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Libia, l’orrore resta inascoltato. Nuove accuse Onu. Indaga l’Aja

Gen 27 2020

di Nello Scavo  – Avvenire

Guterres: sparizioni, esecuzioni, torture e lavoro forzato nei campi di prigionia ufficiali. Le accuse e le preoccupazioni alla vigilia del rinnovo del memorandum Roma-Tripoli.

TRIPOLI, MIGRANTI CATTURATI A TRIPOLI NEL 2016 – EPA/STRINGER

I migranti prigionieri in Libia? «Sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura» da parte di «funzionari governativi». I profughi catturati in acque tripoline? «Vi sono serie preoccupazioni riguardo al trasferimento di migranti intercettati dalla Guardia costiera libica verso centri di detenzione ufficiali e non ufficiali», dove si hanno notizie di «omicidi illegali» che sono diventati «molto diffusi». Alcuni giorni dopo la chiusura del vertice di Berlino, il segretario generale della Nazioni Unite ha depositato al Consiglio di sicurezza un rapporto (scaricabile qui) subito acquisito dalla Corte penale dell’Aja: la Libia resta un campo di prigionia a cielo aperto, dove peggiorano le condizioni degli stranieri e si aggravano quelle dei nazionali. Tutti accomunati dal più generale contesto di «abusi e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario», tra cui si segnalano «esecuzioni sommarie, sparizioni forzate e torture», che continuano ad avvenire «in tutta la Libia nella totale impunità».
Si tratta del primo dossier firmato dal segretario generale dopo il caso Bija, svelato da Avvenire il 4 ottobre e su cui sta investigando anche la Corte penale internazionale. Nel 2017 l’ufficiale accusato dagli investigatori Onu di essere un boss nella triplice veste di miliziano-guardacoste-trafficante era stato accolto in Italia per una serie di incontri in sedi istituzionali. Poche settimane dopo cominciò il crollo delle partenze dei barconi dalla Libia, senza che nel Paese venissero intanto rispettati i diritti umani basilari. Negli anni successivi le attività del comandante al-Milad, nome di battaglia Bija, sono state sostenute da tutti i governi italiani (di ogni colore) e dall’Unione Europea che non hanno fatto mancare equipaggiamento e sostegno politico-finanziario alla cosiddetta Guardia costiera libica.


Ora è proprio il segretario generale Guterres a calcare la mano denunciando non a caso il ruolo dei guardacoste libici nella cattura dei migranti intercettati sui barconi ma poi deportati, con la complicità di funzionari statali, non solo nelle prigioni ufficiali (di cui le Nazioni Unite chiedono invano la chiusura) ma perfino nei campi di prigionia clandestini, e lì lasciati in balia dei trafficanti di uomini. Senza distinzione, «migranti e rifugiati hanno continuato a essere sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura, in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali: violenza sessuale, rapimento per riscatto, estorsione, lavoro forzato», si legge nel dossier di 17 pagine. «I responsabili di tali violazioni – è l’accusa di Guterres – comprendono funzionari governativi, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali». Tra i luoghi di maggiore allarme vi sono il campo “Al Nasr” a Zawiyah, che ospita il maggior numero di prigionieri e i cui torturatori sono noti anche alla magistratura italiana, e il centro di detenzione di Tajoura, «rimasto aperto – lamenta Guterres – nonostante il governo di accordo nazionale l’1 agosto ne avesse annunciato la chiusura». Proprio qui continuano a ripetersi raccapriccianti abusi, recentemente documentati da Avvenire con l’inchiesta firmata da Paolo Lambruschi. La condizione delle donne è infernale: «Solo il centro di detenzione ufficiale di Tariq al-Sikkah impiega personale di guardia femminile». E non serve aggiungere altro per comprendere cosa questo voglia dire per le ragazze migranti.

LIBIA, ZAWIYA, CENTRO DETENZIONE PROFUGHI, IMMIGRATI CLANDESTINI

LIBIA, ZAWIYA, CENTRO DETENZIONE PROFUGHI, IMMIGRATI CLANDESTINI – ANSA/ZUHAIR ABUSREWIL


Nel documento c’è però quello che appare come un messaggio all’Italia. Pur non esprimendo giudizi, curiosamente il segretario generale evoca il ruolo di Roma. Non lo fa nel paragrafo sullo sviluppo degli accordi politici internazionali, né in quello dedicato al processo di stabilizzazione. Guterres interviene nel capitolo dedicato agli abusi e alle gravi violazioni dei diritti umani: «Il 2 novembre, un protocollo d’intesa tra l’Italia e il governo di Accordo nazionale – relativo alla cooperazione allo sviluppo; al contrasto all’immigrazione illegale, alla tratta e al traffico di esseri umani; per rafforzare la sicurezza tra Italia e Libia – è stato rinnovato».
Aver ricordato il rinnovo dell’intesa Roma-Tripoli, che sulla carta avrebbe dovuto portare crescente sviluppo, più diritti e maggiore sicurezza, e averlo fatto proprio nel rapporto che sancisce il fallimento di tutti questi propositi, non lascia molti dubbi su come all’Onu vedano l’esito del negoziato bilaterale. Il premier Conte aveva promesso una revisione in vista del 2 febbraio, quando il Memorandum riprenderà i suoi effetti per altri tre anni. Al momento in cui Guterres inviava il fascicolo al Consiglio di sicurezza, dall’Italia non è arrivato nessun aggiornamento sul negoziato che avrebbe dovuto persuadere i libici, almeno sulla carta, a darsi da fare per fermare i tormenti sui migranti.

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