Dio.

Il discorso ci gira intorno molto in questi giorni, ma questo è ciò che significa neoliberismo: un metodo globalmente applicabile per preservare l’attuale enorme squilibrio di potere. Lavora in modo microscopico a livello municipale – pensare a sistemi di trasporto pubblico decadenti con un budget apparentemente senza fondo per l’applicazione di tariffe razziste, mentre i milionari saltano in elicottero da terra a tetto – e in modo macroscopico, dove le elites nazionali sono colluse con le corporation multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali per tenere basso il costo del lavoro, e la ricchezza e le risorse confinate in canali stabiliti.

Per la maggior parte dei primi anni del 2000, l’abbondante capitale cinese e gli alti prezzi per le materie prime come petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli ha permesso ad alcuni paesi poveri di avere delle opzioni. Per un piccolo periodo, hanno potuto evitare le draconiane trappole delle “riforme” incluse nei prestiti del Fondo Monetario Internazionale: l’usuale ricetta “taglia e brucia” fatta di tagli al settore pubblico, privatizzazione delle risorse statali, e lo sventramento della protezione del lavoro nel nome della “liberalizzazione”. In America Latina, i governi di sinistra grazie a ciò hanno guadagnato terreno, e la povertà e l’ineguaglianza sono crollate. Ma il boom delle materie prime si è sgonfiato, la economia cinese è in stallo e, dopo anni di quello che doveva essere un doloroso esame di coscienza, il FMI è tornato alla stesse vecchie e screditate soluzioni.

Le elite locali sono state felici di giocare al suo fianco, togliendo alla propria popolazione per mantenere i loro flussi di denaro. A marzo, il Presidente ecuadoriano Lenin Moreno ha firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito di 4,2 miliardi e in ottobre, come richiesto, ha tagliato i salari del settore pubblico e i sussidi per il carburante, causando il raddoppio dei prezzi del diesel – e la scesa in strada di molte migliaia di ecuadoriani soprattutto indigeni. (Moreno ha subito lasciato la capitale e ha accettato di cancellare il pacchetto di austerità). In Libano, il Primo Ministro Saad al-Hariri ha annunciato un ondata di nuove tasse sui consumi – sul carburante, il tabacco, e le telefonate tramite la messaggistica Internet – come parte di un pacchetto di riduzione del debito richiesto dai finanziatori stranieri per garantire un prestito di 11 miliardi di dollari. Dopo 12 giorni di proteste alle quali ha preso parte circa un quarto della popolazione libanese, Hariri si è dimesso. I manifestanti non sono tornati a casa.

Lo stesso modello viene applicato anche in paesi dove il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale non hanno il permesso di fare affari: l’Iran, azzoppato da quattro decenni di sanzioni USA, da anni è tornato all’usuale arsenale di misure di austerità. Se pure non fossero state in grado di produrre la panacea economica promessa, avrebbero potuto almeno ammortizzare in modo affidabile l’elite, scaricando le sofferenze sulle classi ritenute sacrificabili. Almeno, fino a che ci sono riuscite.

La dignità è una cosa strana: una volta che la reclami, è difficile arrendersi. Le richieste dei dimostranti si sono quasi ovunque allargate aldilà della rabbia originaria che le ha fatte esplodere. A Hong Kong, i manifestanti hanno presto deciso che la revoca della Legge sulla Estradizione non era abbastanza: ora vogliono anche il suffragio universale. (Metà dei seggi del Consiglio Legislativo della città sono eletti direttamente da “collegi elettorali funzionali” composti da banchieri, imprenditori e costruttori; l’ineguaglianza e i costi degli alloggi sono maggiori che in qualsiasi altra parte del mondo). In Cile, le richieste dei manifestanti si sono allargate dalla revoca degli aumenti dei prezzi nei trasporti allo smantellamento della Costituzione dell’era di Pinochet. (Pare che otterranno entrambi – Pinera ha cancellato gli aumento e ha accettato un referendum per una nuova Costituzione).

In Libano, i manifestanti stanno ora discutendo se il loro movimento sia una rivoluzione. (Non dovrebbe produrre sorpresa il fatto che queste potenti proteste siano esplose a Beirut, Hong Kong e in Cile, alcuni dei paesi più pesantemente privatizzati del pianeta). In Sudan, una rivolta nata quando il governo di Omar al-Bashir ha tagliato i sussidi per la farina e il carburante – “su suggerimento dei partners finanziatori internazionale”, come educatamente scritto dal New York Times – è arrivata a rovesciare il suo regime trentennale, e non ha ancora smesso di lottare. Anche ad Haiti, le proteste sono cominciate più di un ano fa quando il Presidente Jovenel Moise aumentò precipitosamente i prezzi del carburante per ingraziarsi il Fondo Monetario Internazionale. I manifestanti presto arrivano a chiedere le dimissioni di Moise, sostenuto dagli USA, e da allora non si smuovono.

E’ difficile non notare che, non solo ad Haiti, ma in almeno una mezza dozzina di paesi dall’Ecuador allo Zimbabwe, le proteste sono iniziate a causa dell’aumento dei prezzi del carburante. Non è un segreto che dobbiamo cominciare a svezzarci dai carburanti fossili immediatamente se vogliamo avere una qualche speranza di preservare una qualche forma di vita umana accettabile sulla terra ma, sebbene la maggior parte di questi paesi siano colpiti dalla crisi climatica – e i loro più vulnerabili cittadini in misura peggiore – questi aumenti dei prezzi del carburante non erano finalizzati a ridurre le emissioni. Il Fondo Monetario Internazionale spesso lega i prestiti a tagli alle sovvenzioni per l’energia, e le tasse sul carburante sono un modo facile e reazionario per coprire il debito pubblico: due tattiche per fare in modo che i poveri, e tutti coloro che non beneficiano della corruzione ufficiale, salvino chi ha.

Sull’altro lato del “global divide”, i ricchi paesi europei hanno visto proteste direttamente collegate alla politica climatica – sia perché i governi stanno facendo troppo poco, come nel Regno Unito, o perché che le misure che stanno prendendo distribuiscono i pesi in modo ingiusto, come in Olanda e in Germania, dove i contadini hanno reagito alle restrizioni sui pesticidi e alle emissioni di nitrati bloccando le autostrade con migliaia di trattori, e in Francia, dove una tassa sul carburante motivata ecologicamente associata ai tagli alle tasse dei ricchi ha scatenato più di anno di battaglia nelle strade.

Da entrambi i lati, le lezioni qui sono molto chiare. Primo, ogni tentativo di affrontare la crisi climatica che non tenga anche in considerazione i bisogni fondamentali della stragrande maggioranza degli abitanti della terra fallirà in modo catastrofico. E secondo, che questi bisogni fondamentali non includono solo cibo, assistenza sanitaria e alloggio, ma anche la dignità e forme di solidarietà che il sistema attuale cerca in ogni modo possibile di distruggere.

C’è da stupirsi che tutte queste rivolte, tutte nello stesso momento, raramente meritino una menzione nelle notizie TV? All’inizio di questo mese, il romanziere Dominique Eddé ha scritto sulla rivolta popolare in Libano che è “come se centinaia di migliaia di persone isolate abbiamo scoperto allo stesso tempo, dopo una infinita ibernazione, che non erano sole”. Se solo volessimo guardare, vedremmo che la stessa cosa sta accadendo in tutto il mondo, persone che si svegliano insieme, si guardano intorno e si trovano l’un l’altra guardandosi indietro.

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