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Assange – la distopia che colpisce i giornalisti indipendenti

Nov 30 2019

di Gianfranco Maselli – Othernews

La libertà di stampa è sempre più limitata in tutto il mondo. Il dato più preoccupante mostrato dall’indice mondiale sulla libertà di stampa riguarda, tuttavia, le condizioni in cui versano i giornalisti e la credibilità di cui godono.

Distopia è una parola bella quanto attuale. Viene dal greco, una lingua che non potrebbe essere più viva di così. Se smettessimo di proiettare una parola del genere in un futuro lontano riusciremmo ad immaginarla nel presente?

Decisamente sì.

Oggi quella narrazione novecentesca, fatta di società che maniacalmente controllano produzione, consumo e pensiero del singolo e che sono satolle di popoli anestetizzati dal benessere e da libertà illusorie, vive il suo periodo d’oro di rivalutazione.

Significherà pur qualcosa. Ascoltare le arti e le tendenze è sempre il punto di vista migliore da cui guardare il panorama e scrutare ciò che ci attende all’orizzonte.

Ciò che era stato pronosticato come un avvenire fantapolitico lontano è già qui. I tempi per riconoscerlo sono ormai abbondantemente maturi ma anni fa nessuno lo avrebbe immaginato.

Non lo immaginavo io quando alle elementari parole complesse come “distopia” erano le prime ad essere candidate alla divisione in sillabe e ad essere imparate. Non lo immaginava George Orwell che scriveva 1984 come un monito, ignorando che sarebbe stato usato come manuale d’Istruzione qualche decennio dopo.

Non lo immaginava neanche Julian Assange che, dagli anni ’90, non fa che ritrovarsi continuamente informazioni roventi fra le mani e forze dell’ordine in casa.

Nel 1991 subisce un’irruzione da parte della polizia federale nella sua casa di Melbourne. L’australiano avrebbe avuto accesso via modem a vari elaboratori informatici appartenenti ad una università australiana, violando di fatto il sistema informatico federale dello United States Department of Defense.

Proprio chiedendosi in che razza di mondo avessimo vissuto fino a quel momento e che cosa avesse trovato scavando ancora, Assange non ci pensa due volte a stanziare fondi e fatica, prima per la realizzazione del software open-source “Strobe”, dedicato a raccogliere informazioni su computer remoti, poi promuovendo Wikileaks.

Prima di essere un sito si tratta di un’organizzazione internazionale. Wikileaks riceve via Internet, in modo anonimo, documenti coperti da segreto. Generalmente si tratta di documenti di carattere governativo o aziendale.

La complessità sta ovviamente nei retroscena, in quel lavoro di reperimento dati e in quel districarsi in modo vincente fra sistemi e database labirintici per arrivare alla sorgente dell’informazione. Tutto ciò che viene dopo è fondamentalmente semplice: un sistema che garantisce l’anonimato delle fonti attraverso un predisposto sistema informatico, un potente ma non impossibile sistema di cifratura.

Una volta ricevuti i documenti, questi vengono resi semplicemente pubblici in rete sul sito web di Wikileaks, in nome della libertà di informazione.

Sapete cosa non sopporto? Tutti i teologi dell’etica dell’irresponsabilità che subito si affrettano a distinguere in modo manicheo i buoni dai cattivi, ad accusare Assange d’esser stato sconsiderato e non aver valutato le conseguenze del suo operato.

Non sopporto chi continua a confondere l’allineamento con la deontologia del giornalismo, senza valutare quanto i dati globali sulla libertà di informazione siano preoccupanti.

Jules Michelet diceva che la stampa da sempre svolge un ruolo fondamentale, quello di una censura permanente sugli atti del potere. Quant’è bello notare come ci siamo involuti, rispetto al 1848.

Oggi quel ruolo è sempre più minacciato. La libertà di stampa è sotto attacco in molte e troppe aree del mondo, anche in insospettabili democrazie da tempo consolidate.

Negli ultimi anni, poi, l’ascesa di leader autoritari e nazionalisti, da Rodrigo Duterte nelle Filippine fino a Jair Bolsonaro in Brasile e a Donald Trump negli Stati Uniti, ha contribuito all’aumento degli atti di violenza ai danni dei giornalisti, sfruttati con sempre più frequenza come capri espiatori.

La conferma di questa allarmante tendenza arriva dal World Press Freedom 2019, l’indice mondiale sulla libertà di stampa, pubblicato annualmente da Reporters Without Borders.

In quanto a libertà di stampa, l’Italia è al 43esimo posto su 180, giusto 5 posizioni sopra i calanti Stati Uniti, che sono al numero 48. A posizioni ben superiori si piazzano altri importanti stati Europei come Regno Unito, Francia, Spagna e Germania, rispettivamente al 33esimo, al 32esimo, al29esimo e al 13esimo posto.

Fa certamente piacere, analizzando i dati, prendere atto di come l’Italia abbia guadagnato ben 3 posizioni in classifica negli ultimi due anni. Purtroppo c’è poco da gioire. Le condizioni in cui versano l’informazione e i giornalisti non sono delle migliori, né nel nostro paese né all’estero.

Restano più che mai presenti le intimidazioni verbali o fisiche, le provocazioni e minacce, le pressioni di gruppi mafiosi e di organizzazioni criminali, caratteristiche che sembrano esser diventate tracce indelebili del DNA del nostro paese e di altri.

La situazione viene definita “difficile” o “molto grave” in 72 paesi, fra cui Cina, Russia, India, quasi tutto il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’America centrale, oltre che in due terzi dell’Africa. Ventuno invece sono i paesi classificati come “neri” in cui la situazione della libertà di stampa è “molto grave”: fra questi il Burundi al 160esimo posto, l’Egitto al 161esimo e, ultima assoluta, la Corea del Nord, preceduta da Turkmenistan ed Eritrea.

Il dato più preoccupante mostrato dall’indice mondiale sulla libertà di stampa riguarda, tuttavia, le condizioni in cui versano i giornalisti e la credibilità di cui godono.

Reporters without borders riferisce come l’odio nei confronti di chi esercita questa professione sia degenerato pericolosamente in violenza negli ultimi 5 anni, contribuendo ad aumentare la paura e, conseguentemente, l’ignoranza.

L’indicatore globale è peggiorato del 13 % dal 2013 e, in questo lasso di tempo, il numero di paesi in cui la situazione per i giornalisti è ritenuta buona è diminuito del 40 %.

Dal rapporto emerge che la crescente ostilità nei confronti dei giornalisti è spesso fomentata dai leader politici. Il numero di paesi considerati realmente liberi dal punto di vista dell’informazione continua a diminuire, così come diminuisce la fiducia delle persone nei confronti della stampa.

In un mondo in cui sempre più individui preferiscono informarsi senza fonti affidabili diventando, inconsapevolmente, spettatori inermi di uno spettacolo di magia che occulta la verità e ci nutre di odio, violenza e fake news, che senso ha parlare di sconsideratezza quando si ha fra le mani la possibilità di produrre crepe nel sistema e, magari, abbatterlo per costituirne uno migliore?

Contrariamente alle accuse di irresponsabilità, probabilmente Julian Assange aveva ben presente quali conseguenze avrebbe sperimentato la società quando tutto quel magma sarebbe diventato di dominio pubblico, per mano sua:

Uno strappo su una trama che pareva così perfetta, un tilt che mette a nudo il sistema, un sipario teatrale aperto al momento meno opportuno che svela attori impreparati e in imbarazzo, il trucco del mago che rovinosamente fallisce e mostra un fragile retroscena fatto di bugie, becere strategie e artifici imperfetti.

Nel caso di Assange il mago continua a guardare inebetito il trucco a cui ha lavorato per tanto tempo calare giù a picco. Si discolpa, cerca di distrarre il pubblico con le mani, ricorre magari alla violenza ma c’è ben poco da fare. Gli Stati Uniti sono ottimi attori ma far finta che il marcio che abbiamo diritto a conoscere non sia venuto fuori, far finta che ci sia un evidente limite alla libertà di conoscenza ed espressione è parecchio difficile.

Ci sono voluti 9 anni prima che fosse riconosciuto pubblicamente che le accuse di stupro in Svezia che hanno portato Assange a rifugiarsi nell’ambasciata Ecuadoriana del paese fossero completamente infondate e prive di prove.

Adesso anche far finta che tutto questo non possa, potenzialmente, essere stata una trappola americana per incastrare l’attivista australiano diventa difficile.

Allo stesso modo fingere poi che Assange ora non stia subendo, da parte degli USA, una violenza che valica ogni diritto umano risulterebbe poi ancora più complicato, come far finta di niente dopo essere rimasti in mutande in Piazza di Spagna.

Continuiamo dunque, restiamo a guardare la più grande potenza del mondo reggersi su una costituzione sulla carta modellata sulla libertà dell’illuminismo Francese e al contempo detenere Julian Assange nel carcere di massima sicurezza di Belmash, a sud-est di Londra.

Un ottimo esempio da parte di un governo che forse, qualche tempo fa, aveva sottovalutato le fila di whistleblower che, presto o tardi, avrebbero bussato alle porte di Wikileaks, determinando esiti enormi.

L’esempio di Assange che rovina i trucchi del mago a stelle e strisce e svela i crimini commessi dalla CIA e l’organizzazione dei colpi di stato libici, iracheni e afghani contro Gheddafi, Saddam Hussein e Osama bin Laden ha suscitato estremo imbarazzo ma soprattutto proseliti.

Se l’è presa l’esercito degli USA, garante di pace, democrazia e libertà, smascherato dai dati scottanti di Chelsea Manning che lo mostrano dedito a barbarie d’ogni tipo. Se l’è presa anche la National Security Agency Americana, impotente contro Edward Snowden e le sue informazioni sullo sporco operato di spionaggio globale da parte dell’agenzia.

Un ottimo esempio da parte di un gruppo di attivisti che, tuttavia, aveva sottovalutato la repressione che presto o tardi avrebbe bussato alle loro porte e violenza di cui può essere capace l’America.

Fra arresti ed estradizioni il terreno di solidarietà attorno ad Assange è cominciato a bruciare ma l’australiano ha carisma e determinazione. I collaboratori diminuiscono eppure, negli ultimi anni, aumentano i simpatizzanti, i sostenitori, i gruppi, le manifestazioni e flashmob in più città Europee come Londra, New York, Berlino e Roma nel corso del 2019.

Assange scrive egregiamente guadagnandosi il rispetto dei virtuosi della tastiera. Cattura efficacemente l’attenzione del pubblico ma soprattutto di chi guarda inorridito all’entrata di imprese e multinazionali dentro la Rete, trasformata in terreno di caccia e da colonizzare assieme agli utenti stessi, ubriachi di verità edulcorate oggi più che mai.

È di quell’oggi più che mai che forse dovremmo parlare.

Oggi più che mai, sebbene il mondo sembri sensibilizzarsi a favore della condizione dell’attivista australiano ma soprattutto a favore del suo operato, il tunnel distopico che viviamo sembra non perdere colpi.

Il fattaccio non consiste solo in Assange che continua ad essere detenuto in Inghilterra in condizioni definite dai suoi medici disumane, mentre le accuse di stupro sono state giudicate infondate e qualcuno continua a far finta di nulla.

Oggi più che mai la vera problematica è che ci siamo abituati a tutta questa distopia che un tempo apparteneva solo a immaginari fantastici e siamo sempre più diffidenti e violenti nei confronti della verità.

Il 2018 è stato uno degli anni più letali mai registrati per i giornalisti, con oltre 80 giornalisti uccisi in tutto il mondo e, allo stesso modo, anche il 2019 è iniziato altrettanto male. Sono già dodici gli operatori dei media uccisi.

Cresce più vertiginosamente invece, il numero di civili eliminati in tutti quei paesi attualmente scossi da grandi moti sociali, manifestazioni e disordini. Esprimere un’opinione e conoscere il reale stato delle cose in paesi come Cile, Bolivia, Siria e Cina è diventato faticoso quanto pericoloso.

Oggi più che mai ci siamo abituati a bere la menzogna e a dare per scontato libertà intrinsecamente retoriche, senza riuscire più sforzarci di riconoscere il reale e i simboli dietro le scelte di persone come Assange, Manning e Snowden, invisibili e silenti.

Dello stesso triste destino godono anche lo squarcio oltre il velo che queste scelte provocano, il trucco dietro la magia lasciato intravedere dall’errore imbarazzante di un mago maldestro, l’abuso, l’oscurantismo che rende la verità appannaggio di pochi.

Io ritengo che tutto questo, invece, meriti i vostri occhi e le vostre parole.

L’incriminazione di Julian Assange rimane un affronto al diritto alla libera informazione e al libero pensiero, un’offesa verso chi continua, oggi più che mai, ad augurarsi che un giorno la parola “distopia” possa tornare ad essere una parola lontana.

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