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Giorno della memoria, anche nel 2020 il mondo è pieno di campi di concentramento

Gen 27 2020

27 Gennaio 2020 – di Francesco Cancellato – Fanpage

Dai kwaliso in Corea del Nord ai laogai cinesi, dalle colonie penali australiane all’inferno libico, sino agli Stati Uniti d’America e all’Italia. Oggi come 75 anni fa, milioni di persone sono private della loro libertà per motivi politici, etnici e religiosi. E rinchiusi in strutture detentive in cui non esistono diritti umani. Un orrore di cui ci dobbiamo ricordare oggi, mentre commemoriasmo la Shoah.

Oggi, 27 gennaio, è il giorno della memoria
Oggi, 75 anni fa, le truppe sovietiche liberarono il campo di sterminio di Auschwitz, la più feroce macchina della morte nazista.
Oggi, 75 anni anni fa, aveva fine il genocidio degli ebrei e la follia nazista di privare della libertà e sterminare 6 milioni di uomini solo perché ritenuti inferiori.
Oggi, però, 75 anni dopo, la storia non è ancora finita.

Perché di campi di concentramento, oggi, è ancora pieno il mondo.

Ci sono campi di concentramento in Corea del Nord, circa una ventina, tra cui 6 kwanliso, in cui i detenuti sono prigionieri politici, detenuti senza processo e senza una data di uscita, spesso con l’unica colpa di essere parenti di un presunto dissidente. All’interno dei kwanliso, i prigionieri sono schiavi denutriti che spaccano rocce o trascinano tronchi d’albero dalle 4 di mattina alle 8 di sera, e dormono su assi di legno, in baracche non riscaldate in cui la temperatura raggiunge i meno 20 gradi d’inverno. Che quando muoiono, vengono sepolti nudi, perché la loro unica uniforme serve per vestire il prossimo prigioniero. Nei kwanliso vivono dalle 80mila alle 120mila persone.

Ci sono campi di concentramento anche in Cina e si chiamano Laogai.
Nei Laogai vengono detenuti i prigionieri politici,  donne e uomini che hanno la sola colpa di appartenere a minoranze etniche come tibetani, mongoli, uiguri. Nei Laogai  i prigionieri lavorano 18 ore al giorno, a ritmi disumani, puniti con la denutrizione e la tortura se solo rallentano il ritmo del lavoro. Nel 2006, centinaia di migliaia di fedeli della setta Falun Gong furono imprigionati nei Laogai perché rifiutarono di convertirsi. Diverse testimonianze parlano di condanne a morte sommarie ed espianto di organi su persone vive, anche se il governo cinese ha sempre negato le accuse.
Si stima che oggi in Cina ci siano circa 1045 Laogai e vi siano imprigionate circa 8 milioni di persone.

Ci sono campi di concentramento a Myanmar, in Malaysia, in Bangladesh, dove vivono i Rohingya, un gruppo etnico musulmano cui il governo birmano non ha riconosciuto  la cittadinanza, e che ha successivamente perseguitato.
Circa 100mila fra loro vivono ancora a Myanmar, in campi per sfollati circondati dal filo spinato.
Altri 150mila in Malaysia, dove vengono arrestati come migranti irregolari e spediti in centri di detenzione sovraffollati e malsani, senza alcuno status legale.
900mila rifugiati Rohingya, infine, vivono invece in Bangladesh, a Cox Bazar, nel più grande campo profughi del mondo.

Alcuni di loro provano a scappare in Australia, ma anche lì ci sono campi di concentramento.
Sono le isole di Christmas, Nauru e Manus in cui vengono ammassati migranti e richiedenti asilo intercettati dalla marina australiana. In queste colonie penali, i detenuti vivono in uno  stato di completo isolamento sociale e giuridico.
Le condizioni sanitarie sono tali che qualche anno fa l’Isola di Nauru è stata completamente evacuata per ragioni mediche. E ogni anno, si contano decine di suicidi tra i detenuti.
Su Christmas, Nauru e Manus sono rinchiuse circa duemila persone.

Ci sono campi di concentramento anche negli Stati Uniti d’America di Donald Trump.
Come quello di Clint, nel Texas, a pochi chilometri da El Paso e dal confine col Messico, dove nel 2019 sono stati trattenuti 250 minori non accompagnati in condizioni disumane, costretti a dormire sul pavimento, a lavarsi ogni tre giorni, senza dentifricio né sapone, senza alcun programma d’istruzione, in una situazione di emergenza sanitaria.
250 bambini in condizioni disumane, negli Stati Uniti d’America.

Ci sono campi di concentramento in Turchia, in cui vivono circa 3,6 milioni di rifugiati siriani.
Sono lì perché l’Unione Europa ha siglato un accordo con il presidente turco Erdogan, promettendogli sei miliardi all’anno, la libera circolazione dei turchi in Europa e la ripartenza dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea.
Questo nonostante in Turchia, dopo il golpe fallito del 2016, Erdogan abbia incarcerato più di 64mila persone, 150 giornalisti e 9 parlamentari filo-curdi. E nonostante diversi osservatori abbiano raccontato delle orribili condizioni dei campi di concentramento turchi, del loro sovraffollamento, della mancanza di cure mediche e di assistenza legale.

Bambini, adolescenti e donne abbondano anche nei campi di concentramento in Libia, almeno una ventina dei quali nei pressi della città di Bani Walid.  È li che vengono rinchiusi i migranti dell’Africa subsahariana che sognano l’Europa e l’Italia, e che l’Italia e l’Europa si premurano che lì restino. Lì, dove sono gli uomini sono torturati, le donne stuprate di continuo, e dove ciascun prigioniero è una potenziale arma di ricatto per estorcere denaro ai loro parenti lontani, costretti a pagare affinché i prigionieri rimangano in vita.

Chi sfugge a quei campi, se non naufraga prima, arriva in Italia. E anche da noi, in Italia ci sono i campi di concentramento. Hanno nomi diversi, Cie e Cpr, ma non sono altro che quello: strutture di detenzione, in cui vengono rinchiusi i richiedenti asilo in attesa di essere identificati e rispediti all’inferno, contro la loro volontà. Sono 45mila, i migranti detenuti nei nostri campi di concentramento, una cifra tra le più alte di tutto l’Occidente.

Scusate se ce ne siamo dimenticato qualcuno, se non parliamo di Iraq, di Siria, dei Paesi dell’Asia Centrale, dell’Eritrea e della Repubblica Centrafricana.

Pensateci, però.
Pensate che mentre noi ricordiamo gli orrori di 75 anni fa, milioni di persone in tutto il mondo questa mattina si sono svegliati vivendo quello stesso orrore.
E l’hanno vissuto ieri.
E lo vivranno domani.
Nel giorno della memoria, ricordiamoci anche di loro.

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